foto di Elena Fiorio - Burano maggio 2009
“Amori, crimini e una torta al cioccolato”
1 luglio 2018

di Sally Andrew
Un'indagine di Tannie Maria.

Non è buffa, la vita? Sai, per come le cose ne provocano altre in modo inaspettato.
Quella domenica mattina ero in cucina a rimestare la confettura di albicocche nella pentola di ghisa. Era una di quelle giornate terse d'estate nel Klein Karoo e mi godevo la brezza che entrava dalla finestra.
«Hai un profumo delizioso» dissi all'appelkooskonfyt. (...)
Mia madre era afrikaner e mio padre inglese, e le due lingue in me sono mischiate. Mangio in afrikaans e discuto in inglese, ma quando devo imprecare torno subito all'afrikaans.
L'appelkooskonfyt stava proprio venendo come si deve, densa e chiara, quando sentii l'auto. Aggiunsi alla confettura qualche armellina e una stecca di cannella, ignara che l'auto stesse portando il primo ingrediente di una ricetta di amore e crimine.
Ma forse la vita è come un fiume che scorre incessante avvicinandosi e allontanandosi dalla morte e dall'amore. Avanti e indietro.

Mia madre mi ha trasmesso l'amore per la cucina, ma è stato solo rendermi conto di quale pessima compagnia fosse mio marito a farmi capire che ottima compagnia potesse essere il cibo. Qualcuno potrebbe pensare che gli do troppa importanza. Be', lasciamo pure che lo pensi. Senza cibo sarei molto sola.

«Credo che dovremmo parlare con lui» dissi.
«Ma lui vorrà parlare con noi?» disse Hattie. «Mi sa che non è uno molto cordiale».
«Ho una fetta di quella torta al cioccolato e un panino con l'agnello arrosto» spiegai. «Con senape e cetriolini. Questo potrebbe indurlo a parlare».
«Non credo che dovremmo dare torta e agnello a quel bastardo» ribadì Jessie. «Si merita un bel calcio nelle palle».
«Quell'uomo ha una pistola, sai» disse Hattie. «Ma sono d'accordo: è più probabile che parli a una tannie che gli porta del cibo che a un paio di giornaliste investigative».
«D'accordo» concluse Jessie. «Tu puoi provare ad andare con il cibo e io ti aspetto fuori. Se gridi, arrivo di corsa con quel calcio. E uno spray al peperoncino».
Jessie mi sarebbe stata utile, ai tempi di mio marito Fanie.

Rosolai la pancetta affumicata e tostai il mio pane casereccio, poi preparai dei sandwich con pancetta e marmellata di arance e li misi in un Tupperware come spuntino da mangiare con Jessie più tardi. Ne preparai uno in più che sbocconcellai sullo stoep, guardando il ventre gonfio delle nuvole farsi rosa e poi rosso sangue. Poi di nuovo grigio, sempre più vicino, più grosso, più scuro. So che me ne sarei dovuta rallegrare, perché da qualche parte lì dentro c'era la pioggia, ma avevano un aspetto così cupo e pesante che nelle loro forme vedevo facce di uomini dalle barbe scure, con brutti pensieri nelle fronti rigonfie. Mio marito Fanie era morto e sepolto, ma a volte avevo l'impressione che fosse ancora con me, come un cattivo sapore in bocca.

Mentre tornavo alla macchina, mi chiesi che cos'avrei fatto se avessi pensato che stava arrivando la fine del mondo. Non credo in Dio o nella chiesa o cose del genere, per cui dubito che passerei il mio tempo a pregare o a elevarmi spiritualmente. Penso che cucinerei qualcosa di buono. Ma che cosa? E chi inviterei a mangiare?
La mia mente corse al pranzo con l'ispettore Kannemeyer (...)

Preparare i vetkoek con la carne speziata è un'arte messa a punto da generazioni e generazioni di tannie sudafricane. Mentre masticavo soddisfatta, pensai con gratitudine a tutte loro, e in particolare a mia madre, che mi aveva insegnato a farli. Lì nella mia cucina, addentando quel vetkoek ripieno, ebbi quel genere di sensazione che ci si aspetta quando si va in chiesa pieni di fede.
Ho detto che non credevo in niente, che la mia fede era volata via dalla finestra, ma forse non era vero. Credevo nei vetkoek ripieni e in tutte le tannie che li avevano fatti. Se fosse arrivata la fine del mondo, ecco cos'avrei preparato.

