foto di Elena Fiorio - Burano maggio 2009
Tovaglioli albero di Natale
24 dicembre 2019

Pronti per le feste?


Tovaglioli abete per la mise en place di Natale, per realizzarli servono: tovaglioli verdi non troppo piccoli di stoffa o di carta, cartoncino, stecche di cannella e nastrino bianco e rosso (facoltativo).

Ritagliare dal cartoncino tante stelle quanti sono i commensali poi procedere piegando i tovaglioli come indicato nell'immagine (è abbastanza facile). Assemblare i tovaglioli albero di Natale nei piatti mettendo in cima a ogni abete una stella e come tronco un bastoncino di cannella legato con un nastrino a righe bianche e rosse.

Se si vogliono assegnare i posti in tavola i nomi degli ospiti possono essere scritti nelle stelle di cartoncino.

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“Il re delle casa” di Abigail Tucker
27 gennaio 2018

Come i gatti ci hanno addomesticato e hanno conquistato il mondo.

Dovrei a questo punto confessare di essere sempre stata anch'io tra gli stregati dai gatti. Ho sempre avuto mici, ma non solo: per la maggior parte della mia vita, sono stata il tipo di persona a cui si potevano regalare pirofile a forma di gatto con presine a tema, sono stata capace di arredare la casa con coperte e tessuti a tema felino con cuscini coordinati, e di riempire interi album di fotografie delle vacanze con ritratti di gatti mediterranei presi a caso. Ho acquistato gatti di razza da Fabulous Felines (...) e adottato gattini orfani, sia dai rifugi che trovatelli dalla strada. (...) A casa mia, devo dire che continuo a scegliere la moquette in una ristretta gamma di colori, i più adatti a mascherare le macchie di vomito di gatto.
Poche persone possono dire di dovere la propria esistenza ai felini, come faccio io: i miei genitori giurarono che non avrebbero avuto figli finché non avessero "addestrato" la loro prima gatta. (...) Nella nostra famiglia ci sono sempre stati solo gatti. Mia sorella una volta si fece oltre seicento chilometri per recuperare un Blu di Russia terrorizzato, chiuso nel bagno di una casa dove c'era un cane. Nei lunghi viaggi in auto, mia madre notoriamente teneva il suo soriano drappeggiato sulle spalle come una stola di pelliccia, con grande stupore dei casellanti.
Dato che i gatti hanno sempre fatto parte della mia vita, di rado ho pensato alla vaga assurdità di ospitare questi piccoli arci-carnivori: almeno, fino a quando non sono diventata mamma. (...)
"Gatto" è stata la prima parola pronunciata da entrambe le mie figlie. (...) «Dio vuol bene alle tigri?» chiedevano al momento di dormire, abbracciando gattini di peluche nei loro lettini.
E così mi ripromisi di imparare di più su queste creature, e su cosa fa andare avanti la nostra misteriosa relazione. (...)
Cheetoh è il mio gatto attuale (...) e pesa quasi dieci chili a digiuno. La sua taglia fuori dal comune ha fatto esitare un idraulico prima di entrare nel nostro soggiorno, e il tecnico della TV gli ha fatto delle foto con lo smartphone, per mostrarlo ai suoi amici. Ci sono stati dei cat sitter che si sono rifiutati di venire a badare a lui una seconda volta, perché Cheetoh, alla furiosa ricerca di cibo, li ha inseguiti, con la sua pancia ballonzolante. Le sue proporzioni insolite conferiscono all'esistenza domestica una qualità da Alice nel paese delle meraviglie: ti chiedi sempre se sei tu a essere rimpicciolita, o lui che è cresciuto.
È difficile credere che questo croissant gigante, acciambellato in fondo al mio letto, appartenga a una specie che ha la capacità di rovesciare un ecosistema. (...)
E, anche se Cheetoh sembra incapace di sopravvivere lontano dalla sua ciotola, la sua minacciosa insistenza nel chiederen costantemente di essere nutrito testimonia un'importante verità: i gatti domestici sono animali alquanto impositivi.

