foto di Elena Fiorio - Burano maggio 2009
Ricetta: zucchina lunga con pomodorini e menta
7 giugno 2019

Mi ricordo quando Marcellino ha trovato una minacciosissima zucca serpente sul pavimento del vano dispensa...


Zucchina lunga con pomodorini e menta

1 zucchina lunga (700 gr. circa)
200 gr. di pomodorini ciliegia
1 scalogno
4/5 foglie di menta
olio extravergine d'oliva
sale


Lavare e tagliare in diagonale a rondelle non troppo sottili la zucchina e i pomodorini a metà o in quarti a seconda delle dimensioni.
Affettare sottilmente lo scalogno poi farlo appassire in una larga casseruola con l'olio, aggiungere quindi la zucchina, i pomodorini e il sale e fare cuocere dolcemente con il coperchio, possibilmente senza aggiungere acqua, per 15 minuti circa o sino alla cottura desiderata. La zucchina lunga tende, anche quando giovane, a mantenere una consistenza piuttosto soda della buccia.
Terminare la cottura senza coperchio aggiungendo la menta tagliata a striscioline e facendo asciugare bene i pomodorini.
Servire in tavola.

La zucchina lunga, detta anche cucuzza longa o zucca serpente è il frutto di una pianta rampicante di cui si mangiano anche le cime chiamate "tenerumi" composte da piccole foglie e gambi teneri. La sua forma stretta e lunga nella coltivazione a pergola si mantiene dritta mentre nella coltivazione a terra tende a incurvarsi a serpentello. E' di colore verde pallido, leggermente pelosa al tatto e con polpa molto tenera e un po' spugnosa; è preferibile mangiarla quando è ancora giovane attorno ai 40 centimetri di lunghezza, altrimenti va sbucciata e privata dei semi. In Sicilia si prepara solitamente in umido con patate, cipolle e qualche pomodoro.


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“La giostra degli scambi” di Andrea Camilleri
12 novembre 2016

«Adelì, spiegati meglio».
«Dottori mè, stamatina, quanno che arrivai, attrovai la casa vacante, abbannunata, vossia non c'era e la porta-finestra era rapruta. Qualichi sdilinquenti di passaggio potiva trasiri e arrubbari ogni cosa. Mentri che mi nni stavo 'n cucina, sintii che qualichiduno era trasuto 'n casa dalla verandina. Pinsai che era vossia e m'affacciai. Non era vossia, ma un omo che taliava torno torno. Mi fici pirsuasa ch'era un latro. Allura agguantai 'na padiddra pisanti e tornai ad affacciarimi. Siccome in quel momento mi votava le spalli gli cafuddrai 'na gran padiddrata 'n testa. E iddro cadì 'n terra sbinuto. Allura gli ho ligati mano e pedi con una corda, l'ho 'mbavagliato e l'ho 'nfilato nello stanzino delle scopi».
«Ma sicura sei che si trattava di un latro?».
«E chi nni saccio? Ma uno che trase accussì 'n casa d'autri...»
«Scusa, pirchì doppo avirlo storduto non chiamasti al commissariato?»
«Pirchì prima dovivo dari adenzia alla pasta 'ncasciata».
Montalbano apprezzò la risposta e annò a rapriri la porta dello stanzino. L'omo si nni stava acculato e lo taliava con occhi scantatissimi.

«Senti, Mimì, mi stai stuffanno, io di 'ste storie di machine arrubbate mi nni stracatafotto».
«E nel caso specifico ti sbagli di grosso».
«Ah, sì?»
«Sì» fici Mimì taliannolo a sfida.
«Vabbeni, continua».
«La machina era propio quella dell'ingigneri Cosimato. Avivo pinsato giusto. Ma chi gli ha dato foco l'ha fatto malamenti, la parti posteriori è ristata squasi 'ntatta. Ho aperto il bagagliaio e subito ho viduto 'na cosa stramma».
«Cioè?»
«Un circhietto di mitallo ricoperto di stoffa, quello col quali le fìmmine si tenno fermi i capilli. Allura m'è vinuta 'n'idea: e se il rapitore di picciotte si era sirvuto di quella machina arrubbata?»
«Che hai fatto?»
«Quello che dovivo fari. Ho tilefonato alla Scientifica, ho aspittato che arrivassiro e sugno vinuto ccà».
«Come sei ristato d'accordo?»
«Che mi chiamano nel doppopranzo».
«Mimì, tu non puoi accapiri quanto sforzo mi costano le paroli che sto per diriti: sei stato veramenti bravo e...»
«Fermati ccà, masannò per lo sforzo trimenno che stai facenno capace che ti veni l'ernia».

