“L’assassinio di Florence Nightingale Shore”8 giugno 2018
di Jessica Fellowes
I delitti Mitford. Sei sorelle, una vita di misteri.
Mabel si raddrizzò, quasi fosse in procinto di dire qualcosa, quando colse un movimento alle sue spalle che la fece sussultare. La porta si aprì ed entrò un giovane di ventotto, trent'anni. Portava un completo di tweed marrone chiaro e un cappello. Da quello che Florence riusciva a vedere non indossava il cappotto, come ci si sarebbe aspettati da un viaggiatore diretto sulla costa in gennaio, ma forse lo portava sul braccio e lei non l'aveva visto. Non aveva bagaglio né bastone né ombrello. Si sedette a sinistra, accanto al finestrino, diagonalmente rispetto a Florence e in senso contrario alla direzione di marcia.
Udirono il fischietto del capostazione: partenza tra cinque minuti.
Mabel si mosse verso la porta e l'uomo si alzò. «Mi permetta» disse.
«No, grazie» replicò Mabel. «Faccio da sola».
Abbassò il finestrino tirando la cinghia di pelle, si sporse fuori per girare la maniglia dello sportello e lo spinse per aprirlo. Florence rimase seduta e ignorò il compagno di viaggio; teneva un giornale posato in grembo, gli occhiali da lettura sul naso. Mabel uscì, chiuse la porta e restò sul marciapiede
a guardare dentro. Poco dopo il capotreno soffiò nel fischietto per l'ultima volta. Il treno partì, all'inizio lentamente, poi accelerò e, giunto all'altezza della prima galleria, aveva ormai raggiunto la velocità massima. Fu l'ultima volta che qualcuno vide Florence Nightingale Shore viva.
«Hai un innamorato, Lou-Lou?» chiese Nancy di punto in bianco.
«Cosa?» trasalì Louisa. «No, certo che no». Il pensiero, però, corse a Guy, e avvertì un guizzo nello stomaco.
Nancy sospirò. «Neanch'io. A parte il signor Chopper, naturalmente».
«Il signor Chopper?»
«È l'assistente del signor Bateman, l'architetto di Farve. E' un ragazzo molto serio, non mi guarderebbe neppure se mi dimenassi davanti al camino. Quando viene a casa nostra, all'ora del tè, per mostrare i progetti, rifiuta qualunque forma di distrazione. Dev'essere amore, non credi?» Nancy levò gli occhi al cielo e Louisa la imitò, poi scoppiarono a ridere entrambe.
«Farve dice che c'è scarsità di uomini, oltretutto. Forse non ci sposeremo mai e saremo le "donne di troppo" di cui parlano sempre i giornali. Porteremo calze di lana grossa e occhiali spessi e coltiveremo l'orto. Leggeremo tutto il giorno e non ci cambieremo mai d'abito per la cena, come le sorelle O'Malley».
«Forse». Louisa sorrise. Non le pareva una brutta idea.
«(...) Oh, una cosa tristissima! Tante buone azioni per finire in un modo simile... » Rosa estrasse un fazzoletto non troppo pulito dalla tasca e si asciugò gli occhi.
«Come mai conosceva la signorina Shore?» chiese Guy, con la matita sospesa a mezz'aria.
«Eravamo infermiere insieme, prima della guerra. Lavoravamo al St Thomas'. Ero un po' più giovane di lei e mi aveva preso sotto la sua protezione. Era un'ottima infermiera e coraggiosa, anche. Sa che era andata in Cina da giovane? Non è da tutti. Io non mi sono mai spinta più in là di Dieppe, e mi è bastato. Non sanno fare un tè decente, sul Continente».
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“Il centenario che saltò dalla finestra e scomparve”21 agosto 2012
di Jonas Jonasson
Di certo Allan Karlsson avrebbe potuto pensarci prima e, magari, comunicare agli interessati la sua decisione. In effetti non aveva mai riflettuto troppo sulle cose. Ecco perchè quell'idea non ebbe neanche il tempo di fissarsi nella sua testa che già aveva aperto la finestra della stanza al pianterreno della casa di riposo di Malmköping, nel Sörmland, per poi sgusciare fuori e atterrare nell'aiuola sottostante.
