foto di Elena Fiorio - Burano maggio 2009
Vita privata
18 ottobre 2018

Ciao mamma...

"Non so perchè le persone siano così entusiaste di rendere pubblici i dettagli della loro vita privata. Dimenticano che l'invisibilità è un super-potere." Banksy

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L’AMSA e il senso della vita
31 luglio 2018

Quando, in un periodo come questo, sgattaioli fuori da una chiesa durante un funerale, per tentare di riprendere almeno a respirare, e ti trovi davanti un furgone dell'AMSA con scritto sulla fiancata "Nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma" non ti resta che pensare che la vita sia proprio una gran presa per il culo...

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“Amori, crimini e una torta al cioccolato”
1 luglio 2018

di Sally Andrew
Un'indagine di Tannie Maria.

Non è buffa, la vita? Sai, per come le cose ne provocano altre in modo inaspettato.
Quella domenica mattina ero in cucina a rimestare la confettura di albicocche nella pentola di ghisa. Era una di quelle giornate terse d'estate nel Klein Karoo e mi godevo la brezza che entrava dalla finestra.
«Hai un profumo delizioso» dissi all'appelkooskonfyt. (...)
Mia madre era afrikaner e mio padre inglese, e le due lingue in me sono mischiate. Mangio in afrikaans e discuto in inglese, ma quando devo imprecare torno subito all'afrikaans.
L'appelkooskonfyt stava proprio venendo come si deve, densa e chiara, quando sentii l'auto. Aggiunsi alla confettura qualche armellina e una stecca di cannella, ignara che l'auto stesse portando il primo ingrediente di una ricetta di amore e crimine.
Ma forse la vita è come un fiume che scorre incessante avvicinandosi e allontanandosi dalla morte e dall'amore. Avanti e indietro.

Mia madre mi ha trasmesso l'amore per la cucina, ma è stato solo rendermi conto di quale pessima compagnia fosse mio marito a farmi capire che ottima compagnia potesse essere il cibo. Qualcuno potrebbe pensare che gli do troppa importanza. Be', lasciamo pure che lo pensi. Senza cibo sarei molto sola.

«Credo che dovremmo parlare con lui» dissi.
«Ma lui vorrà parlare con noi?» disse Hattie. «Mi sa che non è uno molto cordiale».
«Ho una fetta di quella torta al cioccolato e un panino con l'agnello arrosto» spiegai. «Con senape e cetriolini. Questo potrebbe indurlo a parlare».
«Non credo che dovremmo dare torta e agnello a quel bastardo» ribadì Jessie. «Si merita un bel calcio nelle palle».
«Quell'uomo ha una pistola, sai» disse Hattie. «Ma sono d'accordo: è più probabile che parli a una tannie che gli porta del cibo che a un paio di giornaliste investigative».
«D'accordo» concluse Jessie. «Tu puoi provare ad andare con il cibo e io ti aspetto fuori. Se gridi, arrivo di corsa con quel calcio. E uno spray al peperoncino».
Jessie mi sarebbe stata utile, ai tempi di mio marito Fanie.

Rosolai la pancetta affumicata e tostai il mio pane casereccio, poi preparai dei sandwich con pancetta e marmellata di arance e li misi in un Tupperware come spuntino da mangiare con Jessie più tardi. Ne preparai uno in più che sbocconcellai sullo stoep, guardando il ventre gonfio delle nuvole farsi rosa e poi rosso sangue. Poi di nuovo grigio, sempre più vicino, più grosso, più scuro. So che me ne sarei dovuta rallegrare, perché da qualche parte lì dentro c'era la pioggia, ma avevano un aspetto così cupo e pesante che nelle loro forme vedevo facce di uomini dalle barbe scure, con brutti pensieri nelle fronti rigonfie. Mio marito Fanie era morto e sepolto, ma a volte avevo l'impressione che fosse ancora con me, come un cattivo sapore in bocca.

