Tina Polidoro del primo piano
13 gennaio 2012

Estratti da “Le luci nelle case degli altri” di Chiara Gamberale.

Se gli esseri umani possono dividersi fra quelli che si sentono in diritto di esistere e quelli che invece si sentono in dovere di farlo, lei sicuramente era fra questi ultimi. Le era proprio impossibile considerare un’ingiustizia che la sua vita, a guardarla bene, apparisse come una lunga, ininterrota sequenza di rogne: anzi. Si sentiva perfino fortunata per non essersi mai trovata fra i piedi il tranello di una speranza, così da potersi abituare senza inutili distrazioni alla solitudine che si era piantata subito nella sua vita per germogliare in giorni, mesi: sessantanove anni.
Non pensava di meritarsi niente di buono, tutto qui e non perchè avesse mai fatto qualcosa di male. Questo no. Ma perchè ci sono quelli che vengono fuori di testa e ce ne sono pochi che invece vengono fuori di piedi: Tina era uscita di piedi. Causando subito difficoltà, all’ostetrica e a quella poveraccia di sua madre, che per tutta la vita non aveva mai smesso di rinfacciarglielo. (…)

Tornava a casa e si scaldava otto tortellini, ogni sera: la mattina alle sei e cinquanta insieme al caffè metteva una pentola d’acqua sul fuoco e ne faceva bollire sedici. Era un’abitudine che aveva preso ai tempi della scuola, prima di andare in pensione, di modo da poter tornare a casa anche alle due se c’era la riunione con i genitori, e trovare comunque ad accoglierla un pranzo già pronto. Bastava scaldarli, i sedici tortellini. E gli otto che rimanevano già le assicuravano la cena.
A volte li condiva con il sugo, a volte con il burro. Dipendeva. C’erano giorni in cui percepiva di essere fra quelli che se non c’è del pomodoro non consideravano un primo piatto un primo piatto, altri in cui si includeva fra quelli per cui fa lo stesso, basta che si mangi.

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