Enzo, viduto con quanta soddisfazioni si era mangiato la pasta al nìvuro di siccia, gli misi davanti dù secunni: le solite triglie di scoglio e 'na frittura di calamaretti accussì netti e croccanti che parivano grissini appena sfornati.
«Sciglissi».
«Tu l'accanosci la famusa storia dello scecco di Buridano? gli spiò Montalbano.
«Nonsi».
«Un tali, di nomi Buridano, aviva 'no scecco. Un jorno volli fari un esperimento. Priparò da un lato un muntarozzo di fieno frisco, dall'autro un muntarozzo di garrubbe e 'n mezzo ci misi allo scecco. Il quali, non sapenno che scegliri tra dù cose che gli piacivano assà, si nni ristò fermo, talianno ora a dritta ora a manca. E accussì, non sapenno arrisolvirisi, finì col moriri di fami».
Enzo si ripigliò il piatto con i calamaretti.
«Che fai?»
«Ci lasso le triglie, non voglio ca mi mori di fami».
«E ti pari che io sugno lo scecco di Buridano? Posa i calamaretti, che me li mangio doppo le triglie».

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Ricetta: maccheroni con ragù all’ennese
8 settembre 2015

Quando l'improvvida apertura di una lattina di concentrato di pomodoro fa scoprire nuovi e interessanti orizzonti gastronomici...

Maccheroni con ragù all'ennese

400 gr. di maccheroni
250 gr. di polpa di maiale macinata
200 gr. di doppio concentrato di pomodoro
1 cipolla grande
1 bicchiere di vino rosso corposo (Nero d'Avola)
20/30 gr. di cioccolato fondente
1 foglia di alloro
cannella (la punta di un cucchiaino)
olio extravergine d'oliva
sale e pepe


Tritare, abbastanza grossolanamente, la cipolla e farla soffriggere in poco olio.
Quando il soffritto è dorato aggiungere il macinato e cuocere senza l'aggiunta di liquidi sino a quando la carne è ben sgranata, asciutta e rosolata.
Sfumare con il vino. Unire il concentrato di pomodoro, il cioccolato fondente spezzettato, la cannella, sale e pepe. Mescolare bene quindi aggiungere un bicchiere abbondante d'acqua e l'alloro.
Lasciare sobbollire delicatamente il sugo per almeno un'ora.
Lessare i maccheroni in abbondante acqua salata e condirli generosamente con il ragù mantecando sul fuoco e aggiungendo, se necessario, poca acqua di cottura della pasta.
Servire in tavola mettendo a disposizione del pecorino grattugiato.

Se possibile, terminata la cottura, lasciare raffreddare completamente il ragù e utilizzarlo successivamente dopo averlo riscaldato. E' il piccolo segreto capace di esaltare il sapore e la consistenza di tutti i ragù di carne.



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Moltalbano e il cibo
26 febbraio 2012

Post(ino) numero cento... chi l'avrebbe mai detto...

Estratti da “La caccia al tesoro” di Andrea Camilleri.

Annò in cucina, raprì il frigorifero e gli cadero le vrazza.
Tanticchia di caciocavallo, quattro passuluna, cinco sarde sottoglio e 'na troffa d'acci, chiuttosto scarso il contenuto. Però meno mali che Adelina il pani frisco glielo aviva accattato.
Raprì il forno. E fici un ululato lupigno di filicità.
'Na porzione bastevole per quattro di milinciane alla parmigiana, fatte con tutti i sacramenti!
Addrumò il forno per quadiarle, annò nella verandina, conzò la tavola, sciglienno 'na buttiglia di vino speciali.
Aspittò che la parmigiana quadiasse bona, e po' se la portò a tavola nella teglia stissa, senza travasarla in un piatto.
Quando finì, un'ora e mezza doppo, alla teglia non ci sarebbi stato nisciun bisogno di lavarla. L'aviva accuraramenti puliziata col pani, il suco era 'na maraviglia.

Alla trattoria di Enzo, pur avenno fatto il proposito di mantinirsi dintra limiti ragionevoli di mangiata, sbracò davanti a un piatto di involtini di pisci spata e sinni fici portari un’altra porzioni, pur avennosi agliuttuto in precedenza ‘na bella varietà d’antipasti di mari e un gran piatto di spachetti alle vongole.
La passiata al molo fino a sutta al faro fu perciò cchiù che necessaria e magari l’assittatina supra allo scoglio chiatto con relativa sicaretta.