Mentre tornavo alla macchina, mi chiesi che cos'avrei fatto se avessi pensato che stava arrivando la fine del mondo. Non credo in Dio o nella chiesa o cose del genere, per cui dubito che passerei il mio tempo a pregare o a elevarmi spiritualmente. Penso che cucinerei qualcosa di buono. Ma che cosa? E chi inviterei a mangiare?
La mia mente corse al pranzo con l'ispettore Kannemeyer (...)

Preparare i vetkoek con la carne speziata è un'arte messa a punto da generazioni e generazioni di tannie sudafricane. Mentre masticavo soddisfatta, pensai con gratitudine a tutte loro, e in particolare a mia madre, che mi aveva insegnato a farli. Lì nella mia cucina, addentando quel vetkoek ripieno, ebbi quel genere di sensazione che ci si aspetta quando si va in chiesa pieni di fede.
Ho detto che non credevo in niente, che la mia fede era volata via dalla finestra, ma forse non era vero. Credevo nei vetkoek ripieni e in tutte le tannie che li avevano fatti. Se fosse arrivata la fine del mondo, ecco cos'avrei preparato.

«Voi in che cosa credete?» domandai a Harriet e Jessie. (...)
Non risposero, così preparai le tazze: tè per Hattie e caffè per Jess e me.
«Abbiamo tempo fino al 21 dicembre per credere in qualcosa» continuai.
«Oh, cielo» esclamò Hattie. «Hai parlato con gli avventisti? Di' la verità».
«La fine del mondo è vicina» fece Jessie con il tono di quella a cui non importa nulla.
«Oh, andiamo. Quelli sono fuori di testa».
«Comunque siamo destinati a morire tutti» disse ancora Jessie. «Se non il 21 dicembre, prima o poi».
«Mi sa di sì» fece Hattie, alzandosi per prendere il suo tè. (...)
«Io vorrei un po' di vita prima della morte» dissi.
Jessie alzò gli occhi dal computer. Harriet mi lanciò uno sguardo perplesso.
«Tutto bene, Maria?» chiese.

Tannie: letteralmente zietta. Modo rispettoso afrikaans per indicare una donna coetanea o più anziana, tradizione un po' antiquata ma ancora diffusa nelle piccole città.
Stoep: veranda particolarmente confortevole e con una spendida vista.
Vetkoek: letteralmente torta grassa, è una focaccia di pasta di pane fritta.


Piacevolissimo libro salvato da un'onda anomala di succo di arancia rossa...

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“4 3 2 1” di Paul Auster
20 aprile 2018

Complesso... e in questo periodo la concentrazione non è il massimo, ma sono contenta di averlo letto...

Lo so, lo so, sono l'uomo più fortunato della terra, ripetendo a bella posta le parole pronunciate da Lou Gehrig allo Yankee Stadium dopo aver scoperto che stava morendo della malattia che avrebbe preso il suo nome. Sei in una botte di ferro, disse la madre di Ferguson. Si, infatti, proprio una botte di ferro, e com'era grande e meraviglioso il mondo se non ti fermavi a guardarlo troppo da vicino.

