“La pizza per autodidatti” di Cristiano Cavina
23 ottobre 2016

Anche a fissarla molto intensamente, una pizza non cuoce più in fretta.

Se non la fisserete molto intensamente, si brucerà.

Quando siete in ritardo, il tempo smette di scorrere dentro il forno, mentre vola per chi aspetta a tavola.

Quando tutto fila liscio, non ci sarà mai nessuno a guardarvi.

Appena si presenterà un qualsiasi problema, un divertito spettatore si materializzerà al vostro fianco.

Quando comprerete un condimento particolare che tenete tanto a far assaggiare, nessuno lo vorrà.

Il giorno in cui deciderete di non comprarlo più, sarà il giorno in cui ve lo chiederanno.

Quando finirete un qualsiasi condimento, sarà proprio quello di cui i vostri ospiti all’improvviso non potranno fare a meno.

Se dopo cinque minuti il suo piatto non è arrivato, l’umanità in generale aspetta a tavola come se fosse seduta su una sedia elettrica.

Non abbattetevi: nella vita non si smette mai di sbagliare.

Fare le pizze è come amare qualcuno.
Deve venire facile.
Quando si inizia a faticare vuol dire che c’è qualcosa che non va.
E in entrambe queste cose nella mia vita, quando non veniva facile era solo colpa mia, ma ero sempre troppo distratto e inquieto per rendermene davvero conto.
Forse non imparerò mai come impastare gli ingredienti dell’amore, ma con le pizze, alla fine ho capito come si fa.
Nasciamo tutti autodidatti in questo mondo, e alcuni le cose ci mettono un po’ più di tempo a impararle.

Diedi la mia prima intervista proprio in pizzeria, a un giornalista del «Corriere della Sera».
La prima domanda che mi fece, la prima domanda in assoluto a cui ho mai dovuto rispondere come scrittore, è stata se il mio libro era inventato o c’era qualcosa di autobiografico.
Il libro era ambientato a Casola, gli amici del protagonista avevano i nomi dei miei amici, la sua bicicletta era la mia bicicletta, perfino il suo indirizzo coincideva con il mio.
“C’è qualcosa di autobiografico?” mi chiese il giornalista.
“Niente” risposi io.
Non sapevo come rispondere. Di solito gli scrittori nelle interviste che mi capitava di leggere parlavano di come fosse necessario allontanarsi dalla propria vita per raccontare il mondo da un punto di vista universale, e io invece ero completamente impastato nel mio mondo: non conoscevo nient’altro.
La seconda domanda fu cosa si provasse a essere uno scrittore.
Io mi guardai intorno.
Avevo la sala piena, stavo rispondendo mentre sfornavo le pizze.
“Ma io faccio il pizzaiolo…” mi permisi di far notare.
Sono passati più di dieci anni da quel giorno, e non è che sia cambiato molto, se non che ormai non so più chi sono, di preciso. (…)
Quando mi chiedono che mestiere faccio, rispondo il pizzaiolo, anche se molti non ci credono più.
Soprattutto non ci credono i giornalisti.
Quando mi intervistano, hanno questa idea che per me sia solo un vezzo, quello di spacciarmi per pizzaiolo. Pensano che l’abbia fatto per due mesi, d’estate, da ragazzo.
E accompagnano questi loro pensieri con un sorriso malizioso, come se avessero scoperto un mio peccato di gioventù.
Ci sono lettori che vengono apposta su a Casola per controllare se è vero.
E sono molto soddisfatti quando mi vedono vestito di bianco dietro il bancone, sembrano sollevati e felici e io sono contento, perché so di non aver tradito la loro fiducia.

Non si può insegnare a fare la pizza.
Al massimo, si può avvertire degli errori che si faranno.
Spiegare da dove arriveranno e perché.
È una scuola solitaria, che frequentiamo in compagnia delle nostre mani, dei nostri occhi, del nostro palato e del nostro naso. Tutto qua.
Quando alla fine ci riusciamo, non abbiamo imparato a fare la pizza.
Abbiamo imparato a fare la nostra pizza, diversa da tutte le altre.
Credo che sia proprio questo il bello.

Categorie: cibo · lettura
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