foto di Elena Fiorio - Burano maggio 2009
Softie: un disegno che diventa peluche
25 maggio 2019

Scarabocchi mostrocchi..


Wendy Tsao, fondatrice di Child’s Own Studio, trasforma disegni di bambini in simpaticissimi pupazzi trimensionali.

Artista e mamma canadese, originaria di Vancouver, ha iniziato facendo diventare i disegni dei propri figli straordinari peluche. Ha realizzato il primo "softie", nel 2007, a partire dall'autoritratto disegnato dal figlio di 4 anni che per lei aveva un significato particolare: "L'ho amato perché è stato il suo primo sforzo creativo di dare un senso al suo mondo" dice.

Da allora, ha stupito bimbi di ogni nazione materializzando per loro nuovi compagni di giochi ispirati a tutto ciò che hanno disegnato, da gatti arcobaleno a mostri a tre teste, senza alcun limite alla fantasia.
Le creazioni di Wendy riflettono l'immaginazione dei bambini e lei spiega: "Ogni softie è un progetto artistico tra me e il bambino, dove io faccio del mio meglio per catturare a mio modo lo spirito del disegno".

Child’s Own Studio, grazie a un team di artigiani di talento, realizza con amore e cura dei dettagli circa 120 pupazzi all'anno. Collabora inoltre con organizzazioni no-profit e scuole che promuovono programmi che valorizzano la creatività dei più piccoli.

www.childsown.com
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Vita privata
18 ottobre 2018

Ciao mamma...

"Non so perchè le persone siano così entusiaste di rendere pubblici i dettagli della loro vita privata. Dimenticano che l'invisibilità è un super-potere." Banksy

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“Il testimone” di Francesco Recami
14 agosto 2017

Dalla raccolta "Viaggiare in giallo" di Giménez-Bartlett, Malvaldi, Manzini, Recami, Robecchi, Savatteri

Andarono a giocare al parco giochi, un giardinetto spelacchiato. Raul pisciava lontanissimo e sapeva fare dei rutti lunghissimi, dopo essersi riempito di coca-cola. Coca-cola? Per Enrico si trattava di una sostanza proibitissima, la mamma non gliela aveva mai fatta neanche vedere da lontano e lui era certo che a berla si andava all'inferno o anche peggio. E a quel bambino permettevano di bersene un bottiglione! Enrico era sbalordito. Quello beveva a bottiglia, senza fermarsi mai. Ma com'è che non moriva sul colpo?
Ma invece di morire quello faceva dei rutti spaziali e ruttando diceva «Alabuenadedios» o qualcosa del genere.
«Me la fai assaggiare?» riuscl a chiedere intimorito l'Enrico, controllando che la mamma non stesse guardando da quella parte.
Raul gli offrì il boccione, continuando a fare rutti smisurati.
Enrico sollevò il bottiglione e dette alcune piccole sorsate, e in breve fu l'estasi.
La coca-cola era una bibita meravigliosa, che ti riempiva la bocca e il naso di un gas dai poteri mega e ti faceva sentire benissimo. Enrico ne dette altre sorsate, sempre più consistenti. E poi l'effetto magico, il rutto. Anche Enrico proruppe in un colossale, se proporzionato al suo fisico mingherlino, rutto, che uscì mezzo dalla bocca e mezzo dal naso. Era questa la droga?
I grandi ti proibiscono sempre le cose migliori.
Insomma Enrico si ambientò e trascorse due giorni di sano divertimento coi suoi amici, passando il tempo a fare la pipì nella piscina e a tirarsi le borse di plastica piene d'acqua. L'unico timore di Enrico era che la mamma venisse a scoprire che lui aveva bevuto (e continuava a bere!) coca-cola. Lo avrebbe messo in prigione?

Partirono con la Doblò a fare un giro. Prima andarono alla Punta delle Oche, dove le oche non c'erano. Poi arrivarono al faro di Capo Sandalo, dove di sandali non ce n'era neanche uno spaiato, poi alle saline dove il sale non c'era, invece c'erano tanti uccelli col becco a punta. Infine raggiunsero le tonnare, e la signora Grazia spiegò che le tonnare lì non c'erano più. Insomma, in quel posto i nomi li davano a caso. Però erano tutti bellissimi e fantastici, Enrico avrebbe desiderato una macchina da presa per girare dei filmini, così si risparmiava la fatica di fare i disegni.
La tonnara fu il posto che lo magnetizzò di più, anche perché il nonno gli spiegò, in modo un po' semplicistico, come facevano a catturare i tonni. Li facevano entrare in certi canali, li imprigionavano lì e poi li prendevano a mazzate. Il mare si tingeva di rosso, per via di tutto il sangue. Enrico ne rimase molto impressionato.
Sulla punta c'era una piazzola panoramica da dove si vedeva un'isoletta minuscola e spoglia. «Quella si chiama Isola Piana» ed era effettivamente piana, non c'era una collinetta a pagarla oro. Meno male, pensò Enrico.