Ferguson (...) avrebbe inventato altre tre versioni di se stesso e raccontato le loro storie insieme alla sua storia (grossomodo la sua storia, perché anche lui sarebbe diventato una versione romanzata di se stesso), e scritto un libro su quattro persone identiche ma diverse con lo stesso nome: Ferguson.
Un nome nato da una barzelletta sui nomi. La battuta finale di una barzelletta sugli ebrei polacchi e russi che avevano preso una nave ed erano venuti in America. Senza dubbio una barzelletta ebraica sull'America (...)
Stava ancora percorrendo le due strade che aveva immaginato a quattordici anni (...) e sempre, fin dall'inizio della sua vita consapevole, con la sensazione costante che i bivi e le parallele delle strade prese e non prese fossero tutti percorsi dalle stesse persone nello stesso momento, le persone visibili e le persone ombra, che il mondo effettivo fosse solo una piccola parte di mondo, poiché la realtà consisteva anche in quello che sarebbe potuto succedere ma non era successo, che una strada non fosse né meglio né peggio di un'altra, ma il tormento di vivere in un solo corpo stava nel fatto che dovevi essere sempre su una strada soltanto, anche se avresti potuto essere su un'altra, in viaggio verso un posto completamente diverso.
Identici ma diversi, ovvero quattro ragazzi con gli stessi genitori, lo stesso corpo e lo stesso corredo genetico, ma che vivevano ognuno in una casa diversa in una città diversa in circostanze a sé stanti. Sballottati qua e là dagli effetti di queste circostanze, i ragazzi avrebbero cominciato a differenziarsi con il procedere del libro, gattonando o camminando o galoppando attraverso infanzia, adolescenza e prima età adulta come personaggi sempre più distinti, ognuno per la propria strada, eppure tutti quanti ancora la stessa persona, tre versioni immaginarie di sé, con l'aggiunta di se stesso in qualità di Numero Quattro, l'autore del libro, ma a quel punto lui ancora ignorava i dettagli del libro, avrebbe capito cosa stava cercando di fare solo dopo avere iniziato a farlo, l'essenziale era amare quegli altri ragazzi come se fossero veri, amarli quanto amava se stesso (...)
Dio non era in nessun luogo, si disse, ma la vita era ovunque, la morte era ovunque, e i morti e i vivi erano uniti.
Solo una cosa era certa. Uno alla volta, i Ferguson immaginari sarebbero morti (...) ma solo quando avesse imparato ad amarli come se fossero veri, solo quando il pensiero di vederli morire gli fosse diventato insopportabile, e poi sarebbe stato di nuovo solo con se stesso, l'ultimo sopravvissuto.
Di qui il titolo del libro: 4 3 2 1.

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“Once Upon a Zombie. Il colore della paura”
1 ottobre 2017

di Billy Phillips e Jenny Nissenson

All'improvviso, due delicate mani fredde e morte la afferrarono per le spalle.
Caitlin si ritrovò strattonata indietro e sentì un naso gelido che le annusava la nuca.
«Non provarci neanche, Cindy!» esclamò la ragazza dai lunghi capelli.
«Giusto un assaggio?» replicò la voce a cui corrispondevano quelle mani graziose.
«Un assaggio non basta mai!» ribatté Lunga Chioma. «Lo sai che un morso tira l'altro. Guarda che non sto scherzando, Cenerentola! Lasciala andare!»
Ma che...
Cenerentola?

Le delicate mani morte voltarono di scatto Caitlin, che si ritrovò a fissare dal vivo il volto della vera...
Cenerentola?
Solo che Cenerentola non era proprio viva, anzi. Aveva la carnagione grigio bianca della morte, le guance appena incavate e gli occhi cerchiati di scuro, come un demone uscito dal sepolcro. Eppure manteneva integra una sfuggente bellezza. E per quanto fosse in via di decomposizione, i suoi capelli biondi e le unghie lucide parevano ben curati. Caitlin aveva sempre adorato la fiaba di Cenerentola. Rimase lì a fissarla con ammirato stupore. (...)
La morta dalla lunga chioma fece guizzare un sorriso di scuse.
«Vi prego di perdonarmi, ho dimenticato le buone maniere: non mi sono ancora presentata. Mi chiamo Raperonzolo.»
La bimba che c'era in Caitlin si ritrovò doppiamente colpita... e sorpresa.
Come ho fatto a non riconoscerla dopo aver visto quelle lunghe e meravigliose trecce dorate?
«Dove mi trovo?» domandò Caitlin. (...)
Raperonzolo lanciò uno sguardo di disapprovazione a Cenerentola. Proprio in quel momento, un'altra zombie apparve dal nulla. La nuova arrivata era piacevolmente snella e aveva capelli nero corvino, labbra rosso ciliegia e un volto pallido, di un bianco lucente.
Bianco come... come... la neve? Non poteva essere! O invece sì?
«Sono Biancaneve.» disse la zombie facendo la riverenza. «Piacere di conoscervi.»
Caitlin sbatté gli occhi.

