foto di Elena Fiorio - Burano maggio 2009
“Guarda ancora” di Lisa Scottoline
5 agosto 2018

«Resta sveglio, piccolo, okay?». Ellen lo scosse lievemente e gli sussurrò qualcosa, mentre il sangue gli sgorgava dalla ferita e intrideva un Kleenex dopo l'altro fino a farli sembrare i papaveri di carta che lui faceva a scuola. Glieli nascose fino a quando il sangue non rallentò, preoccupandola ancora di più. Oreo Figaro si avvicinò, si sedette davanti al divano con le zampe nascoste sotto di lui.
Will tirò su col naso. «Hai fatto male a Oreo Figaro, mamma».
«No, non è vero. Sapevo che non si sarebbe fatto male».
«L'hai volato».
«Sì, lo so». Ellen non lo corresse. Poteva fare tutti gli errori di grammatica che voleva, da ora in poi.
«Non è stato bello».
«Hai ragione». Ellen si voltò verso Oreo Figaro.
«Mi dispiace, Oreo Figaro».
Il gatto concesse il suo perdono alzando gii occhi, sbattendo le palpebre e sorvegliandoli fino a quando non arrivarono le auto della polizia, con i lampeggianti che ferivano l'intimità del salotto coprendo con chiazze rosso sangue le mucche e i cuori sulle pareti.
«Cos'è, mamma?», chiese Will, voltandosi.
«È la polizia. Sono venuti ad aiutarci, socio». Ellen si alzò e andò alla finestra. La strada sembrala un set televisivo. Le auto della polizia stavano parcheggiando, gli scappamenti emettevano grandi volute di fumo nell'aria gelida e i fari abbaglianti squarciavano l'oscurità punteggiata dai fiocchi di neve. Agenti in uniforme scesero dalle auto, figure nere che si stagliavano sul bianco, e si diressero rapidamente verso la sua veranda.
«Eccoli, mamma».
«Certo. Sono arrivati». Ellen si avviò alla porta mentre i poliziotti si affrettavano a salire sulla veranda con i loro scarponi militari e raggiungevano l'ingresso.
Erano venuti a salvare Will.
E a distruggere l'unica vita che lui conosceva.

«Dov'è Oreo Figaro, mamma? ».
«Oh. Era qui un attimo fa», rispose Ellen guardandosi attorno. Poi, videro entrambi il gatto nascosto sotto ii tavolo da pranzo, disturbato da tutta quella confusione, una nuvola bianca e nera con la coda che sembrava un punto esclamativo.
«Eccolo lì!», gridò Will, partendo all'inseguimento del gatto che corse in cucina.
«Oh-oh». Ellen seguì Will e tutti si voltarono a guardarlo trattenendo il fiato. Avevano discusso su come avrebbe potuto reagire nel rivedere la cucina, ed Ellen aveva consultato uno psicologo infantile che le aveva detto di lasciare che prendesse lui l'iniziativa di fare domande, il terapeuta aveva anche approvato la sua idea di ridipingere la cucina e lei sperava che anche Will approvasse. Trattenne il fiato quando lui raggiunse la soglia.
«Mamma», urlò Will, sorpreso. «Guarda qui!».
«Lo so, caro. È una sorpresa per te». Ellen si avvicinò a lui e gli poggiò una mano sulla testa. Lei e Marcelo avevano lavorato in cucina tutto il weekend, avevano installato il nuovo parquet sul pavimento e ridipinto le pareti per coprire le macchie di sangue. La scelta della tinta era stata la più facile, anche se quando la luce del sole la illuminava attraverso la finestra sul retro, sembrava che la cucina stesse germogliando. Non era certa che si sarebbe mai abituata ad avere una cucina verde brillante, né che ci sarebbe stato bisogno di farlo.
«È il mio colore preferito!», esclamò Will, poi agguantò il gatto e gli diede una bacio. «Ti voglio bene, Oreo Figaro».
«Anch'io ti voglio bene», rispose Ellen, facendo la voce di Oreo Figaro.
Will ridacchiò e rimise il gatto sul pavimento. «Posso aprire i regali, ora?».

