Cosa disegnare e come disegnarlo19 agosto 2018
Piccoli Walt Disney crescono...
Il libro
"What to draw and how to draw it" di
Edwin G. Lutz del 1913 è presentato come il regalo ideale da fare a un bambino e nelle istruzioni iniziali spiega come procedere per ottenere le immagini proposte a partire dagli schemi numerati.
I diagrammi passo passo mostrano le linee e le forme di costruzione tratteggiate, che permettono di ottenere le proporzioni corrette, e i tratti pieni che delineano il profilo e i dettagli definitivi della figura scelta.
Lutz suggerisce di non calcare con la matita i tratti di costruzione per poterli successivamente cancellare e di utilizzare bottoni di varie misure per disegnare i cerchi in assenza di un compasso.
Pare che un giovanissimo Walt Disney abbia mosso i primi passi nel mondo dell'animazione scoprendo il libro di Lutz "Animated Cartoons".
E' possibile scaricare "What to draw and how to draw it" qui:
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“Guarda ancora” di Lisa Scottoline5 agosto 2018
«Resta sveglio, piccolo, okay?». Ellen lo scosse lievemente e gli sussurrò qualcosa, mentre il sangue gli sgorgava dalla ferita e intrideva un Kleenex dopo l'altro fino a farli sembrare i papaveri di carta che lui faceva a scuola. Glieli nascose fino a quando il sangue non rallentò, preoccupandola ancora di più. Oreo Figaro si avvicinò, si sedette davanti al divano con le zampe nascoste sotto di lui.
Will tirò su col naso. «Hai fatto male a Oreo Figaro, mamma».
«No, non è vero. Sapevo che non si sarebbe fatto male».
«L'hai volato».
«Sì, lo so». Ellen non lo corresse. Poteva fare tutti gli errori di grammatica che voleva, da ora in poi.
«Non è stato bello».
«Hai ragione». Ellen si voltò verso Oreo Figaro.
«Mi dispiace, Oreo Figaro».
Il gatto concesse il suo perdono alzando gii occhi, sbattendo le palpebre e sorvegliandoli fino a quando non arrivarono le auto della polizia, con i lampeggianti che ferivano l'intimità del salotto coprendo con chiazze rosso sangue le mucche e i cuori sulle pareti.
«Cos'è, mamma?», chiese Will, voltandosi.
«È la polizia. Sono venuti ad aiutarci, socio». Ellen si alzò e andò alla finestra. La strada sembrala un set televisivo. Le auto della polizia stavano parcheggiando, gli scappamenti emettevano grandi volute di fumo nell'aria gelida e i fari abbaglianti squarciavano l'oscurità punteggiata dai fiocchi di neve. Agenti in uniforme scesero dalle auto, figure nere che si stagliavano sul bianco, e si diressero rapidamente verso la sua veranda.
«Eccoli, mamma».
«Certo. Sono arrivati». Ellen si avviò alla porta mentre i poliziotti si affrettavano a salire sulla veranda con i loro scarponi militari e raggiungevano l'ingresso.
Erano venuti a salvare Will.
E a distruggere l'unica vita che lui conosceva.
«Dov'è Oreo Figaro, mamma? ».
«Oh. Era qui un attimo fa», rispose Ellen guardandosi attorno. Poi, videro entrambi il gatto nascosto sotto ii tavolo da pranzo, disturbato da tutta quella confusione, una nuvola bianca e nera con la coda che sembrava un punto esclamativo.
«Eccolo lì!», gridò Will, partendo all'inseguimento del gatto che corse in cucina.
«Oh-oh». Ellen seguì Will e tutti si voltarono a guardarlo trattenendo il fiato. Avevano discusso su come avrebbe potuto reagire nel rivedere la cucina, ed Ellen aveva consultato uno psicologo infantile che le aveva detto di lasciare che prendesse lui l'iniziativa di fare domande, il terapeuta aveva anche approvato la sua idea di ridipingere la cucina e lei sperava che anche Will approvasse. Trattenne il fiato quando lui raggiunse la soglia.
«Mamma», urlò Will, sorpreso. «Guarda qui!».