Raperonzolo sfoderò un gran sorriso. «C'è ancora un'amica che voglio presentarti. Guarda dietro di te.» Caitlin si girò di scatto e poco distante vide un'attraente zombie dai capelli biondo cenere.
I suoi occhi scintillarono di stupore. «Tu sei... La Bella Addormentata!»
Bella tese la mano pallida. «È un onore conoscerti, Caitlin.» (...)
La Bella Addormentata tirò fuori uno specchietto compatto e iniziò a picchiettarsi sul naso un piccolo piumino da cipria.
«Il nostro incarnato è sempre minacciato dalla muffa. Provate voi a essere all'altezza del nome Bella quando il viso tende a marcirvi.»

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“La tela del Doge” di Paolo Forcellini
9 dicembre 2016

Intrippata dalla serie Italia Noir della biblioteca di la Repubblica-l'Espresso...

In realtà il Porta a porta del mellifluo Vespa gli serviva solo come sottofondo alle sue meditazioni riguardanti, quella sera come quasi tutte le altre negli ultimi sei mesi, la separazione dalla moglie Regina, quotato medico del reparto di oncologia dell'Ospedale Civile.
(...) da quando la consorte l'aveva mollato e se n'era andata a vivere per conto suo, il commissario aveva cominciato ad alzare il gomito quasi tutte le sere: la tristezza, l'angoscia, lo assalivano nella casa orfana delle chiacchiere reginesche.
Gli mancavano gli apprezzamenti immeritati e i rimproveri garbati della moglie. E sentiva nostalgia delle passeggiate domenicali con lei lungo le rive del Canale della Giudecca e di quelle serali, quando Regina lo andava a prendere in ufficio, in Fondamenta S. Lorenzo. Attraversando la Venezia delle boutique lussuose e degli ambulanti africani, facevano una lunga camminata fino alle Zattere per poi imbarcarsi sul vaporetto.
Aveva nostalgia delle cenette in due, a casa o nelle trattorie circostanti, come quelle estive all'Altanella, affacciata sul Rio del Ponte Longo, o all'Harry's Dolci, in Fondamenta S. Biagio.
E poi, o forse prima ancora, gli mancavano il suo corpo, i suoi abbracci, i suoi fremiti.
Così Manente ora aveva bisogno di stordirsi, di allontanare la disperazione che si faceva strada dentro di lui. L'alcol gli pareva la medicina maggiormente efficace, con in più la proprietà di concedergli qualche ora di sonno pesante che ormai da sobrio era sempre più improbabile.

«(...) Dunque, Furlan mi ha riferito che Bruscagnin e la Scarpa hanno mangiato verso le 13 risotto di pesce e bisato in tecia, acquistati alla rosticceria di Calle della Bissa. Piatti non proprio di facilissima assimilazione. Ho però potuto verificare che il processo digestivo era pressoché ultimato nel momento in cui Bruscagnìri è stato ucciso: questo elemento, assieme alla temperatura e alla rigidità del corpo, mi portano a concludere che la morte è avvenuta intorno alle 17, mezz'ora più, mezz'ora meno. Più preciso di così... Sono certo che mi farai avere al più presto l'encomio solenne che merito.»
«Certamente, Alvise, l'ho appena controfirmato. E sappi che il questore, su mia proposta, ha anche acconsentito che alla prima occasione ti accompagni all'American Bar di Piazza S. Marco per un Negroni. Offri tu, naturalmente. Ciao ciao.»