Doppo essirsi stipato con pasta al nìvuro di siccia e ‘na mezza chilata di gammaroni, si fici la solita passiata fino al faro, s’assittò supra allo scoglio chiatto e passò ‘na mezzorata bona a scassare i cabasisi a un granchio.
Po’ sinni tornò in ufficio (…)

Forsi Adelina aviva fatto la bella pinsata di celebrari in forma sullenne il so ritorno in servizio.
Fatto sta che raprenno prima di tutto il frigorifero, s’attrovò davanti a ‘na decina d’involtini di pisci spata fatti come piacivano a lui e dù grossi finocchi tagliati e puliziati, quelli che ci volivano per rinfriscari la vucca. E c’era macari ‘na buttiglia di vino in friddo. Nella parti interna dello sportello ci stava ‘mpiccicato un foglio di carta con supra scritto: taliare macari nel forno. E lui taliò.
Dintra al forno risplendeva ‘na teglia di pasta ‘ncasciata!
Manco con l’uso della forza o della seduzioni si sarebbi fatto persuaderi da Ingrid ad annari a mangiare in qualchi ristorante.

“Che mi porti?”.
“Tutto quello che voli”.
“E io tutto voglio”.
“Oggi havi pititto?”.
“Non tanto. Però spilluzzicanno canticchia di tutto, alla fini avrò mangiato a malgrado che non avivo pititto”.
Finì che s’abbuffò suo malgrado. E sinni vrigugnò, per la prima volta nella sò vita.
Po’, mentri s’addirigeva verso il molo, si spiò pirchì si era vrigugnato d’aviri mangiato a tinchitè.

S’arricampò a Marinella che erano squasi le tri del matino. Aviva un pititto che si sarebbi mangiato vivo un liofanti. Dintra al forno, ‘na gran teglia di pasta ‘ncasciata. E otto arancini, ognuno cchiù grosso di ‘n arancio. Mentri sinni annava in bagno a farsi ‘na doccia, si misi a cantare ad alta voci. Stunato come ‘na campana. E quanno finì di mangiare, divitti squasi strascinarisi fino al tilefono per chiamari a Livia (…)

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“La caccia al tesoro” di Andrea Camilleri
4 settembre 2011

Propio in quel momento arrivò il dottor Pasquano e appresso a lui la machina per il trasporto dei cataferi. Montalbano, appena che lo vitti arrivare, pinsò che avrebbi in quel momento preferito attrovarsi in una foresta circondato da armàli feroci. E infatti Pasquano, da quel gran cornuto che era, si misi a fari tiatro.
Si acculò allato alla bambola e principiò a esaminarla.
"Il cadavere non presenta segni di violenza" disse.
"Dutturi, vidissi che 'na pupa è" l'avvertì la fìmmina che l'aviva scoperta e sinni stava ancora là, cchiù confusa che pirsuasa.
"Allontanatela" fici Pasquano. "Io devo lavorare".
E continuò:
"Forse è deceduta per cause naturali".
"Dottore, ora basta" disse Montalbano.
Pasquano satò addritta come un grillo, russo 'n facci.
"E non me la domanda l'ora della morte, ah?" sbottò.
"Ma non vede che lei non è più capace i distingure un cadavere da un pupo? Un'altra volta, prima di scomodarmi, si accerti che il morto sia un vero morto e non un manichino! Cose da rincoglioniti totali!".
Acchianò santianno in machina e sinni partì.
I dù barellieri s'avvicinarono lenti e dubbitosi. Taliarono la bambola. Po' uno si grattò la testa. L'altro spiò:
"Ma la dobbiamo portare via con noi?".
"No, no, potete andare anche voi, grazie". Si sintiva annichiluto. (...)
Finalmenti, quanno sinni ghiero tutti, carricarono la bambola nel bagagliaio e tornarono in commissariato senza scangiarisi parola.

(...) che tipo era quell'omo? Doviva 'nzumma farne un profilo. E qui gli vinni da ridiri. In tante pillicule miricane c'era spisso uno psicologo che travagliava con la polizia e che faciva i profili degli assassini scanosciuti. Nelle pillicule, 'sti psicologi erano sempre bravissimi, di un serial killer che non avivano mai viduto arriniscivano a diri quant'era àvuto, l'età che aviva, se era schetto o maritato, quelo che gli era capitato quanno aviva cinco anni e se viviva birra o coca-cola. E ci 'nzirtavano sempri.

Nota dell'autore.
Tutto quello che è scritto in questo romanzo, nomi e cognomi, situazoni, avvenimenti, sono solo frutto della mia fantasia. Se qualcunosi riconoscerà in un mio personaggio, vuol dire che ha più fantasia di me.

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