«Lo so, caro. È una sorpresa per te». Ellen si avvicinò a lui e gli poggiò una mano sulla testa. Lei e Marcelo avevano lavorato in cucina tutto il weekend, avevano installato il nuovo parquet sul pavimento e ridipinto le pareti per coprire le macchie di sangue. La scelta della tinta era stata la più facile, anche se quando la luce del sole la illuminava attraverso la finestra sul retro, sembrava che la cucina stesse germogliando. Non era certa che si sarebbe mai abituata ad avere una cucina verde brillante, né che ci sarebbe stato bisogno di farlo.
«È il mio colore preferito!», esclamò Will, poi agguantò il gatto e gli diede una bacio. «Ti voglio bene, Oreo Figaro».
«Anch'io ti voglio bene», rispose Ellen, facendo la voce di Oreo Figaro.
Will ridacchiò e rimise il gatto sul pavimento. «Posso aprire i regali, ora?».
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“Il testimone” di Francesco Recami14 agosto 2017
Dalla raccolta "Viaggiare in giallo" di Giménez-Bartlett, Malvaldi, Manzini, Recami, Robecchi, Savatteri
Andarono a giocare al parco giochi, un giardinetto spelacchiato. Raul pisciava lontanissimo e sapeva fare dei rutti lunghissimi, dopo essersi riempito di coca-cola. Coca-cola? Per Enrico si trattava di una sostanza proibitissima, la mamma non gliela aveva mai fatta neanche vedere da lontano e lui era certo che a berla si andava all'inferno o anche peggio. E a quel bambino permettevano di bersene un bottiglione! Enrico era sbalordito. Quello beveva a bottiglia, senza fermarsi mai. Ma com'è che non moriva sul colpo?
Ma invece di morire quello faceva dei rutti spaziali e ruttando diceva «Alabuenadedios» o qualcosa del genere.
«Me la fai assaggiare?» riuscl a chiedere intimorito l'Enrico, controllando che la mamma non stesse guardando da quella parte.
Raul gli offrì il boccione, continuando a fare rutti smisurati.
Enrico sollevò il bottiglione e dette alcune piccole sorsate, e in breve fu l'estasi.
La coca-cola era una bibita meravigliosa, che ti riempiva la bocca e il naso di un gas dai poteri mega e ti faceva sentire benissimo. Enrico ne dette altre sorsate, sempre più consistenti. E poi l'effetto magico, il rutto. Anche Enrico proruppe in un colossale, se proporzionato al suo fisico mingherlino, rutto, che uscì mezzo dalla bocca e mezzo dal naso. Era questa la droga?
I grandi ti proibiscono sempre le cose migliori.
Insomma Enrico si ambientò e trascorse due giorni di sano divertimento coi suoi amici, passando il tempo a fare la pipì nella piscina e a tirarsi le borse di plastica piene d'acqua. L'unico timore di Enrico era che la mamma venisse a scoprire che lui aveva bevuto (e continuava a bere!) coca-cola. Lo avrebbe messo in prigione?
Partirono con la Doblò a fare un giro. Prima andarono alla Punta delle Oche, dove le oche non c'erano. Poi arrivarono al faro di Capo Sandalo, dove di sandali non ce n'era neanche uno spaiato, poi alle saline dove il sale non c'era, invece c'erano tanti uccelli col becco a punta. Infine raggiunsero le tonnare, e la signora Grazia spiegò che le tonnare lì non c'erano più. Insomma, in quel posto i nomi li davano a caso. Però erano tutti bellissimi e fantastici, Enrico avrebbe desiderato una macchina da presa per girare dei filmini, così si risparmiava la fatica di fare i disegni.
La tonnara fu il posto che lo magnetizzò di più, anche perché il nonno gli spiegò, in modo un po' semplicistico, come facevano a catturare i tonni. Li facevano entrare in certi canali, li imprigionavano lì e poi li prendevano a mazzate. Il mare si tingeva di rosso, per via di tutto il sangue. Enrico ne rimase molto impressionato.