Invece che rientrare al commissariato, Manente attraversò il ponte che vi sorgeva dirimpetto e si recò nel suo pensatoio preferito: Campo S. Lorenzo. Una sorta di ampia enclave, attraversata solo da pochissimi abitanti dei dintorni, da qualche vecchietto che coraggiosamente usciva con la badante dalla residenza per anziani che vi si affacciava e da turisti rari come mosche bianche.
In fondo al campo sorge, maestosa, la Chiesa di S. Lorenzo, antichissima, rifatta nel Cinquecento, incompiuta e danneggiata dalla Grande Guerra. Chiusa al culto perché diroccata e utilizzata come magazzino, è preceduta da una breve scalinata dove Manente amava sedersi a pensare nelle giornate soleggiate, con la sola compagnia di qualche micio uscito a crogiolarsi agli amati raggi da una sorta di condominio, fatto di cucce di legno affiancate e accatastate su più piani, tutte ben fornite al loro interno di ceste e copertine per combattere il freddo, che qualche anima buona di gattara aveva poco a poco costruito sul sagrato per gli homeless felini del circondario.

www.repubblica.it/italia-noir

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Margherita Hack
29 giugno 2013



"Finchè son viva non c'è la morte e quando ci sarà la morte non ci sarò più io." Margherita Hack

Addio amica delle stelle!

Volo in diretta del 24 maggio 2012 - Fabio Volo intervista l'astrofisica Margherita Hack.

it.wikiquote.org/wiki/MargheritaHack

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“Il morso della lucertola” di David Hewson
20 marzo 2013

Molto bella questa ambientazione lagunare...

"Bella" mormorò tra sè, e rimase sconvolto da quanto suonasse vecchia e roca la sua stessa voce. Uriele Arcangelo aveva quarantanove anni. Una vita passata a lavorare di notte nella fornace, quella maledetta e amata fornace, con il fuoco che gli spezzava le vene delle guance indurite, gli aveva conferito la carnagione e l'aspetto spento e depresso di un vecchio.

II lavoro teneva Scacchi sull'acqua, posto che piaceva sia a lui che al suo cane, lontano da Venezia con i suoi vicoli oscuri e gli esseri umani ancora più oscuri. Era cresciuto sulla laguna, nella fattoria isolata che sua madre gli aveva lasciato in eredità dieci anni prima. Quando Scacchi si trovava lì, o sulla sua barca, si sentiva a casa, al sicuro dalla città e dai suoi pericoli. (...)
Nonostante la sua vita appartata o, forse, proprio a causa di essa, era un uomo loquace ed espansivo, a cui piaceva bere e scherzare con i suoi simili. Non tornava mai a casa in barca dai giri mattutini al mercato di Rialto completamente sobrio.

Uriele Arcangelo lavorava lì da quando aveva dodici anni. Il procedimento gli era così familiare che ormai non ci pensava quasi più. Intorno alle cinque di un pomeriggio di lavoro, era solito aggiungere legna e alzare il bruciatore a gas a 1250 gradi centigradi prima di collocare nel forno il primo ammasso grezzo. Nelle prime ore della sera, lui o Bella tornavano di quando in quando a controllare che la temperatura salisse costantemente a 1400 gradi, aggiungendo legna secondo le istruzioni di suo padre, finchè la fornace non era abbastanza calda da eliminare tutte le bolle del vetro. Poi, verso le tre, Uriele, e lui soltanto, in qualità di omo de note, faceva l'ultimo giro e iniziava ad abbassare gradualmente la temperatura. Entro le sette del mattino, il vetro che aveva creato sarebbe stato sufficientemente malleabile perché Gabriele potesse iniziare a foggiare i singoli calici e vasi costosi che recavano il marchio della fonderia, un angelo scheletrico, sulla base.
Nulla che avesse visto nei decenni di scrupoloso lavoro notturno lo aiutò a spiegare quanto gli si trovava davanti adesso: una fornace che stava diventando inspiegabilmente ingovernabile.

L'incendio era spento, domato da una marea di acqua e schiuma. Era stata conseguita una specie di vittoria, troppo tardi per Uriele Arcangelo, ma in tempo per salvare la sua famiglia, quel clan isolato che adesso, pensò Scacchi, si sarebbe radunato per appurare le conseguenze della tragedia strana e inspiegabile che si era consumata nella notte, portando una morte infuocata a due passi da casa loro.