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“Il grande libro delle frittate”
8 luglio 2018

di Morello Pecchioli e Monica Sommacampagna
Estratti dal capitolo: Elogio alla frittata.

E' la Cenerentola delle pietanze, la Cinderella dell'Italian Food. Ha tutto per piacere: è buona, bella, compiacente e sempre disponibile, soprattutto all'ultimo momento. Basta avere un paio d'uova a disposizione. "Caro, cosa cuciniamo per questa sera a cena? Non c'è niente in frigo, a parte due uova e una mezza salsiccia. Ce la facciamo una frittatina?" (...)
Il menu dei ristoranti, invece, da quelli stellati alle trattorie, la ignorano. I libri di ricette - non tutti, ma quasi - idem. La tradizionale, gustosa, umile, povera frittata all'italiana non riesce a oltrepassare le pareti della cucina di casa. Nè, tantomeno, arriva a valicare i confini della patria cucina. Ma se lo spazio le mette i paletti, se la geografia non le rende giustizia, il tempo al contrario, ne proclama le virtù gastronomiche, e la storia testimonia la sua antica bontà, le riconosce i gustosi meriti, grazie ai quali ha soddisfatto generazioni di palati, sfamato e nutrito sostanziosamente gente di ogni stirpe e di ogni altra etnia (un'infinità) che ha calcato il suolo del Buon Paese.

L'omelette è francese, transalpina. E' nata aristocratica, tra le Tuileries e la reggia di Versailles. Ha la puzzetta sotto il naso. La frittata nostra, invece, è popolare. L'effluvio della fortàgia con le cipolle si espande tra le calli di Venezia e, avvolta nella carta gialla del formaggio, va in gondola con Toni, Bepi e Alvise. L'odorino si scamorza affumicata della frittàt di maccheroni alla napoletana invade i quartieri spagnoli della città partenopea. L'aroma del grana con gli spinaci della fritada milanese si confonde con la nebbia sui Navigli. Il profumo del basilico della frità col pesto alla genovese s'infila negli stretti carrugi del capoluogo ligure. La fragranza della frittata romanesca alla burina si diffonde da Trastevere al ghetto romano fino a intrufolarsi, mescolata con l'odore dell'incenso, nei palazzi vaticani. E' una frittata contadina, ma degna di un papa. (...)
L'omelette soffre di qualche complesso freudiano. La frittata, invece, è solare, ha un carattere espansivo, socializza. E' popolana.
L'omelette viene cotta da un solo lato. La frittata su entrambi, rivelando, anche in questo, la sua italianissima origine. Non siamo, forse, noi italiani, maestri nel rivoltare la frittata?



Frittatona di cipolle e rutto libero...

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“Amori, crimini e una torta al cioccolato”
1 luglio 2018

di Sally Andrew
Un'indagine di Tannie Maria.

Non è buffa, la vita? Sai, per come le cose ne provocano altre in modo inaspettato.
Quella domenica mattina ero in cucina a rimestare la confettura di albicocche nella pentola di ghisa. Era una di quelle giornate terse d'estate nel Klein Karoo e mi godevo la brezza che entrava dalla finestra.
«Hai un profumo delizioso» dissi all'appelkooskonfyt. (...)
Mia madre era afrikaner e mio padre inglese, e le due lingue in me sono mischiate. Mangio in afrikaans e discuto in inglese, ma quando devo imprecare torno subito all'afrikaans.
L'appelkooskonfyt stava proprio venendo come si deve, densa e chiara, quando sentii l'auto. Aggiunsi alla confettura qualche armellina e una stecca di cannella, ignara che l'auto stesse portando il primo ingrediente di una ricetta di amore e crimine.
Ma forse la vita è come un fiume che scorre incessante avvicinandosi e allontanandosi dalla morte e dall'amore. Avanti e indietro.

