“Un Natale in giallo”
25 dicembre 2012

di Costa, Flamigni, Giménez-Bartlett, Malvaldi, Pastor, Piazzese, Recami

un natale in giallo“Un Natale di Petra” di Alicia Giménez-Bartlett

Mentre tornavo a casa e pensavo a cosa non avrei fatto per amore, di cose me ne vennero in mente parecchie. Non avrei ammazzato nessuno, per esempio. Non mi sarei lasciata umiliare come il povero Sergio, per esempio. E nemmeno manipolare come Sandra. No, l’amore non significa tutto, certo che no. Speravo di non sentirmi in colpa per quelle puntualizzazioni quando mi sarei distesa accanto a Marcos.
Era profondamente addormentato quando arrivai. In tutta la casa aleggiava ancora un soave aroma di tacchino tartufato. Mi infilai nel letto facendo pianissimo ma mio marito mi parlò nel dormiveglia.
“Petra, sei qui? E’ andato tutto bene?”
“Tutto bene Marcos, dormi”.
Lo bacia sulla fronte e mi voltai su un fianco. Lui parlò di nuovo.
“Petra”.
“Dimmi”.
“Buon Natale”.
“Buon Natale, Marcos”.
Ero così stanca che la frase che avevo appena pronunciato mi parve addirittura avere un senso.

“Come fu che cambiai marca di whisky” di Santo Piazzese

Forse l’idea di un po’ di focolare domestico l’allettava quanto una volta avrebbe messo in fuga il sottoscritto. Ne parlo al passato perché per me da qualche tempo non è più così. In epoche non troppo remote, l’idea di una vigilia di Natale in famiglia, tutti insieme appassionatamente, come minimo mi avrebbe scatenato una variante mortale di acne e mi avrebbe fatto allisciare di colpo tutti i capelli. Il Natale mi incattiviva di brutto.
Ora, invece, pensavo all’evento quasi con una sensazione di piacevole aspettativa. Ci doveva del vero nella faccenda del calo ormonale.

“A Natale con chi vuoi” di Carlo Flamigni

E poi arriva l’ora del cenone, a tavola c’erano tutte le persone che con la famiglia avevano o avevano avuto comunione di vita, persino i baliotti, quelli che la nonna aveva allattato assieme ai suoi figli e che erano rimasti più attaccati a lei che ai genitori genetici.
Il cenone di Natale, comunque, Primo se lo ricordava sempre uguale, straripante, ipercalorico.
Prosciutto, musotto, coppa e salsiccia matta per cominciare; due minestre, asciutta la prima e in brodo la seconda, rigorosamente cappelletti; bollito, a dir misto lo si penalizza, cappone, testina di vitello, cervello, cotechino, manzo; poi polli arrosto e salsicce ai ferri, con una varietà di patate, in umido, arrosto, fritte, al forno, e verdure a piacere, dai pomodori alla lattuga; piadina, dall’inizio alla fine; ciambella, zuppa inglese alta una esagerazione e un po’, crema, savoiardi con l’alchermes, cioccolata, savoiardi con l’alchermes, crema… Vino, naturalmente, Trebbiano, Sangiovese, e Albana dolce. Grappa. E alla fine qualcuno recitava poesie di Stecchetti e qualcuno, semplicemente, finiva sotto il tavolo semisvenuto.

“La mossa del geco” di Gian Mauro Costa

“Minchia che camurrìa”.
La filosofia di Enzo Baiamonte sul Santo Natale si riassumeva in quest’unica, fulminante, riflessione. E non si poteva dire che ci fosse arrivato con la maturità dei cinquanta. Perché, anche all’età dell’incantamento infantile, i suoi pensieri erano, minchia in meno e camurrìa in più, gli stessi. Una camurrìa doppia perché, in primis, sua mamma si ostinava, ogni Immacolata, a tirar fuori dal ripostiglio lo scatolone del presepe pieno di muschio rinsecchito, casette di cartapesta e tutti i personaggi annesi e connessi, e lo costringeva a passare un pomeriggio intero a realizzare con lei “il paese di Gesù bambino” sul ripiano della credenza.

La seconda camurrìa consisteva nel pranzo del 25 a casa dello zio Ciccio, ogni anno con lo stesso micidiale copione: pasta al forno, castrato con patate a spezzatino, finocchio (“che sgrascia la bocca”) e cassata. Poi, un giro di tombola. E, manco a dirlo, mai che Enzo vincesse un ambo. Per non parlare dei “regalini”: riusciva a rimediare ora un paio di calzettoni, ora un berretto con la visiera, al massimo un paio di guanti o, per cambiare genere, una scatola di biscotti. La giustificazione ufficiale era che i doni per i bambini, a Palermo li portavano i morti, il 2 novembre. E portavano, giusto in tema, pistole, fucili, e tutt’al più bambolotti alle bambine. Ma siccome alla madre di Enzo questa storia degli estinti faceva un po’ d’impressione, lui andava in bianco sia sul fronte dei morti che su quello dei vivi.
Non ci fosse stata Adelina, l’unica parente rimasta e fornita di marito e figli, non solo il Natale non lo avrebbe più festeggiato ma lo avrebbe cancellato dal calendario insieme a Santo Stefano e a un gruppetto di altri martiri della fede.

“L’esperienza fa la differenza” di Marco Malvaldi

Non tutto il male vien per nuocere, questo si sa; quell’anno, però, questo proverbio aveva assunto una notazione particolare quando Ampelio aveva detto a Massimo, il ventitré mattina, che nonna Tilde aveva l’influenza. (…)
E così, per la prima volta da vent’anni, niente cenone in casa di nonna Tilde. Il che significava niente crostini col sugo di fegatini millenari, niente pesce finto (terribilissimo laterizio semicommestibile a base di tonno e patate, di nessun gusto e di ancor meno digeribilità) e nessuna delle mille declinazioni di fritto che caratterizzavano il cenone natalizio da sempre. Al loro posto la cucina di Tavolone: polpo grigliato con purè di patate e finocchi, risotto al prosecco con zucchine e fiori di zucchina fritti, grigliata di gamberi imperiali con fagioli del purgatorio, e per finire il pandoro fatto in casa da Tavolone medesimo, tagliato, scaldato trenta secondi in forno e servito con una coppetta di gelato a parte.

E poi la tombola, certo, subito prima dei regali; chi vinceva la tombola infatti non vinceva nulla, solo il diritto ad essere quello che distribuiva i regali, messi sotto l’albero già dal pomeriggio.
Massimo adorava, per motivi non chiari, quell’assurdo rituale, che non aveva niente di sensato; a partire dal fatto che il delegato a estrarre i numeri era da tempo immemorabile lo zio Italo, il quale non ci vedeva un’ostia nonostante lenti spesse come un tramezzino, e che un Natale aveva chiamato tre volte il cinquantasei.
E, ancora con l’animo del bambino, Massimo adorava i regali; sia farli che riceverli. Gli piaceva, specialmente, trovare il regalo giusto per la persona impossibile, come la volta che aveva regalato ad Ampelio un piccolo cuscino pieno di noccioli di ciliegia, da mettere nel microonde, che poi rilasciava calore per un’ora o due. Suo nonno lo aveva guardato, aveva bofonchiato un ringraziamento a mezza bocca e lo aveva messo lì, salvo poi andarci a dormire tutte le notti da settembre a maggio, e sbraitare se la Tilde tentava di usarlo lei, qualche volta.

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