"Non possiamo permetterci San Michele!" gridò al suo indirizzo, non riuscendo a controllare le emozioni. "Le pompe funebri vogliono soldi, non promesse. Nessuno ci fa più credito. Non capisci?" (...)
Michele Arcangelo si diresse verso una vetrinetta ed estrasse uno degli oggetti più preziosi contenuti al suo interno. Si trattava di un vaso del XVI secolo a forma di galea, un pezzo bellissimo, con la carena di vetro trasparente e il sartiame blu. Su un lato era apposto il sigillo della fornace dei Tre Mori, garanzia che avrebbe spuntato un buon prezzo ovunque. Lo possedevano da sempre, o così le sembrava. Angelo, in particolare, lo adorava, ed era per questo che non l'avevano venduto fino ad allora.
Michele si rigirò l'oggetto prezioso tra le mani, ammirandolo con un occhio acuto, professionale.
"Allora seppelliscilo con questo" disse senza nemmeno una traccia di emozione.

"Glielo dico io. Lavorano in un museo. Quella stupida vecchia fornace, dieci volte più grande del necessario. Non hanno attrezzature moderne, nulla che gli permetta di risparmiare tempo o denaro. Usano tutte quelle vecchie ricette e quei vecchi modelli. Ci mettono il quadruplo del tempo rispetto a noi altri per produrre cose che, agli occhi di quasi tutto il mondo esterno, sono esattamente identiche. Credete che spunteranno un prezzo quadriplo? No. Nemmeno doppio. A volte neppure lo stesso prezzo, perchè vendono roba vecchia. Modelli superati da anni. Con imperfezioni, perché il vecchio sistema comporta imperfezioni e nessuno si beve che in realtà sono soltanto caratteristiche tipiche, nient'altro. Sapete qual'è il loro genere? Il fallimento, ecco qual'è.

Enzo si sbagliava. La notte scese lentamente su Venezia, come faceva alla fine di ogni bella giornata limpida, con un tramonto così incantevole da sembrare irreale, una lunga ora di splendore dorato che intrappolava la città sull'acqua nell'ambra fulgida.

"Non è affrettata. E' da anni che desidero andarmene. Il fatto è che mi sentivo legata a quella stupida isola e ai ridicoli sogni di Michele. Si crede una specie di eroe perchè si attiene ancora ai vecchi sistemi. Cerca di mantenere in vita un antico mestiere artigianale quando tutti gli altri producono solo paccottiglia per i turisti. E' un'illusione. Ho passato qui tutta la vita e vedo cosa sta diventando Venezia. Un cimitero, bello, devo ammettere, ma pur sempre un cimitero. Finisce per prosciugarti delle forze. E' quanto è già capitato a Michele, ma lui resterà qui ignorando la realtà finchè non lo logorerà. Io no."

"Veneziani! Veneziani! Fissate il prezzo e facciamola finita. Un uomo come me ha già comprato tipi come tutti voi. Comprerò di nuovo tutti voi, due volte, se sarà necessario."
Piero Scacchi non si mosse, nè distolse lo sguardo dall'inglese tronfio intrappolato contro il vetro luccicante.
"Ha commesso due errori" disse. "Io non sono veneziano. E lei non è un uomo."

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“La settima vittima” di Alexandra Marinina
3 marzo 2013

Le domande si succedevano rapidamente. Nella trasmissione cominciavano a intervenire anche gli spettatori sul Novyj Arbat e l'atmosfera si era decisamente riscaldata. Nastja a Tatjana riuscirono a fare anche qualche battuta arguta e a suscitare le risate degli spettatori. Quando mancavano ormai tre minuti alla fine delle riprese, sopra le teste degli spettatori del Novyj Arbat apparve un cartello con alcune parole scritte a mano: Se sei tanto intelligente, indovina dove incontrerai la morte.
Il conduttore rimase completamente allibito. La prima a riprendersi fu Nastja che, agitando un braccio, si mise a gridare: "Korzun! Chiami subito la polizia! Subito! Fermatelo!"