Sulla punta c'era una piazzola panoramica da dove si vedeva un'isoletta minuscola e spoglia. «Quella si chiama Isola Piana» ed era effettivamente piana, non c'era una collinetta a pagarla oro. Meno male, pensò Enrico.
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“La notte ritorna” di Mary Higgins Clark16 maggio 2017
Al parco giochi della Quindicesima Strada a Manhattan, non lontano da casa, il dottor Greg Moran spingeva il suo bambino, Timmy, sull'altalena.
«Ultimi due minuti», annunciò ridendo e dando un'altra spinta abbastanza forte da far contento il piccolo monello di tre anni, ma non tanto forte da rischiare di farlo cadere. Era una scena a cui in passato aveva spesso assistito e quando metteva Timmy su una di quelle altalene era sempre estremamente prudente. Come medico del pronto soccorso era un esperto di incidenti.
Erano le sei e mezzo di sera e l'aria si era fatta un po' pungente, a ricordargli che il successivo weekend si celebrava il Labor Day. «Ancora un minuto», disse con fermezza. Prima di portare Timmy al parco giochi, Greg era stato in servizio per dodici ore in un pronto soccorso più caotico che mai. In una gara di macchine sulla Prima Avenue i giovani che si trovavano a bordo di due auto erano rimasti coinvolti in un terribile schianto. Miracolosamente nessuno aveva perso la vita, ma tre dei ragazzi avevano riportato ferite molto gravi.
Greg staccò le mani dall'altalena in modo che rallentasse fino a fermarsi. Se Timmy non aveva tentato inutilmente di protestare significava che era pronto a tornare a casa anche lui. In ogni caso in tutto il parco giochi c'erano solo loro due.
«Dottore!»
Quando si girò, Greg si trovò faccia a faccia con un uomo di statura media, muscoloso, il viso nascosto sotto una sciarpa. Gli puntava una pistola alla testa. Con una mossa istintiva, Greg si spostò di lato per allontanarsi il più possibile da Timmy. «Senti, il portafogli è in questa tasca», disse in un tono pacato. «Prendilo pure».
«Papà».
Timmy era spaventato. Ancora sul seggiolino dell'altalena, si era girato e aveva guardato lo sconosciuto negli occhi.
Nei suoi ultimi istanti di vita, Greg Moran, trentaquattro anni, medico apprezzato, marito e padre affettuoso, cercò di lanciarsi sul suo aggressore, ma non poté in alcun modo sottrarsi al colpo fatale che lo raggiunse con micidiale precisione al centro della fronte.
«PAPÀÀÀÀÀÀÀ!» strillò Timmy.
L'assassino corse verso la strada, poi si fermò e si voltò. «Timmy», gridò, «di' a tua madre che adesso tocca a lei. Poi sarà il tuo turno».
Margy Bless, un'anziana signora che stava tornando a casa dalla panetteria del quartiere dove lavorava part-time, udì il colpo di pistola e le minacce. Restò immobile per alcuni lunghi secondi come per capacitarsi della scena spaventosa di cui era stata testimone: l'uomo che scompariva correndo dietro l'angolo con la pistola ancora in pugno, il bambino che urlava sull'altalena, l'altro uomo accasciato al suolo.
Le tremavano così forte le mani che le ci vollero tre tentativi prima di riuscire a digitare il 911.
All'operatrice che rispose, Margy riuscì solo a balbettare: «Presto! Presto! Potrebbe tornare! Ha ucciso un uomo e poi ha minacciato il bambino!»
La voce le morì in gola mentre Timmy si metteva a gridare: «Occhi Blu ha ucciso il mio papà... Occhi Blu ha ucciso il mio papà!»
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“La casa di ringhiera” di Francesco Recami2 gennaio 2017
Fu un pomeriggio da dimenticare anche per la figlia di Consonni. Dopo aver avuto un colloquio con le maestre di Enrico, Caterina era abbastanza sottosopra. Le avevano detto che Enrico aveva fatto dei disegni strani, in classe. In particolare aveva raffigurato, pur con i mezzi tecnici e grafici di cui era a disposizione, una persona tutta nuda a cui avevano tagliato il membro maschile. Le maestre si erano allertate per questo e avevano anche rapidamente consultato la psicologa della scuola, che per ovvio protagonismo aveva dato all'episodio un rilievo che forse di per sé non si sarebbe meritato. Comunque, giustamente, le insegnanti avevano segnalato a Caterina i fatti, avvertendola di mantenere la massima sorveglianza sul bambino, sui film che gli lasciavano vedere, sempre che non vi fossero significati psicologici più profondi, sui quali forse sarebbe valsa la pena indagare.
