“Le luci nelle case degli altri” di Chiara Gamberale
15 ottobre 2011

Prima o poi, presto o tardi, qualcosa ci spaventa, ci fa davvero male: e allora chiudiamo le saracinesche al resto. Ecco perchè il mondo diventa incompresibile! Perchè ci sembra di farne parte, di stare male o stare bene assieme agli altri, ma non è vero. Siamo più concentrati su quello che teniamo chiuso dentro di noi, dietro le saracinesche abbassate, che su quanto succede là fuori: e non ci capiamo più niente di niente.

(…) se le mamme muoiono e i papà latitano e i gatti spariscono e gli amici litigano e le coppie si lasciano, và da se che le ragazze di quattordici anni s’innamorano, altrimenti non si capisce quale motivo avrebbero per partecipare a questo gioco?

Perchè se mi svegliassi nel cuore della notte per un incubo su Porcomondo e mi mettessi a gridare aiuto, nessuno arriverebbe di corsa qui, da un’altra stanza. Ecco perchè. Perchè non arriverebbe Tina: le margherite bianche del suo vestito blu non rischiarirebbero il buio. Non arriverebbe Cate a farmi notare, carissima e lucida: “Non lo vedi, Mandorla, che sei in camera tua? Non vedi che non c’è nessun Porcomondo?”. Non arriverebbe Samuele, che ci metterebbe un po’ a capire cosa succede, ma comunque mi inviterebbe ad andare in cucina, a mangiare pane e Nutella. Non arriverebbero Paolo e Michelangelo, che mi porterebbero nel letto grande per continuare la notte in mezzo a loro, con la televisione accesa sul canale di un documentario così noioso da farmi riprendere sonno all’istante. Non arriverebbe Lidia, a interpretare l’incubo, e non arriverebbe Lorenzo, che penserebbe di consolarmi sostenendo che i sogni felici sono ancora peggio di quelli brutti, perchè è il risveglio che poi ti frega. Non arriverebbe la signora Brambilla, che mi metterebbe a sedere sulle sue ginocchia, anche se oramai ho diciasette anni, e non arriverebbe l’ingegnere, a cui basterebbe accendere l’abat-jour sul mio comodino per farmi capire che tutto è a posto.
Non arriverebbe mamma, certo: e avvolta nella sua nuvola di muschio bianco non potrebbe giurarmi è finito, era solo un incubo, adesso ci sono io.

Viviamo tutti all’oscuro di qualcosa che ci riguarda, no? Tutti.
Non possiamo sapere perchè la nostra professoressa ogni tanto arriva in classe con le occhiaie, per esempio. Oppure perchè il panettiere che ci fa sempre una battuta spiritosa, in certi giorni non vada per niente di scherzare. (…) Non sappiamo chi è passato prima di noi a un bagno pubblico che puzza da fare schifo. Perchè il cane che abbiamo trovato è stato abbandonato. (…) Che cosa dicono le persone quando parlano di noi ma noi non ci siamo: nemmeno questo sappiamo. Possiamo illuderci d’immaginarlo, ma non lo sappiamo. E poi, un mondo di altre cose. (…) Ma quello che soprattutto non sappiamo è quale, fra le persone con cui siamo abituati ad avere a che fare, sarà la prossima a morire. E allora, se perfino nonostante questo continuiamo a vivere come se niente fosse, che sarà mai andare avanti senza sapere fino in fondo chi era il nostro Primo Fidanzato?

“Dunque conoscere una persona significa permetterle di darci o toglierci qualcosa. Significa farla entrare nella nostra esistenza: fargliela sporcare, il giorno che quella persona avrà le scarpe piene di fango. Fargliela illuminare, se a quella persona verrà in mente di portare con sè una lampadina. Fargliela modificare, insomma. Mentre noi modifichiamo la sua. Senza che magari nessuno – nè noi nè quella persona – mentre succede, se ne renda conto.”

Categorie: lettura
Tags: , , , , , , , ,

Scrivi un commento