Tatjana era come paralizzata, un gelo mortale l'aveva invasa e la teneva imprigionata in una specie di morsa. A chi erano indirizzate quelle parole? A Nastja? O a lei? E cos'era, uno scherzo cretino, o un avvertimento da prendere sul serio? Le sembrava che il terrore l'avesse addirittura resa sorda, perché non riusciva a sentire le urla isteriche della sala, pur vedendo chiaramente le bocche spalancate e i gesti scomposti degli spettatori.

"Tanja, non starai un po' esagerando le cose? È passata soltanto mezz'ora a stai ragionando in modo perfettamente efficiente. Ti sei ripresa. Non ti pare?"
Tatjana strinse forte le dita di Nastja in segno di gratitudine.
"Mezz'ora è troppo Nastja, è tragicamente troppo. Una persona che fa il nostro lavoro non ha diritto a mezz'ora di terrore. Mezzo minuto è il massimo che mi sarei potuta concedere. E sarebbe stato già molto. Cinque-dieci secondi sarebbero stati accettabili, non di più. Ma non ha neppure senso che te lo spieghi, lo capisci benissimo da sola. Non parliamone più."

Le ultime foto mostravano in primo piano il pesce e il bambolotto. Quest'ultimo era inserito nella bocca del pesce, da cui spuntava solo con le gambe.

"Bosch" ripeté Ira paziente. "Hieronymus Bosch. II pesce che divora un uomo è una delle sue immagini preferite. Ho un libro con tutti i suoi quadri da qualche parte, adesso lo cerco." (...)
"Un certo Bosch" mormorò Zarubin confuso. "E che cosa vorrà dire?" (...)
"Non è un certo Bosch, è un pittore molto famoso" lo corresse a voce alta. "E vuol dire che tutto ciò che procura piacere all'uomo nella vita terrena, lo tormenterà dopo la morte."

Nastja si sentiva vagamente in colpa perché quella sera le pesava la compagnia anche delle persone più care. Sasha a Dasha volevano semplicemente farle piacere, le avevano portato un regalo e un bellissimo mazzo di fiori, erano venuti apposta per festeggiarla nel Giorno della polizia, ma lei non se la sentiva proprio... Non in generale, ma proprio quel giorno non se la sentiva... Perché quel giorno l'assassino aveva fatto un altro passo avanti. Verso di lei.

"La morte, Nastja. In comune tutte le vittime hanno non qualche ipotetico peccato, ma l'unico e incontrovertibile fatto di essere morti. E di aver ricevuto, o di stare per ricevere, un funerale dignitoso, invece di finire all'obitorio come cadaveri che nessuno ha reclamato. Il tuo assassino è ossessionato dal problema della morte. Nei suoi delitti la analizza da diversi punti di vista."

"Nastja, ma tu soffri di mania di grandezza! Ma che bisogno vuoi che abbia di ammazzare proprio te? Lui ha il suo problema, e non lo risolverà certo grazie alla tua morte."

"Assolutamente normale. Nastja, è chiaro come il sole. Vuole essere preso. E non da un poliziotto qualsiasi, ma da te. E se tu non riuscirai a farlo, allora non vuole neppure essere preso. O da te o da nessuno."

Sei situazioni che giustificavano una morte anticipata. Morire perché il meglio è ormai passato. Morire perché vivere è troppo difficile. Morire quando ancora non si è perso tutto, perché tra poco sarà molto peggio. Morire perché già adesso si sta male e in futuro sarà ancora peggio. Morire perché non si ha più voglia di vivere. Morire perché con la propria malattia si è di peso a una madre già in difficoltà.