Altro che film, pensò immediatamente Caterina, questo è quel cretino di mio padre. Chissà che cosa ha fatto vedere all'Enrico, o che cosa gli ha raccontato! Lui e il caso della Sfinge di Lentate sul Seveso!
Caterina aveva molta fretta, era già in ritardo per un appuntamento con dei clienti che dovevano vedere un appartamento a Desio, e alle ore 17.07 chiamò suo padre al telefono, per dirgli che il bambino lo lasciava fuori del portone, che venisse a prenderlo.
Però Amedeo non rispondeva, che cavolo starà facendo..., quindi Caterina abbandonò Enrico nell'androne, intimandogli di andare da solo fino all'appartamento del nonno, tanto dov'era lo sapeva benissimo. La madre si assicurò che Enrico fosse sulla strada giusta, lo vide prendere le scale e se ne partì di gran fretta, era già in ritardo di venti minuti.
Enrico arrivò alla porta dell'appartamento 8 senza difficoltà, Era socchiusa, ed entrò: «Nonno...» chiamava. «Nonno ... dove sei?». In casa non c'era nessuno. Enrico vide che sul tavolo da pranzo c'erano i soliti ritagli di giornale, quelli che il nonno non gli faceva guardare, ma che lui ogni tanto, quando l'Amedeo andava in bagno, riusciva a sbirciare. Nulla di nuovo, che non avesse già visto. Si mise a giochicchiare con la colla e le forbici, ma senza il nonno che tentava di impedirglielo si annoiò subito. Allora prese il pennarello grosso e vergò qualche vettore a caso sulle fotocopie del nonno. Neanche da questo lavoro ottenne particolare soddisfazione.
Così Enrico uscì dall'appartamento, per vedere se il nonno fosse in giro, da qualche parte.
Nemmeno la porta dell'abitazione accanto era chiusa per bene, era semiaperta. Enrico la fissò, poi, come fanno i bambini, non ebbe esitazioni ed entrò dentro.
C'era abbastanza buio in quella stanza piccola, ma a un certo punto Enrico vide un signore, tutto sudato, che stava infilando dentro un grosso sacco della spazzatura di colore scuro una signora che non portava né i pantaloni né le mutande. Chissà che cosa sarebbe successo se Enrico avesse raffigurato con un bel disegno la scena che si trovava davanti in quel momento, e che cosa avrebbero pensato le sue insegnanti. Di fatto appena Enrico fu dentro la stanza Antonio si bloccò e per una decina di secondi rimase fermo immobile, con il sacco mezzo pieno in mano. Finalmente domandò: «E tu chi cazzo sei?».
«Io sono Enrico, ha mica visto il mio nonno?».
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“La sirena” di Camilla Läckberg6 novembre 2014
Il vestito sapeva ancora di lei. Christian se lo portò al naso e inspirò le microscopiche tracce di profumo rimaste impigliate nel tessuto. Chiudendo gli occhi, con l'odore nelle narici riusciva a rivederla ancora. I capelli lunghi fino alla vita che portava raccolti in una treccia o in uno chignon. Pettinature da vecchia signora, ma non su di lei.
Si muoveva come una ballerina, anche se aveva appeso le scarpe al chiodo. Le mancava la volontà, diceva. Il talento c'era, ma non la volontà di anteporre la danza a tutto il resto, di sacrificare amore, tempo, risate e amici. Voleva vivere intensamente.
Così aveva smesso di ballare. Ma quando si erano conosciuti aveva ancora la danza nel corpo e così era stato fino alla fine. Gli capitava di restare seduto a guardarla per ore, a osservarla mentre girava per casa, sistemava qualcosa e canticchiava un motivetto, muovendo i piedi con una grazia tale che sembrava non sfiorassero nemmeno il pavimento.
