foto di Elena Fiorio - Burano maggio 2009
Nel nome del gatto
27 giugno 2020

"The cat is on the table" e "die katze in der kohle"...


L’origine della parola gatto è alquanto vaga e controversa. Nell'antico Egitto i primi termini utilizzati per indicare il gatto erano myeou, onomatopea del miagolio, per il gatto di sesso maschile e techau per la gatta.
Erodoto diede al gatto il nome di ailouros che significa letteralmente "dalla coda mobile", termine presto sostituito da gale vocabolo greco utilizzato originariamente anche per indicare la donnola, il furetto e l'ermellino.
Nell’antica Roma il gatto selvatico veniva chiamato felis, nome dal quale derivano molte parole italiane a partire da felino. Nella tarda latinità compare poi il termine cattus che pare derivi da una lingua africana.
Cattus sarà all’origine del nome del gatto nella maggior parte delle lingue europee: cat in inglese, katz in tedesco, kat in olandese, gato in spagnolo e portoghese, chat in francese, kochka in russo.
Nella lingua italiana il termine gatto compare nei primi testi in volgare mentre per il diminutivo gattino bisogna aspettare la fine del XIII secolo.

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“4 3 2 1” di Paul Auster
20 aprile 2018

Complesso... e in questo periodo la concentrazione non è il massimo, ma sono contenta di averlo letto...

Lo so, lo so, sono l'uomo più fortunato della terra, ripetendo a bella posta le parole pronunciate da Lou Gehrig allo Yankee Stadium dopo aver scoperto che stava morendo della malattia che avrebbe preso il suo nome. Sei in una botte di ferro, disse la madre di Ferguson. Si, infatti, proprio una botte di ferro, e com'era grande e meraviglioso il mondo se non ti fermavi a guardarlo troppo da vicino.

Ferguson (...) avrebbe inventato altre tre versioni di se stesso e raccontato le loro storie insieme alla sua storia (grossomodo la sua storia, perché anche lui sarebbe diventato una versione romanzata di se stesso), e scritto un libro su quattro persone identiche ma diverse con lo stesso nome: Ferguson.
Un nome nato da una barzelletta sui nomi. La battuta finale di una barzelletta sugli ebrei polacchi e russi che avevano preso una nave ed erano venuti in America. Senza dubbio una barzelletta ebraica sull'America (...)
Stava ancora percorrendo le due strade che aveva immaginato a quattordici anni (...) e sempre, fin dall'inizio della sua vita consapevole, con la sensazione costante che i bivi e le parallele delle strade prese e non prese fossero tutti percorsi dalle stesse persone nello stesso momento, le persone visibili e le persone ombra, che il mondo effettivo fosse solo una piccola parte di mondo, poiché la realtà consisteva anche in quello che sarebbe potuto succedere ma non era successo, che una strada non fosse né meglio né peggio di un'altra, ma il tormento di vivere in un solo corpo stava nel fatto che dovevi essere sempre su una strada soltanto, anche se avresti potuto essere su un'altra, in viaggio verso un posto completamente diverso.
Identici ma diversi, ovvero quattro ragazzi con gli stessi genitori, lo stesso corpo e lo stesso corredo genetico, ma che vivevano ognuno in una casa diversa in una città diversa in circostanze a sé stanti. Sballottati qua e là dagli effetti di queste circostanze, i ragazzi avrebbero cominciato a differenziarsi con il procedere del libro, gattonando o camminando o galoppando attraverso infanzia, adolescenza e prima età adulta come personaggi sempre più distinti, ognuno per la propria strada, eppure tutti quanti ancora la stessa persona, tre versioni immaginarie di sé, con l'aggiunta di se stesso in qualità di Numero Quattro, l'autore del libro, ma a quel punto lui ancora ignorava i dettagli del libro, avrebbe capito cosa stava cercando di fare solo dopo avere iniziato a farlo, l'essenziale era amare quegli altri ragazzi come se fossero veri, amarli quanto amava se stesso (...)
Dio non era in nessun luogo, si disse, ma la vita era ovunque, la morte era ovunque, e i morti e i vivi erano uniti.
Solo una cosa era certa. Uno alla volta, i Ferguson immaginari sarebbero morti (...) ma solo quando avesse imparato ad amarli come se fossero veri, solo quando il pensiero di vederli morire gli fosse diventato insopportabile, e poi sarebbe stato di nuovo solo con se stesso, l'ultimo sopravvissuto.
Di qui il titolo del libro: 4 3 2 1.

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Mio sake frizzante
30 dicembre 2015

Veramente buono... peccato averlo bevuto quasi tutto da un forellino creatosi nel tappo dopo una caduta della bottiglietta dallo sportello del frigorifero. Ho saraccato anche in giapponese!


"Mio" sake frizzante
Shirakabe Gura - Takara

Nel 2013 la cucina giapponese tradizionale (washoku) è stata dichiarata patrimonio dell'umanità dall'Unesco, durante i festeggiamenti per tale evento la famosa azienda Takara di Kyoto, produttrice di sake con tradizione centenaria, ha presentato "Mio" un inedito sake frizzante.

Mio, naturalmente effervescente, con le sue delicate bollicine rappresenta una nuova dimensione per il sake. Dal gusto dolce, morbido e fruttato, con un contenuto alcolico del 5%, è ideale come aperitivo o per accompagnare un dessert.

In giapponese il termine "mio" assume vari significati ed è stato scelto come nome di questo nuovo sake perchè indica una corrente di acque basse (nel prodotto allude a una nuova tipologia di sake frizzante dal basso contenuto alcolico) e la scia di schiuma lasciata da una nave (nel prodotto si riferisce al procedimento di spumantizzazione utilizzato). Anche il senso della parola italiana ha contribuito alla scelta di questo nome.



www.takarashuzo.co.jp
www.inkimono.it/shop/it/sake

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Tappo di sughero segnaposto
7 aprile 2012

Un simpatico segnaposto facile da realizzare.

Occorrente: tappi di sughero cilindrici, cartoncino, pennarello o penna stilografica, taglierino, carta vetrata.

Con un robusto taglierino praticare nei tappi un taglio lungo tutta la lunghezza sufficientemente profondo e largo da poterci infilare un cartoncino.
Ottenere poi da un cartoncino bianco o colorato dei bigliettini rettangolari, ovali o di altra forma, tenendo presente che andranno infilati nella fessura creata nei tappi di sughero.
Scrivere con un pennarello o con la penna stilografica il nomi dei commensali sui bigliettini e inserirli nei tappi.

Se i tappi dovessero risultare poco stabili sarà sufficiente creare un punto d'appoggio carteggiando leggermente il lato del tappo opposto a quello dove è stata incisa la scanalatura.

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