Prince Percy Dovetonsils era un Siamese melodrammatico, che gnaulava arie d'opera mentre gli veniva servita la colazione, quasi a mostrare il suo apprezzamento per il cibo. Nei suoi diciassette anni da gatto di famiglia (un periodo che si estese quasi per tutta la mia infanzia) Percy seguiva ansioso i nostri sguardi con i suoi occhioni blu zaffiro, leggermente strabici, si installava in grembo a qualche membro della famiglia ogni volta che gli era possibile, e se uscivamo di casa ci aspettava dietro la porta.
Ognuno di noi conosce un gatto simile, che sembra amare la sua vita casalinga e i suoi umani. Spesso si dice che gatti così "si comportano come cani". Ma poi ci sono i tantissimi gatti che si comportano da gatti: tanto ammalianti quanto inafferrabili, ma anche nevrotici e bizzarri.
Prendiamo Fiona, la gatta di mia sorella, che passa le sue giornate nascosta sotto il letto, tra scatole di scarpe, in una minuscola nicchia detta formalmente "l'ufficio di Fiona".
Oppure Annie, ancora semiselvatica, che vomita al minimo cambiamento nella routine quotidiana, obbligando mia madre a inseguirla con una spatola destinata all'ingrato compito.
O, infine, il mio adorato Cheetoh, che tende ad affondare le zanne nella carne degli ospiti di riguardo, soprattutto se cercano di fargli una carezza.
Abbiamo visto che i gatti domestici possono cavarsela benissimo anche negli ambienti naturali più difficili. Ma come se la passano questi raffinati predatori come animali da compagnia, nelle nostre case con tutti i comfort? Cosa sappiamo della vita interiore di questi animali da interni, del loro rapporto con noi e della loro esperienza dell'ambiente che condividiamo? Apprezzano di essere lavati con un apposito shampoo "niente lacrime"? Che cosa pensano della loro cena, a base di pollo biologico con formaggio, papaya e alga kelp? E la coabitazione è positiva per le nostre rispettive specie?
La verità è che il soggiorno dorato entro le nostre pareti regolari e imbiancate di fresco è una prova evoluzionistica radicale, quanto la loro sopravvivenza su isole subantartiche spazzate dal vento e sulle pendici dei vulcani. E se i gatti di casa possono a volte fare impazzire qualche umano, chiediamoci se il problema non sia reciproco.

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Kaspar il quattordicesimo commensale
17 gennaio 2017

Un racconto curioso da "111 gatti e le loro pazze storie" di Elke Pistor...


In molte culture il dodici è considerato un numero fortunato: dodici sono i mesi dell'anno, le ore di una giornata sono due volte dodici, dodici erano gli apostoli.
Diffusa è invece la credenza che essere tredici a tavola porti sfortuna e di qui la convinzione più generale che il tredici sia un numero iellato. Bisogna ammettere però che, almeno in un caso, la superstizione si è rivelata fondata.
Siamo a Londra, nel 1898. Il proprietario di miniere Woolf Joel, di origini sudafricane, invita a cena all'Hotel Savoy di Londra un gruppo di colleghi d'affari e amici. La rinuncia di uno di loro fa sì che i convitati si ritrovino in tredici a tavola. Inevitabilmente la conversazione va a cadere sulla sfortuna che colpirà il primo che si congederà dagli ospiti. Woolf Joel, che il mattino deve partire presto per far ritorno a casa, deride la superstizione e accetta la sfida di essere il primo a lasciare la tavola. Durante il viaggio per Johannesburg viene ucciso a colpi di fucile dal barone Kurt von Veltheim, un ricattatore: casualità o verità della profezia?
Quando al Savoy si viene a sapere dell'incidente nessuno ha dubbi: mai più tavoli con tredici commensali. Inizialmente si pensa di far partecipare alle cene un dipendente dell'albergo, ma la proposta non incontra il favore degli ospiti, per nulla bendisposti a condividere pasti e conversazioni con un estraneo.
Nasce allora l'idea di un invitato muto e negli anni Venti l'hotel incarica l'artista Basil Ionides di scolpire un gatto. Da allora Kaspar, questo è il nome del felino di legno, siede a tavola, con tanto di piatto e posate e provvede a tenere lontana la sfortuna dagli altri commensali.
Nel 2007 l'hotel è stato completamente ristrutturato e gran parte degli arredi degli anni ruggenti sono stati venduti all'asta, tranne naturalmente Kaspar, il quattordicesimo convitato, della cui compagnia al tavolo è possibile godere ancora oggi.