Avvicinò di nuovo il vestito al viso. Era così liscio sulla guancia calda e febbricitante, resa ruvida dalla barba un po' lunga. L'aveva indossato per l'ultima volta alla festa di mezz'estate. Il colore faceva risaltare l'azzurro degli occhi e la treccia che le ricadeva sulla schiena era lucida come il tessuto.
Era stata una serata fantastica. Uno dei rari solstizi d'estate benedetti da un sole spendente. Avevano mangiato in giardino, aringhe e patate novelle. Avevano preparato tutto insieme. Il piccolo era all'ombra con la zanzariera ben chiusa sulla carrozzina, in modo che non entrassero insetti. Era al sicuro.
Il nome del bambino gli balenò nella mente, facendogli fare un salto come se si fosse punto con uno spillo. Si costrinse a pensare ad altro: bicchieri appannati, gli amici che li sollevavano in un brindisi all'estate, all'amore, a se stessi. Pensò alle fragole che lei aveva portato fuori in una grande zuppiera. La ricordava seduta al tavolo della cucina a pulirle mentre lui la prendeva in giro perchè ogni tre o quattro che metteva nel recipiente una finiva tra le sue labbra. Le avrebbe servite agli ospiti accompagnate dalla panna, montata dopo averci aggiunto un pizzico di zucchero come le aveva insegnato la nonna materna. Lei aveva accolto le sue battutine con una risata, e l'aveva attirato a sè per baciarlo con le labbra che sapevano di fragole mature.
Stringendo il vestito tra le mani si lasciò scappare un singhiozzo. Non riuscì a trattenersi. La stoffa si scurì in più punti per le lacrime, e lui la asciugò con la manica della maglia. Non voleva sporcarla, non voleva rovinare quel poco che gli era rimasto di lei.
Rimise delicatamente il vestito nella valigia. Era l'unica cosa che restava di loro, l'unica cosa che fosse riuscito a tenere. Chiuse la valigia e la spinse nell'angolo. Sanna non doveva trovarla. Il solo pensiero che l'aprisse, ci guardasse dentro e toccasse il vestito gli faceva rivoltare lo stomaco. Sapeva che era sbagliato, ma aveva scelto Sanna per un'unica ragione: non le somigliava. Sanna non aveva labbra che sapevano di fragole e non si muoveva come una ballerina.
Ma non era servito. Il passato l'aveva agguantato lo stesso, con la stessa malvagità di quando aveva agguantato lei, la donna con il vestito azzurro. E adesso non vedeva via di scampo.
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In Bruges8 gennaio 2013
Se non crollo questa sera lo rivedo volentieri... è il film che mi ha fatto partire per il Belgio... Bruges e Gand sono due città magiche...
"In Bruges. La coscienza dell'assassino" è una commedia nerissima del 2008 scritta e diretta da Martin McDonagh. Presentata in anteprima al Sundance Film Festival, ha ottenuto un Golden Globe e una nomination agli Oscar 2009.
Il film racconta le vicende di due sicari Ray e Ken (interpretati da Colin Farrell e Brendan Gleeson) esiliati, poco proprio prima di Natale, dal loro capo Harry (Ralph Fiennes) nella tranquilla città di Bruges in attesa di una sua chiamata, dopo che il giovane Ray nel corso di una missione ha accidentalmente ucciso un bambino.
La pace del luogo è in contrasto con la "coscienza" dei due uomini, Ray ancora sconvolto per l'accaduto nella snervante attesa sviluppa un odio nei confronti della città, mentre Ken, che mantiene uno sguardo quasi paterno sulle azioni Ray, si sente confortato dalla bellezza e dalla serenità di quel luogo.
Spaesati dalla lontananza dal loro mondo i due killer, che hanno ricevuto l'ordine di comportarsi nel modo più anonimo possibile confondendosi fra i turisti, vengono in realtà coinvolti in pericolosi imprevisti con loschi personaggi locali e in strane situazioni con la troupe di uno stravagante film che si sta girando nella città.