Mia madre mi ha trasmesso l'amore per la cucina, ma è stato solo rendermi conto di quale pessima compagnia fosse mio marito a farmi capire che ottima compagnia potesse essere il cibo. Qualcuno potrebbe pensare che gli do troppa importanza. Be', lasciamo pure che lo pensi. Senza cibo sarei molto sola.

«Credo che dovremmo parlare con lui» dissi.
«Ma lui vorrà parlare con noi?» disse Hattie. «Mi sa che non è uno molto cordiale».
«Ho una fetta di quella torta al cioccolato e un panino con l'agnello arrosto» spiegai. «Con senape e cetriolini. Questo potrebbe indurlo a parlare».
«Non credo che dovremmo dare torta e agnello a quel bastardo» ribadì Jessie. «Si merita un bel calcio nelle palle».
«Quell'uomo ha una pistola, sai» disse Hattie. «Ma sono d'accordo: è più probabile che parli a una tannie che gli porta del cibo che a un paio di giornaliste investigative».
«D'accordo» concluse Jessie. «Tu puoi provare ad andare con il cibo e io ti aspetto fuori. Se gridi, arrivo di corsa con quel calcio. E uno spray al peperoncino».
Jessie mi sarebbe stata utile, ai tempi di mio marito Fanie.

Rosolai la pancetta affumicata e tostai il mio pane casereccio, poi preparai dei sandwich con pancetta e marmellata di arance e li misi in un Tupperware come spuntino da mangiare con Jessie più tardi. Ne preparai uno in più che sbocconcellai sullo stoep, guardando il ventre gonfio delle nuvole farsi rosa e poi rosso sangue. Poi di nuovo grigio, sempre più vicino, più grosso, più scuro. So che me ne sarei dovuta rallegrare, perché da qualche parte lì dentro c'era la pioggia, ma avevano un aspetto così cupo e pesante che nelle loro forme vedevo facce di uomini dalle barbe scure, con brutti pensieri nelle fronti rigonfie. Mio marito Fanie era morto e sepolto, ma a volte avevo l'impressione che fosse ancora con me, come un cattivo sapore in bocca.

Mentre tornavo alla macchina, mi chiesi che cos'avrei fatto se avessi pensato che stava arrivando la fine del mondo. Non credo in Dio o nella chiesa o cose del genere, per cui dubito che passerei il mio tempo a pregare o a elevarmi spiritualmente. Penso che cucinerei qualcosa di buono. Ma che cosa? E chi inviterei a mangiare?
La mia mente corse al pranzo con l'ispettore Kannemeyer (...)

Preparare i vetkoek con la carne speziata è un'arte messa a punto da generazioni e generazioni di tannie sudafricane. Mentre masticavo soddisfatta, pensai con gratitudine a tutte loro, e in particolare a mia madre, che mi aveva insegnato a farli. Lì nella mia cucina, addentando quel vetkoek ripieno, ebbi quel genere di sensazione che ci si aspetta quando si va in chiesa pieni di fede.
Ho detto che non credevo in niente, che la mia fede era volata via dalla finestra, ma forse non era vero. Credevo nei vetkoek ripieni e in tutte le tannie che li avevano fatti. Se fosse arrivata la fine del mondo, ecco cos'avrei preparato.

«Voi in che cosa credete?» domandai a Harriet e Jessie. (...)
Non risposero, così preparai le tazze: tè per Hattie e caffè per Jess e me.
«Abbiamo tempo fino al 21 dicembre per credere in qualcosa» continuai.
«Oh, cielo» esclamò Hattie. «Hai parlato con gli avventisti? Di' la verità».
«La fine del mondo è vicina» fece Jessie con il tono di quella a cui non importa nulla.
«Oh, andiamo. Quelli sono fuori di testa».
«Comunque siamo destinati a morire tutti» disse ancora Jessie. «Se non il 21 dicembre, prima o poi».
«Mi sa di sì» fece Hattie, alzandosi per prendere il suo tè. (...)
«Io vorrei un po' di vita prima della morte» dissi.
Jessie alzò gli occhi dal computer. Harriet mi lanciò uno sguardo perplesso.
«Tutto bene, Maria?» chiese.