«Voi in che cosa credete?» domandai a Harriet e Jessie. (...)
Non risposero, così preparai le tazze: tè per Hattie e caffè per Jess e me.
«Abbiamo tempo fino al 21 dicembre per credere in qualcosa» continuai.
«Oh, cielo» esclamò Hattie. «Hai parlato con gli avventisti? Di' la verità».
«La fine del mondo è vicina» fece Jessie con il tono di quella a cui non importa nulla.
«Oh, andiamo. Quelli sono fuori di testa».
«Comunque siamo destinati a morire tutti» disse ancora Jessie. «Se non il 21 dicembre, prima o poi».
«Mi sa di sì» fece Hattie, alzandosi per prendere il suo tè. (...)
«Io vorrei un po' di vita prima della morte» dissi.
Jessie alzò gli occhi dal computer. Harriet mi lanciò uno sguardo perplesso.
«Tutto bene, Maria?» chiese.

Tannie: letteralmente zietta. Modo rispettoso afrikaans per indicare una donna coetanea o più anziana, tradizione un po' antiquata ma ancora diffusa nelle piccole città.
Stoep: veranda particolarmente confortevole e con una spendida vista.
Vetkoek: letteralmente torta grassa, è una focaccia di pasta di pane fritta.


Piacevolissimo libro salvato da un'onda anomala di succo di arancia rossa...

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“L’Uomo di Primrose Lane” di James Renner
13 giugno 2017

A proposito di déjà-vu...

- Lo sai, la soluzione... - iniziai.
-... è sempre semplice ed elegante, - concluse lui. - Ci credi ancora, sul serio?
- Si. Ho sempre avuto la sensazione che vediamo gli alberi e non la foresta. Che la risposta è sempre stata in vista. Solo, non sappiamo in che modo guardare.

- Io ti conosco, - mi disse.
Lasciammo che ci arrivasse da sola.
- Sei così familiare. Anche la tua voce. Hai mai vissuto a Cleveland Heights?
- No, - risposi.
- Mmh. Mai entrato nel Barnes & Noble di Chapel Hill?
Scossi la testa.
- Mi verrà in mente, - disse lei. - Ce l'ho proprio... -
Poi i suoi occhi si spalancarono in un'espressione di puro orrore. Indietreggiò dall'isola, andando a sbattere contro il frigorifero. Una stampata di Volevo solo dirti di William Carlos Williams cadde a terra. Katy guardò David.
- È okay, - la tranquillizzò lui. - È tutto okay, Katy.
- Ma eri morto, - disse rivolta a me. - Sei il vecchio del centro commerciale, quello che le ha date all'altro tizio. Sei l'Uomo di Primrose Lane. Eri morto!
David si alzò in piedi e le cinse le spalle con un braccio.
- Non è tuo padre, - disse lei.
- No. Non è mio padre. Ma non è nemmeno l'Uomo di Primrose Lane.
- Allora cosa, il suo gemello o qualcosa del genere? Qualcuno mi aiuti a uscirne. Mi sembra di impazzire.
- Siediti, - disse David spingendola verso uno sgabello.
Lei obbedi come trasognata.
- Chi sei? - mi chiese.
- Sono David Neff, - risposi. - Sono lui, tra più o meno quarant'anni. Ho viaggiato... ho viaggiato indietro nel tempo per venirti a salvare. Il tizio del centro commerciale ti aveva rapita e uccisa. Sono tornato indietro per prenderlo prima che lo facesse anche qui. Ma mi è sfuggito.
Katy guardò David, gli occhi gonfi di frustrazione e ansia. Lui annuì. (...)
Lei deglutì, - Io... io l'ho sempre saputo che c'era qualcosa. Per tutta la vita, mi sono sempre sentita come se me ne stessi su un marciapiede con un pianoforte a coda sopra la testa legato a una corda pronta a spezzarsi. Tutto questo. Nulla di tutto questo mi è mai sembrato reale. Mi sono sempre sentita come se barassi per il solo fatto di essere viva. Ed era così. Merda, David. Da quanto lo sai?
- Non molto, - disse. - È okay se non vuoi sentire la storia ora. Ti serve un po' di tempo?
- No, - rispose lei. - Avanti. Ditemi cosa doveva succedere in realtà.