Quando la telefonata di Harry finalmente arriva a rispondere è Ken al quale viene affidato il compito uccidere il giovane collega...
Il film, opera prima del regista Martin McDonagh, che ha come dichiarato riferimento Quentin Tarantino, presenta cortocircuiti narrativi e culturali: tematiche alte (morale, senso di colpa, perdono) incontrano un bassissimo linguaggio, la pittura fiamminga e le opere di Bosch sono affiancate a nani strafatti di ketamina e puttane che vengono da Amsterdam. E' un gioco di scrittura postmoderna fatto di dialoghi fulminanti, citazioni cinematografiche e dissertazioni filosofiche riportate in un attualissimo linguaggio comune, dove la città di Bruges si trasforma in una sorta di luogo sospeso e metafisico dove i due killer si muovono in direzioni apparentemente opposte.
Con lo svolgersi della vicenda, la città medievale di Bruges diventa un vero e proprio personaggio della storia, la sua atmosfera fiabesca e i suoi monumenti interagiscono con i protagonisti della pellicola. Emblematico è il ruolo del dipinto di Hieronymus Bosch,
Trittico del Giudizio, esposto al Groeninge Museum di Bruges, nel processo di riscatto di Ray. La relazione tra cinema e arte, in molti film pensata in termini di citazione, è qui molto più complessa.
Bruges, famosa città del Belgio, è un luogo da favola, un grande museo a cielo aperto. Il suo nome in fiammingo significa approdo ed è soprannominata la Venezia del nord. McDonagh ha deciso di ambientare il proprio film a Bruges dopo avervi passato le vacanze anni prima:
“Quando circa quattro anni fa sono stato a Bruges per la prima volta ho provato delle sensazioni contrastanti sul posto. Come reazione sono nati questi due personaggi che reagiscono di fronte alla bellezza della città e alla vita in maniera diversa, e ho iniziato a metterli su carta. Avrebbero dovuto visitare dei luoghi specifici di Bruges con i quali dovevano interagire. Mentre il film va avanti Bruges diventa più dark e le sue caratteristiche gotiche vengono messe maggiormente in risalto, come avviene nelle scene notturne iniziali, quando Ray si imbatte nel set ispirato a H. Bosch”.
Alcune citazioni:
Harry “Sembra uscita da una cazzo di fiaba, no? Come fa una città che sembra uscita da una cazzo di fiaba a non essere l'ideale per qualcuno? Come fanno tutti quei canali, ponti, stradine acciottolate, chiese e tutta quella cazzo di atmosfera fiabesca a non essere l'ideale per qualcuno, eh? I cigni… ci sono ancora? Come cazzo fanno i cigni a non essere il cazzo di ideale di qualcuno, me lo spieghi?"
Ray "Cazzo ragazzi, forse è questo l'inferno. Dover passare l'eternità in questa cazzo di Bruges!"
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Amore incondizionato20 marzo 2012
E' Primavera...
Lo psicologo statunitense Marshall B. Rosenberg racconta:
Mi ricordo una volta, tanti anni fa, quando Brett aveva tre anni. Mi chiedevo se ero riuscito a comunicare a lui e agli altri figli il fatto che li amavo incondizionatamente. Mentre stavo pensando a questo, Brett mi venne vicino. Mentre entrava nella stanza, gli chiesi:
«Brett, perché papà ti vuole bene?».
Mi guardò e rispose immediatamente: «Perché ho imparato a fare popò nel vasino?».
Così gli dissi: «Ma certo, questo mi fa piacere. Ma non è il motivo per cui ti voglio bene».
E allora aggiunse: «È perché non butto più la pappa per terra?». E io: «Se tieni il cibo nel piatto mi fa piacere, ma non è il motivo per cui ti voglio bene».
Allora si fece serio, mi guardò e chiese: «Papà, allora perché mi vuoi bene?».
A quel punto mi domandai: “Perché mi sono infilato in una conversazione astratta sull’amore incondizionato con un bambino di tre anni? Come posso esprimere questo concetto ad un bambino della sua età?”.