La manovra richiedeva un certo fegato, dal momento che Allan compiva cent'anni proprio quel giorno. Solo un'ora dopo nella sala comune della casa di riposo avrebbero avuto inizio i festeggiamenti. Sarebbe stato presente persino il segretario comunale. E l'inviata del giornale locale. E tutti gli ospiti dell'ospizio. E tutto il personale, capitanato dalla ringhiosa e arcigna infermiera Alice.
Soltanto il festeggiato non aveva la benchè minima intenzione di partecipare.
Il festeggiato rideva tra sè quando con la coda dell'occhio si accorse che qualcuno si stava avvicinando. Era il giovane dalla corporatura esile, i capelli lunghi, biondi e unti, la barba incolta e un giubbotto di jeans con la scritta "Never Again" sulla schiena. Si stava dirigendo proprio verso di lui, trascinando la grossa valigia con le rotelle. Allan concluse che il rischio di dover conversare con il capellone era notevole, tuttavia la cosa avrebbe anche potuto risultare interessante: si sarebbe fatto un'idea del modo di ragionare dei ragazzi d'oggi.
In effetti un dialogo ebbe luogo, e nemmeno così complesso. Il giovane, dopo essersi fermato a qualche metro di distanza da Allan, sembrò studiarlo prima di dire:
"Senti un po'."
Allan rispose educatamente con un buongiorno e chiese in che modo potesse esserergli d'aiuto. Ecco. Il giovane voleva che gli tenesse d'occhio la valigia mentre andava al gabinetto. O stando alle sue parole:
"Devo andare a cagare."
Allan rispose educatamente che, nonostante fosse vecchio e malandato, la vista gli funzionava bene, pertanto non reputava troppo impegnativo dare un'occhiata alla valigia. Detto questo, lo esortò a espletare i propri bisogni con una certa celerità dal momento che lui era in attesa del pullman.
Quel pomeriggio il pullman diretto a Strängnäs era tutt'altro che affollato. Sul fondo sedeva una donna di mezz'età salita a Flen, al centro c'era una giovane madre che a Solberga aveva sudato sette camicie per introdursi nel veicolo con i due figli, uno dei quali ancora in carrozzina, mentre davanti c'era un uomo molto vecchio partito da Malmköping, che si stava giusto chiedendo la ragione per cui aveva appena rubato una grossa valigia grigia dotata di quattro rotelle. Forse perchè non gli era costato niente? O forse perchè il proprietario era uno zotico e un villano? O, ancora, perchè la valigia poteva contenere un paio di scarpe , chissà mai, anche un cappello? O forse perchè non aveva niente da perdere? No, Allan non era in grado di darsi una spiegazione. Di tanto in tanto bisognava prendersi qualche libertà - ecco quello che pensò prima di mettersi comodo.
La sera si fece notte a la notte mattino. Aperti gli occhi, Allan non riusciva a capire dove fosse. Era finalmente morto durante il sonno?
Una baldanzosa voce maschile prima gli augurò il buongiorno, poi lo informò che aveva due notizie da comunicargli, una buona a una cattiva. Quale desiderava sentire per cominciare?
Innanzitutto Allan voleva capire dove si trovasse, e perchè. Gli facevano male le ginocchia, quindi nonostante tutto era ancora vivo. (...) I tasselli tornarono al loro posto: Allan era sveglio. Era sdraiato a terra su un materasso, nella camera da letto di Julius, che ora gli stava ripetendo la domanda. Voleva sapere prima la notizia buona o quella cattiva?
"Quella buona," rispose Allan. "La cattiva puoi tralasciarla."
Ok, assentì Julius, e lo informò che la buona notizia era che la colazione era pronta. Caffè, tartine con arrosto d'alce e uova del vicino.
Assaporare ancora una volta una colazione che non fosse zuppa d'avena prima di morire: questa sì che era una buona notizia! Seduto al tavolo della cucina, Allan si dichiarò pronto ad ascoltare quella cattiva.
"La cattiva notizia..." disse Julius abbassando leggermente il tono. "La cattiva notizia è che con la sbornia ci siamo dimenticati di spegnere la ventola della cella frigorifera."
"E?"
"E... il tipo là dentro è morto stecchito."
Allan si grattò preoccupato la nuca prima di decidere che in nessun modo quella penosa notizia gli avrebbe rovinato la giornata.
"Brutta storia," commentò. "Però devo dire che l'uovo è cotto in modo perfetto, né troppo né troppo poco."
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