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Il sorriso nel piatto
1 settembre 2015

Iniziamo settembre con un sorriso...


Bento Days è il sito di Jean, una mamma di Singapore, che cucina per i suoi tre bambini simpaticissimi piatti capaci di strappare un sorriso a grandi e piccini.
Guardare per credere!

bentodays.com

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Operatore call center vs. marmocchio
15 marzo 2012

Notizia pubblicata oggi...

Como - Denunciato per molestie telefoniche un operatore di call center che al rifiuto di un bimbo di tre anni di passargli i genitori avrebbe aggredito verbalmente il piccolo chiamandolo "marmocchio" e svelandogli "Babbo Natale non esiste e la Befana è tua mamma".

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“Le luci nelle case degli altri” di Chiara Gamberale
15 ottobre 2011

Prima o poi, presto o tardi, qualcosa ci spaventa, ci fa davvero male: e allora chiudiamo le saracinesche al resto. Ecco perchè il mondo diventa incompresibile! Perchè ci sembra di farne parte, di stare male o stare bene assieme agli altri, ma non è vero. Siamo più concentrati su quello che teniamo chiuso dentro di noi, dietro le saracinesche abbassate, che su quanto succede là fuori: e non ci capiamo più niente di niente.

(...) se le mamme muoiono e i papà latitano e i gatti spariscono e gli amici litigano e le coppie si lasciano, và da se che le ragazze di quattordici anni s'innamorano, altrimenti non si capisce quale motivo avrebbero per partecipare a questo gioco?

Perchè se mi svegliassi nel cuore della notte per un incubo su Porcomondo e mi mettessi a gridare aiuto, nessuno arriverebbe di corsa qui, da un'altra stanza. Ecco perchè. Perchè non arriverebbe Tina: le margherite bianche del suo vestito blu non rischiarirebbero il buio. Non arriverebbe Cate a farmi notare, carissima e lucida: "Non lo vedi, Mandorla, che sei in camera tua? Non vedi che non c'è nessun Porcomondo?". Non arriverebbe Samuele, che ci metterebbe un po' a capire cosa succede, ma comunque mi inviterebbe ad andare in cucina, a mangiare pane e Nutella. Non arriverebbero Paolo e Michelangelo, che mi porterebbero nel letto grande per continuare la notte in mezzo a loro, con la televisione accesa sul canale di un documentario così noioso da farmi riprendere sonno all'istante. Non arriverebbe Lidia, a interpretare l'incubo, e non arriverebbe Lorenzo, che penserebbe di consolarmi sostenendo che i sogni felici sono ancora peggio di quelli brutti, perchè è il risveglio che poi ti frega. Non arriverebbe la signora Brambilla, che mi metterebbe a sedere sulle sue ginocchia, anche se oramai ho diciasette anni, e non arriverebbe l'ingegnere, a cui basterebbe accendere l'abat-jour sul mio comodino per farmi capire che tutto è a posto.
Non arriverebbe mamma, certo: e avvolta nella sua nuvola di muschio bianco non potrebbe giurarmi è finito, era solo un incubo, adesso ci sono io.

Viviamo tutti all'oscuro di qualcosa che ci riguarda, no? Tutti.
Non possiamo sapere perchè la nostra professoressa ogni tanto arriva in classe con le occhiaie, per esempio. Oppure perchè il panettiere che ci fa sempre una battuta spiritosa, in certi giorni non vada per niente di scherzare. (...) Non sappiamo chi è passato prima di noi a un bagno pubblico che puzza da fare schifo. Perchè il cane che abbiamo trovato è stato abbandonato. (...) Che cosa dicono le persone quando parlano di noi ma noi non ci siamo: nemmeno questo sappiamo. Possiamo illuderci d'immaginarlo, ma non lo sappiamo. E poi, un mondo di altre cose. (...) Ma quello che soprattutto non sappiamo è quale, fra le persone con cui siamo abituati ad avere a che fare, sarà la prossima a morire. E allora, se perfino nonostante questo continuiamo a vivere come se niente fosse, che sarà mai andare avanti senza sapere fino in fondo chi era il nostro Primo Fidanzato?

"Dunque conoscere una persona significa permetterle di darci o toglierci qualcosa. Significa farla entrare nella nostra esistenza: fargliela sporcare, il giorno che quella persona avrà le scarpe piene di fango. Fargliela illuminare, se a quella persona verrà in mente di portare con sè una lampadina. Fargliela modificare, insomma. Mentre noi modifichiamo la sua. Senza che magari nessuno - nè noi nè quella persona - mentre succede, se ne renda conto."

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