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“La notte ritorna” di Mary Higgins Clark
16 maggio 2017

Al parco giochi della Quindicesima Strada a Manhattan, non lontano da casa, il dottor Greg Moran spingeva il suo bambino, Timmy, sull'altalena.
«Ultimi due minuti», annunciò ridendo e dando un'altra spinta abbastanza forte da far contento il piccolo monello di tre anni, ma non tanto forte da rischiare di farlo cadere. Era una scena a cui in passato aveva spesso assistito e quando metteva Timmy su una di quelle altalene era sempre estremamente prudente. Come medico del pronto soccorso era un esperto di incidenti.
Erano le sei e mezzo di sera e l'aria si era fatta un po' pungente, a ricordargli che il successivo weekend si celebrava il Labor Day. «Ancora un minuto», disse con fermezza. Prima di portare Timmy al parco giochi, Greg era stato in servizio per dodici ore in un pronto soccorso più caotico che mai. In una gara di macchine sulla Prima Avenue i giovani che si trovavano a bordo di due auto erano rimasti coinvolti in un terribile schianto. Miracolosamente nessuno aveva perso la vita, ma tre dei ragazzi avevano riportato ferite molto gravi.
Greg staccò le mani dall'altalena in modo che rallentasse fino a fermarsi. Se Timmy non aveva tentato inutilmente di protestare significava che era pronto a tornare a casa anche lui. In ogni caso in tutto il parco giochi c'erano solo loro due.
«Dottore!»
Quando si girò, Greg si trovò faccia a faccia con un uomo di statura media, muscoloso, il viso nascosto sotto una sciarpa. Gli puntava una pistola alla testa. Con una mossa istintiva, Greg si spostò di lato per allontanarsi il più possibile da Timmy. «Senti, il portafogli è in questa tasca», disse in un tono pacato. «Prendilo pure».
«Papà».
Timmy era spaventato. Ancora sul seggiolino dell'altalena, si era girato e aveva guardato lo sconosciuto negli occhi.
Nei suoi ultimi istanti di vita, Greg Moran, trentaquattro anni, medico apprezzato, marito e padre affettuoso, cercò di lanciarsi sul suo aggressore, ma non poté in alcun modo sottrarsi al colpo fatale che lo raggiunse con micidiale precisione al centro della fronte.
«PAPÀÀÀÀÀÀÀ!» strillò Timmy.
L'assassino corse verso la strada, poi si fermò e si voltò. «Timmy», gridò, «di' a tua madre che adesso tocca a lei. Poi sarà il tuo turno».
Margy Bless, un'anziana signora che stava tornando a casa dalla panetteria del quartiere dove lavorava part-time, udì il colpo di pistola e le minacce. Restò immobile per alcuni lunghi secondi come per capacitarsi della scena spaventosa di cui era stata testimone: l'uomo che scompariva correndo dietro l'angolo con la pistola ancora in pugno, il bambino che urlava sull'altalena, l'altro uomo accasciato al suolo.
Le tremavano così forte le mani che le ci vollero tre tentativi prima di riuscire a digitare il 911.
All'operatrice che rispose, Margy riuscì solo a balbettare: «Presto! Presto! Potrebbe tornare! Ha ucciso un uomo e poi ha minacciato il bambino!»
La voce le morì in gola mentre Timmy si metteva a gridare: «Occhi Blu ha ucciso il mio papà... Occhi Blu ha ucciso il mio papà!»

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“La casa di ringhiera” di Francesco Recami
2 gennaio 2017

Fu un pomeriggio da dimenticare anche per la figlia di Consonni. Dopo aver avuto un colloquio con le maestre di Enrico, Caterina era abbastanza sottosopra. Le avevano detto che Enrico aveva fatto dei disegni strani, in classe. In particolare aveva raffigurato, pur con i mezzi tecnici e grafici di cui era a disposizione, una persona tutta nuda a cui avevano tagliato il membro maschile. Le maestre si erano allertate per questo e avevano anche rapidamente consultato la psicologa della scuola, che per ovvio protagonismo aveva dato all'episodio un rilievo che forse di per sé non si sarebbe meritato. Comunque, giustamente, le insegnanti avevano segnalato a Caterina i fatti, avvertendola di mantenere la massima sorveglianza sul bambino, sui film che gli lasciavano vedere, sempre che non vi fossero significati psicologici più profondi, sui quali forse sarebbe valsa la pena indagare.
Altro che film, pensò immediatamente Caterina, questo è quel cretino di mio padre. Chissà che cosa ha fatto vedere all'Enrico, o che cosa gli ha raccontato! Lui e il caso della Sfinge di Lentate sul Seveso!