Tannie: letteralmente zietta. Modo rispettoso afrikaans per indicare una donna coetanea o più anziana, tradizione un po' antiquata ma ancora diffusa nelle piccole città.
Stoep: veranda particolarmente confortevole e con una spendida vista.
Vetkoek: letteralmente torta grassa, è una focaccia di pasta di pane fritta.


Piacevolissimo libro salvato da un'onda anomala di succo di arancia rossa...

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Symmetry Breakfast
30 giugno 2018

Caro cosa mi prepari questa mattina?


Symmetry Breakfast nasce come fenomeno Instagram ed è una galleria fotografica delle colazioni speculari che il londinese Michael Zee prepara con amore ogni mattina per il suo compagno Mark van Beek e per sé.

Un'idea semplice e, come quasi tutte quelle geniali, nata per caso. Due piatti - ogni mattina differenti - di ottimo cibo, curati in ogni minimo dettaglio e meravigliosamente impiattati con assoluta simmetria.

Molti scatti mostrano colazioni che rispettano la tradizione anglosassone ma in altri Michael, che ha sangue cinese e scozzese, scopre e sperimenta altre culture culinarie.
L’ispirazione viene spesso dal passato e dalle tradizioni e altre volte da racconti di familiari e amici, ogni piatto ha una sua storia alle spalle e Michael dice: "Narrare è quello che faccio ed è mia intenzione fare. Non voglio pontificare con lunghe descrizioni, Instagram è del resto un medium particolare di immediata fruizione, un veicolo di storytelling particolare".



www.instagram.com/symmetrybreakfast
www.symmetrybreakfast.com

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Man vs. Food
31 dicembre 2017

Maratona Man vs. Food per ventiquattro ore su Food Network e non solo lì...


Man vs. Food è un reality show televisivo che va in onda negli Stati Uniti dal 2008. Il programma è stato condotto dall'attore e presentatore Adam Richman nelle prime quattro stagioni (la quarta con il titolo Man v. Food Nation).

In ogni puntata Adam si reca in una città degli States per assaggiare i piatti tipici del luogo e tentare una sfida lanciata da un ristorante locale. Le sfide tra uomo e cibo consistono nel mangiare piatti di dimensioni gigantesche o estremamente piccanti.

Gli episodi sono costruiti mettendo insieme vari momenti del viaggio dove Adam si intrattiene con i ristoratori che descrivono la loro specialità della casa e gli ingredienti tipici della cucina del posto e con i clienti che parlano delle ordinazioni più richieste per qualità e quantità. Culmine della puntata è la sfida che Adam affronta nel locale prescelto, seguita da una finta conferenza stampa dove risponde alle domande degli avventori che hanno assistito alla sua vittoria o sconfitta.

Adam si presenta nella sigla della serie con la frase: "Sono Adam Richman un fanatico del cibo, ho fatto mille lavori nel campo della ristorazione e ora giro l'America alla ricerca dei templi dell'abbuffata e affronto le sfide alimentari più leggendarie. Non sono un mangiatore sportivo, sono solo uno che ha molto appetito! Queste sono le avventure di un inguaribile affamato, ecco a voi Man vs. Food".

Ritiratosi dalle sfide culinarie nel gennaio 2012 Adam detiene il record personale di 37 sfide vinte dall'uomo e 22 dal cibo.