E così gli dissi: «Beh, ti voglio bene perché sei tu!».
In quel momento pensai di aver detto una cosa vaga e banale. Ma lui capì il messaggio. Lo lessi dal suo volto. Si illuminò e mi disse: «Oh, mi vuoi bene perché sono io, papà. Mi vuoi bene perché io sono io!».
Nei due giorni successivi ogni dieci minuti veniva da me, mi tirava per la manica e mi diceva: «Papà, mi vuoi bene perché sono io. Mi vuoi bene perché io sono io!».
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Operatore call center vs. marmocchio15 marzo 2012
Notizia pubblicata oggi...
Como - Denunciato per molestie telefoniche un operatore di call center che al rifiuto di un bimbo di tre anni di passargli i genitori avrebbe aggredito verbalmente il piccolo chiamandolo "marmocchio" e svelandogli "Babbo Natale non esiste e la Befana è tua mamma".
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“Tutta colpa dello scirocco” di Maria Di Piazza24 giugno 2011
Storie di ordinaria prevaricazione per 7 fermate. Subway Letteratura.
E' stata una brutta notte, una di quelle notti, afosa, opprimente, spennellata di un mal di testa in lento inesorabile crescendo, gocce di dolore che stillavano nelle vene come farmaco da una flebo, sempre più frequenti pungenti lancinanti in misura proporzionale all'avvicendarsi di cifre digitali rosse sulla radiosveglia (...)
Lillo ha fatto la sua parte, mettendosi a piangere tre volte, infastidito dalle zanzare, dal caldo da serra per orchidee, una volta anche da un motorino che è passato scoppiettando sotto la finestra che avevi lasciato aperta per creare una parvenza di ventilazione, aria bollente in movimento sopra il comò e le poltroncine gemelle foderate di stoffa crema, sopra il letto matrimoniale e la culla con i pizzi e le trine voluta dalla madre di Silvana quando si era scoperto che aspettavate un bambino e lei era sicura, assolutamente sicura, che sarebbe stata una femmina; prendeva un'aria ispirata, tua suocera, quando ripeteva questa frase, un'aria ebete da predicatrice-santona di tv privata che a te stringeva lo stomaco in maniera quasi violenta. Silvana, dal canto suo, faceva sì con la testa e mormorava con un tono da prefica che sua madre queste cose le sapeva, se le sentiva. Appunto, sette mesi dopo era nato Lillo.
(…) Silvana davanti e te preparava l’ennesimo biberon. Hai provato a ricordarle che il pediatra aveva detto di non accontentare il bambino appena inizia ad agitarsi, ma di provare a farlo piangere un po’. Aveva consigliato di impostare l’ora del sonno in maniera uguale, una successione di canzoni e ciucci e pacche, orsetti sul cuscino, carillon con le api di plastica a cui dare la carica a intervalli di tempo regolari per poi guardare gli insetti giocattolo mentre girano inquietanti sopra la culla. Api che svolazzano su tuo figlio addormentato, che assurdità, appena l’hai visto ti è sembrato un congegno inquietante, ma era stata Loredana a regalarvelo, e, mentre tu avresti preferito aspettare per vedere se qualcun altro vi avrebbe omaggiato di un carillon più rassicurante, magari non a contenuto entomologico, Silvana ti aveva fatto trovare accanto alla culla il foglio dell’imballaggio con le istruzioni per montare la casetta con l’ape regina e tutte le altre piccole immonde creaturine. Il pediatra, allo studio, non aveva mai smesso di sorridere.
Eri andato via trascinando Silvana, il bambino avvolto in una coperta per non fargli prendere freddo in una giornata appena tiepida. Avevi riflettuto su quanto questa fosse stata l’ennesima umiliazione auto-inflittavi, uno sconosciuto che vi fa notare come vi facciate tenere in pugno da un bambino che vi ricatta strillando perché lo si nutra e culli e consoli; ti era sembrato più interattivo del solito. Lillo, dotato finalmente di un comportamento intellegibile anche se volto alla distruzione del vostro sonno e della vostra serenità, del vostro matrimonio.
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