“Il senso del dolore” di Maurizio de Giovanni
6 ottobre 2012

Vedeva i morti. Non tutti e non a lungo: solo quelli morti violentemente, e per un periodo di tempo che rifletteva l’estrema emozione, l’energia improvvisa dell’ultimo pensiero. Li vedeva come in una fotografia che fissava il momento in cui si era conclusa la loro esistenza, con i contorni che andavano man mano sbiadendo fino a scomparire: anzi come in una pellicola, di quelle che aveva visto qualche volta al cinematografo, che però replicava sempre la stessa scena. L’immagine del morto con i segni delle ferite e l’espressione dell’ultimo attimo prima della fine; e le ultime parole, ripetute incessantemente, come a voler finire un lavoro cominciato dall’anima prima di essere strappata via.
Sentiva l’emozione, più di tutto: coglieva di volta in volta il dolore, la sorpresa, la rabbia, la malinconia. Perfino l’amore: ricordava spesso, nelle notti un cui la pioggia batteva alla sua finestra e lui non riusciva a prendere sonno, la scena di un delitto in cui l’immagine di un bambino, seduto nel catino in cui era morto affogato, allungava la mano proprio verso il punto in cui si trovava la madre, a cercare aiuto dalla sua stessa assassina. Ne aveva percepito tutto l’amore incondizionato ed esclusivo. Un’altra volta si era trovato davanti al cadavere di un uomo pugnalato dall’amante pazza di gelosia nel momento dell’orgasmo: ne aveva colto l’intensità del piacere ed era dovuto uscire in tutta fretta dalla stanza, il fazzoletto premuto sulla bocca.

Ricciardi (…) gli dava un’emozione particolare. A vederlo da lontano era un uomo senza caratteristiche evidenti: statura media, corporatura media, abbigliamento di medio valore. Ma don Pierino ne aveva incrociato lo sguardo, quando era arrivato sulla scena del delitto. E quegli occhi, quegli occhi avevano raccontato tutto. Don Pierino, abituato a cercare e trovare la verità dietro l’espressione, aveva avuto l’impressione di affacciarsi su un panorama multiforme.
C’era dolore: un dolore vecchio ma sempre vivo. Un dolore che era un antico compagno. Solitudine. Intelligenza e una vena di ironia, di sarcasmo, col sovrintendente che gli balbettava vicino. Era stato solo un attimo, ma il prete aveva intuito una personalità complessa e travagliata.

“Siamo tutti sconvolti, commissario. Il teatro è un posto di gioia e di sentimento, a teatro la gente trova, e deve trovare, requie dalla follia della vita quotidiana. E di questi tempi di follia ce n’è tanta, non trovate? Allora non te lo aspetti, che la follia arrivi ad un passo dalla scena. Sembra proprio Pagliacci, con Canio che uccide Nedda e Silvio in scena, e la gente non capisce subito se è realtà o finzione. Non capisce mai subito, se è realtà o finzione”.

“La dannazione. Credetemi, padre, se vi dico che la dannazione per voi è solo una parola. Credetemi se vi dico che la dannazione è la percezione quotidiana del dolore. Il dolore degli altri che diventa tuo, che ti brucia sulla pelle come una frustata, che ti lascia una ferita che non guarisce, che continua a sanguinare, che ti infetta il sangue”.

Categorie: lettura · teatro
Tags: , , , , , , , , , , , , ,

Scrivi un commento