Il presentatore, esperto di cibo autodidatta, dal 1995 conserva un diario di viaggio in cui annota tutti i ristoranti che ha visitato e quello che ha mangiato. Quando possibile ha affrontato le sfide digiunando a partire dal giorno prima e idratandosi molto bevendo solo acqua. Successivamente ha trascorso un'ora sul tapis roulant.

Dopo Man vs. Food Adam Richman ha presentato il programma Man Finds Food dove in giro per l'America e il mondo intero cerca piatti speciali non inseriti nei menù ufficiali dei ristoranti.

L'elenco delle puntate e delle sfide di Man vs. Food.

www.foodnetwork.it/man-v-food
www.foodnetwork.it/man-finds-food

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Museo del Prosciutto di Parma
26 agosto 2017

Il Museo del Prosciutto di Parma a Langhirano

In una terra fertile, delimitata a Nord dal Po e a Sud dall’Appennino, compresa tra le valli dell’Enza e dello Stirone, fin dai tempi più remoti si sviluppò l’allevamento dei suini, favorito dalle vaste estensioni boscose e dalla presenza delle querce, e con queste, delle ghiande. Branchi di maiali pascolavano in vaste aree boschive e le popolazioni di origine celtica, qui stanziate, misero a punto le "tecnologie" necessarie all’impiego delle loro carni e alla loro conservazione, anche grazie alle sorgenti e ai pozzi di acqua salata di Salsomaggiore e Rivalta.
Le caratteristiche del territorio giocarono un ruolo fondamentale ed è qui che oggi sorge il Museo del Prosciutto di Parma: a Langhirano, che del prosciutto è la capitale riconosciuta, nel complesso integralmente restaurato dell’ex Foro Boario, splendida architettura rurale dei primi del Novecento, storicamente destinata alla contrattazione del bestiame.
Organizzato in otto sezioni, il percorso di visita al museo inizia dal territorio, con la descrizione dell’agricoltura parmense, per poi passare alla sezione dedicata alle razze suine, alla loro diffusione nei vari continenti e alle varietà utilizzate per la produzione del prosciutto di Parma.
La ricca sezione dedicata al sale racconta la storia di questo importantissimo strumento di conservazione degli alimenti, che grazie ai pozzi presenti sul territorio, favorì nel tempo lo sviluppo dell’arte salumiera. Vi è esposta una raccolta di sali provenienti da tutto il mondo e un raro filmato sull'estrazione del sale dai pozzi di Salsomaggiore.
La sala dedicata alla norcineria raccoglie, oltre a numerosi documenti storici sull’attività della macellazione dei suini nei secoli, un ampio campionario di antichi oggetti impiegati da generazioni di norcini per la lavorazione delle carni.
Le restanti sezioni presentano gli altri salumi tipici del territorio parmense, approfondiscono il tema della gastronomia e dell’impiego del prosciutto in cucina, narrano, anche attraverso testimonianze in video, le tecniche di lavorazione del prosciutto e la struttura di un prosciuttificio, presentano infine l’attività del Consorzio del Prosciutto di Parma, che garantisce la qualità di questo straordinario prodotto noto e apprezzato in tutto il mondo.



www.museidelcibo.it/prosciutto

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Un buon motivo per non ingrassare
22 maggio 2015

Vignetta motivazionale per gattofile...



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Orridi da mangiare
3 marzo 2015

Pensavo fosse giunto il momento di iniziare a fotografare le mie creazioni culinarie ma... anche no!



Orridi da mangiare... il peggio dei foodblog italiani.
ATTENZIONE! PIATTI ESPLICITI.

Orridi da mangiare è un blog irriverente, cattivo e politicamente scorretto che raccoglie le peggiori foto-ricette dai blog di cucina italiani. "Fatevene una ragione" annunciano i tre autori (Joshua, Ramon e Chico) nella pagina CHI SIAMO e perchè questo blog.