Caterina aveva molta fretta, era già in ritardo per un appuntamento con dei clienti che dovevano vedere un appartamento a Desio, e alle ore 17.07 chiamò suo padre al telefono, per dirgli che il bambino lo lasciava fuori del portone, che venisse a prenderlo.
Però Amedeo non rispondeva, che cavolo starà facendo..., quindi Caterina abbandonò Enrico nell'androne, intimandogli di andare da solo fino all'appartamento del nonno, tanto dov'era lo sapeva benissimo. La madre si assicurò che Enrico fosse sulla strada giusta, lo vide prendere le scale e se ne partì di gran fretta, era già in ritardo di venti minuti.
Enrico arrivò alla porta dell'appartamento 8 senza difficoltà, Era socchiusa, ed entrò: «Nonno...» chiamava. «Nonno ... dove sei?». In casa non c'era nessuno. Enrico vide che sul tavolo da pranzo c'erano i soliti ritagli di giornale, quelli che il nonno non gli faceva guardare, ma che lui ogni tanto, quando l'Amedeo andava in bagno, riusciva a sbirciare. Nulla di nuovo, che non avesse già visto. Si mise a giochicchiare con la colla e le forbici, ma senza il nonno che tentava di impedirglielo si annoiò subito. Allora prese il pennarello grosso e vergò qualche vettore a caso sulle fotocopie del nonno. Neanche da questo lavoro ottenne particolare soddisfazione.
Così Enrico uscì dall'appartamento, per vedere se il nonno fosse in giro, da qualche parte.
Nemmeno la porta dell'abitazione accanto era chiusa per bene, era semiaperta. Enrico la fissò, poi, come fanno i bambini, non ebbe esitazioni ed entrò dentro.
C'era abbastanza buio in quella stanza piccola, ma a un certo punto Enrico vide un signore, tutto sudato, che stava infilando dentro un grosso sacco della spazzatura di colore scuro una signora che non portava né i pantaloni né le mutande. Chissà che cosa sarebbe successo se Enrico avesse raffigurato con un bel disegno la scena che si trovava davanti in quel momento, e che cosa avrebbero pensato le sue insegnanti. Di fatto appena Enrico fu dentro la stanza Antonio si bloccò e per una decina di secondi rimase fermo immobile, con il sacco mezzo pieno in mano. Finalmente domandò: «E tu chi cazzo sei?».
«Io sono Enrico, ha mica visto il mio nonno?».

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“I cani di Riga” di Henning Mankell
18 marzo 2012

La spiaggia di Mossby era deserta, i chioschi e i bar erano chiusi per l'inverno, il mare aveva il colore freddo all'acciaio. A parte il rumore delle onde, l'unico altro suono era il cigolio lamentoso delle altalene che dondolavano irregolarmente mosse dalle folate di vento. Quando Wallander scese dall'auto una folata gli sferzò il viso e lo fece rabbrividire. Sulla cima di una duna, fra i ciuffi d'erba senza vita, la figura di una donna si stagliava contro il cielo agitando un braccio. Di fianco a lei, un cane si muoveva irrequieto. Wallander si incamminò con passo rapido. Come sempre, sentiva l'angoscia crescere dentro di sè per quello che avrebbe visto. Non era mai riuscito a evitare un senso di acuto malessere alla vista di persone morte e sapeva che non ci sarebbe mai riuscito. I morti avevano una cosa in comune con i vivi, erano sempre diversi. (...)
Poi pensò che era stata una fortuna che il canotto non si fosse arenato in estate, quando la spiaggia era piena di gente e di bambini che giocavano. Quello che aveva davanti agli occhi non era uno spettacolo gradevole.

Come sempre suo padre era intento a dipingere nel vecchio fienile che chiamava il suo atelier. Il locale era pervaso dall'odore di trementina e di colori a olio, e come ogni volta, Wallander ebbe la netta sensazione di entrare nel proprio passato. Quegli odori pungenti che avvolgevano sempre suo padre quando lavorava nel suo atelier erano tra i primi ricordi della sua infanzia e sembravano non cambiare mai, così come rimanava immutabile il soggetto che suo padre dipingeva da sempre. Un paesaggio al tramonto. Di tanto in tanto, senza che Wallander fosse mai riuscito a capire quale strano impulso ne fosse la causa, il padre aggiungeva un gallo cedrone in primo piano sempre a sinistra.
Il padre di Wallender era un pittore della domenica. Un giorno, molti anni prima, aveva deciso di aver conquistato la perfezione della propria arte con quel motivo e non lo aveva più cambiato. Solo più tardi, quando aveva raggiunto la maturità, Wallander aveva capito che quella decisione non era dovuta a pigrizia o a incapacità. Quell'immutabilità dava a suo padre quel senso di sicurezza di cui aveva apparentemente bisogno per continuare ad affrontare la vita.