www.kaspars.co.uk

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Un paese e cento storie
12 novembre 2012

Un paese e cento storie.
Festa del cibo e dell’accoglienza in famiglia.
Dal 7 all’11 novembre 2012.
Belvedere Fogliense, Candelara, Case Bernardi, Monteciccardo, Montefabbri, Montegaudio, Novilara, Padiglione, Sant’Angelo in Lizzola, Villa Betti.

Che gusto ha un paese? Qual è il sapore dei ricordi?
Assaporare un’atmosfera non è solo un modo di dire se si parla di Un paese cento storie l’originale iniziativa, ideata e curata da Cristina Ortolani, che anima nel fine settima di San Martino alcuni borghi della provincia di Pesaro e Urbino.

La festa del cibo e dell’accoglienza in famiglia, nata a Belvedere Fogliense e giunta alla settima edizione, parte da una semplice quanto coraggiosa idea: aprire le case per accogliere a cena ospiti sconosciuti ai quali raccontare il proprio territorio e le proprie tradizioni, scambiando parole e storie intorno a una tavola imbandita come nei giorni di festa.

Per partecipare alle cene in famiglia non si paga, si prenota e ci si presenta presso la famiglia che verrà indicata con un mazzo di fiori, una bottiglia di vino, una scatola di cioccolatini o qualsiasi cosa si ritenga possa essere gradita, esattamente come a casa di amici.

Si cena in cucina, in sala da pranzo o nel tinello con piatti tipici di un territorio che, vicino al confine con la Romagna e a pochi chilometri da Urbino, presenta un crogiolo di tradizioni culinarie. Gli ingredienti sono quelli che in un altro contesto verrebbero definiti a chilometro zero ma qui sono più semplicemente: le verdure dell’orto, i funghi raccolti dal vicino, le uova delle galline che razzolano nel cortile.

Ospitalità e condivisione sono le parole chiave di questa esperienza che scalda il cuore. Lo spirito di Un paese cento storie è sincero e genuino come gli ingredienti della cucina di casa e si è rivelato capace di conquistare un numero sempre maggiore di persone disposte a dare o chiedere ospitalità.

Simbolo dell’iniziativa è “La Dirce” (rigorosamente con l’articolo), rappresentazione di tutte le cuoche, raffigurata nell’atto di offrire su un vassoio le storie dei paesi che partecipano all’iniziativa, racchiuse nell’antica rocca malatestiana di Belvedere Fogliense realizzata con pan di spagna e cioccolato.

Per l’edizione 2013 è prevista l’uscita del volume “In cucina con la Dirce” raccolta di ricette delle cuoche di Un paese cento storie legate a una storia o a un ricordo di famiglia, perché... un pasto è l’anima del cuoco fatta cibo.

Grazie a tutti per la bellissima avventura: a Walter e Cristina per aver reso tutto possibile, a Marica e Massimo che ci hanno scarrozzato e sopportato, a Alice e Andrea per averci ospitato e coccolato alla Locanda Montelippo, alla famiglia Mariotti Del Baldo e alla famiglia Balestrieri Antonelli per la meravigliosa accoglienza, alla cuoca Vanda e al cuoco Francesco veramente mitici e a tutti gli interessanti ospiti delle cene in famiglia. Grazie a tutti quelli che hanno piacevolmente riempito le nostre giornate e altrettanto piacevolmente le nostre pance! Grazie ai miei fantastici compagni di viaggio: Alex, Michela, Simone e non certo ultimo Ste.



unpaesecentostorie.farememoria.com

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