"Quello di nutrirsi è un bisogno naturale di tutti gli esseri viventi: lo facciamo tutti, i più fortunati due volte al giorno, a pranzo e a cena. Per nutrirsi, da qualche migliaio d'anni a questa parte, l'uomo cuoce il suo cibo, così da renderlo più masticabile, invitante e digeribile. Peccato che qualcuno abbia inventato i food blog e da quel momento tutto sia andato a puttane.
Facendo le dovute eccezioni infatti, il più delle volte la rete è invasa da siti e blog di cucina che pubblicano piatti assolutamente inguardabili, poltiglie incolore, pasticci osceni, ricette scialbe e liquami infelici.

Ecco in poche righe la mission di questo blog, che vuole sobbarcarsi un lavoro immane e francamente schifoso: raccogliere gli orrori da mangiare, che ogni giorno i food bloggers italiani ci propinano instancabilmente.

Questo blog è ironico, sarcastico, cattivo, irrispettoso, irriverente e fa i ruttini a tavola. Noi non siamo una guida michelin, quindi anche se doveste trovare una vostra ricetta su questo sito, niente paura, non perderete punti da chef, nè stelle. Non vogliamo perseguitarvi, nè offendervi, stiamo solo scherzando, e un brutto piatto può capitare a chiunque.
Siamo perfettamente consapevoli che i foodbloggers non professionisti ci mettono il cuore, noi ci aggiungiamo il fegato e così ci facciamo un bello spezzatino alla faccia di chi si prende troppo sul serio."


Da leggere anche l'avviso sui contenuti in homepage.

"I contenuti (testo e immagini) presenti in questo blog potrebbero impressionare le persone più sensibili e gli stomaci più delicati. Ci preme affermare la più totale distanza dai blog dai quali prendiamo le foto, perchè cancelliamo i marchi e omettiamo la fonte: infatti non vogliamo appropriarci delle vostre ricette, nè sputtanare in pubblico i vostri blog, noi stiamo solo scherzando. Tuttavia, pur ricordando a tutti i lettori privi di senso dell'umorismo che questo è un blog satirico, invitiamo chiunque si senta offeso dalla pubblicazione di qualche piatto indecente o di qualche foto di sua proprietà intellettuale, a segnalarci tali immagini, che verranno quasi immediatamente oscurate dalle pagine di questo blog, ma non dalla nostra memoria. Che li ricorderà per sempre."

orroridamangiare.blogspot.it

Il titolo del post "La cucina degli avanzi: il secchio dell'umido in un boccone" per me è vera poesia...

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Vivere con micio
17 febbraio 2014

Oggi Festa del gatto tra piccole acrobazie quotidiane...


Mixtape Comics di Rachel Dukes:
www.mixtapecomics.com

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FumettoRicetta di Iaia & Maghetta Streghetta
3 agosto 2013

FumettoRicetta:
“E se ho voglia di un budino devo per forza affettarmi le cosce?”


Perché… una ricetta al giorno e lo psichiatra è ditorno.
Per vedere tutte le FumettoRicette.

GiKitchen. La cucina psicola(va)bile di Iaia & Maghetta Streghetta.
Non è un food blog, sono fumetti e etti di fumo.

Iaia si definisce una che disegna, scrive, cucina e fotografa ma non fa bene nessuna delle quattro cose. E’ nata il dodici dodici alle ore dodici. Il suo nome è formato da dodici lettere ed è la dodicesima nipote. Ha dodici personalità e dodicimila nani da giardino.
La divertente “incresciosa autobiografia” di Grazia Guardo (questo il suo vero nome) inizia così: Quando ero piccola mi chiamavo Iaia. Il mio vero nome è un altro. In rete mi chiamano tutti Giulia, nella realtà Grazia, ma lui mi chiama Gi. La mia prima parola è stata Cucca: Acqua. E davanti al mare ho esclamato “Cucca Grande!”. Non ho detto niente di più intelligente sino ad ora.
Per leggere tutta l’Incresciosa autobiografia.

gikitchen.wordpress.com

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