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“Tempesta solare” di Asa Larsson
2 maggio 2012

"(...) Qualcuno lo ha ammazzato. E non si è risparmiato, per così dire. Il morto è Viktor Strandgard, o il Ragazzo del Paradiso, come lo chiamavano. Era l'attrazione principale di questa congregazione. Nove anni fa ha avuto un terribile incidente. E' morto all'ospedale. Il suo cuore ha smesso di battere, ma lo hanno rianimato e lui ha raccontato cosa era successo durante l'operazione e la rianimazione, per esempio che al dottore erano caduti gli occhiali e cose del genere. E ha raccontato di essere stato in paradiso. Di avere incontrato Gesù e tutti gli angeli. Già, e poi una delle infermiere e la donna che lo aveva investito sono diventate credenti, e in un batter d'occhio Kiruna si è trasformata in un raduno di fanatici religiosi. Le tre congregazioni principali della città si sono unite in una nuova chiesa, la Fonte della Forza. La nuova congregazione si è ingrandita sempre di più e negli ultimi anni ha costruito questa chiesa, ha aperto una scuola, un asilo-nido e ha organizzato grandi incontri di risveglio. Fanno un sacco di soldi e attirano gente da tutto il mondo. Viktor Strandgard è, o meglio era, un dipendente a tempo pieno della congregazione (...)"

Si alzò a sedere sul letto ma rimase avvolta nella coperta. Faceva freddo in cucina.
Tutto qui dentro mi ricorda la nonna, pensò. Mi sembra ieri che dormivo con lei nel divano letto e al mattino potevo restare al caldo sotto le coperte mentre lei si alzava ad accendere la stufa e a preparare il caffè.
Le sembrava di vedere Theresia Martinsson seduta al tavolo a ribalta ad arrotolarsi la prima sigaretta del mattino. Usava carta di giornale al posto delle cartine, che secondo lei costavano troppo. Strappava accuratemente il margine di una pagina del "Norrbottenskurir" del giorno prima. Era della larghezza giusta e senza inchiostro, perciò perfetto per lo scopo. Ci spargeva sopra una presa di tabacco e arrotolava una sigaretta sottile tra i pollici e gli indici. Indossava il grembiule a scacchi blu e neri aveva capelli argentei accuratamente infilati sotto il fazzoletto. Nella stalla le vacche muggivano per chiamarla. "Buon giorno pikku-piika" le diceva con un sorriso. "Sei sveglia?" (...)
Dovrei dedicare più tempo a pensare alla nonna, si disse. Chi ha detto che è meglio concentrarsi sul presente? Nella mia memoia ci sono molte stanze abitate dalla nonna. Ma non passo mai un po' di tempo con lei. E cos'ha da offrire il presente?

"Hai detto alla polizia che è stato Viktor e svegliarti, che è per quello che sei andata lì."
Sanna alzò gli occhi e fissò Rebecka.
"Lo trovi davvero così strano? Credi che tutto finisca solo perchè il corpo smette di funzionare? Era in piedi accanto al mio letto, Rebecka. Aveva l'aria incredibilmente triste. E mi sono resa conto che non era lì fisicamente. Così ho capito che era successo qualcosa."
No, non lo trovavo affatto strano, pensò Rebecka. Sanna ha sempre visto più cose di tutti noi. Un quarto d'ora prima che qualcuno le facesse un'improvvisata, lei metteva su il caffè.
"Sta arrivando Viktor" diceva semplicemente.

"E' Curt Backstrom. E' lui che ci ha dato un passaggio fino a qui. Credo sia un po' innamorato di me. Ma è davvero gentile. Assomiglia vagamente a Elvis. Forse potrebbe essere il tuo tipo Rebecka."
"Piantala" disse Rebecka in tono deciso.
"Cosa c'è? Cos'ho fatto?"
"Hai sempre fatto così da quando ti conosco. Attiri un sacco di fuori di testa e poi dici che sono i tipi per me. No, grazie."
"Scusami" rispose Sanna in tono ferito.

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