La risposta del maggiore Liepa lo sorprese.
"Io sono religioso" disse, "ma non credo in un dio. Però a dispetto di questo penso che l'uomo può avere una fede, si può credere a qualcosa che è al di là del limite naturale della ragione. Anche il marxismo incorpora una componente di fede non indifferente, anche se pretende di essere una dottrina razionale e non una semplice ideologia. (...)"

Sono pazzi, pensò Wallander. Pazzi che vivono in un mondo irreale, in un sogno dove hanno perso tutto il senso delle proporzioni. E io rappresento la loro ultima speranza e hanno ingigantito le mie capacità. Il poliziotto svedese come l'ultimo eroe romantico. Improvvisamnte gli sembrò di capire fino a che punto la paura potesse influenzare e cambiare le persone. Erano arrivati a credere che con la sua sola presenza, Wallander avrebbe risolto tutti i loro problemi come un angelo liberatore. Non erano certo dello stampo del maggiore Liepa, che molto realisticamente aveva solo e sempre fatto affidamento su se stesso. Il maggiore Liepa aveva detto di essere un uomo religioso ma non aveva lasciato che la sua fede fosse oscurata da un dio. Aveva capito che la realtà della nazione lettone iniziava e finiva con le ingiustizie che affliggevano la vita di tutti i giorni dei suoi cittadini. Con la scomparsa del maggiore, quelle persone avevano perso l'interlocutore di riferimento e nel loro stato di confusione mentale e smarrimento credevano di aver trovato in Kurt Wallander, il poliziotto svedese inviato dal cielo.

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“Nel nome del padre” di Gianni Biondillo
18 febbraio 2012

"Amore è un po' tardi... ora ti devo portare a casa."
"Di già?"
"Tesoro... siamo andati al parco, poi alle giostre, adesso al cinema..."
"Ma io voglio stare ancora un po' fuori, non voglio tornare a casa subito."
Vorrebbe chederle perchè. Vorrebbe sarere come la tratta Sonia, cosa le dice. Ma non lo fa. Non è giusto, non è corretto nei confronti della figlia.
"Amore, lo vedi che è tardi... inizia a fare freddo... devi mangiare..."
"Andiamo a mangiare una pizza, dai..."
"Alice, io..." Si perde negli occhi della figlia. "Aspetta un attimo."
Tira fuori il cellulare. La bimba gongola. Luca si gira verso il muro come a cercare un po' di intimità.
"Sonia?"
"Luca?" La voce è allarmata. "E' successo qualcosa ad Alice?"
"No, no, non preoccuparti, è tutto a posto."
"Cosa vuoi allora?"
"Senti, volevo dirti che la bimba vorrebbe stare ancora un po' fuori, vorrebbe mangiare una pizza..."
"Non se ne parla neppure. Porta subito Alice qui, a casa."
La bimba saltella su un piede, avanti e indietro.
"Ma dai, poi ci rimane male."
"Domani mattina va a scuola, non voglio che faccia tardi."
"Una pizza, facciamo in fretta."
Gesticola, come se lei lo vedesse.
"Portala subito qui. Non farmi urlare" e lo dice urlando, al punto che la sente pure la figlia.
"Ma cazzo, Sonia, sono il padre, avrò anch'io diritto di..."
"Tu non hai nessun diritto, lo hai capito?" Non la ferma più nessuno, è furiosa. "Porta subito Alice a casa, non farmi incazzare, portala subito qui!"
"Ma perchè devi fare così, non c'è niente di male se si diverte un po'..."
"E già! E' facile per te, la porti al cinema, la porti in pizzeria... poi sono io che devo svegliarla la mattina, poi sono io la cattiva che le deve insegnare le regole... tu fai il papà simpatico, e io sono la stronza!"
"Sonia, non urlare."
Alice lo guarda spaventata.
"Portala qui, entro mezz'ora. Non te lo ripeto più!"

"Fammi entrare."
"No!"
"Sonia, eravamo d'accordo, non farmi incazzare. Il Natale l'ha passato da te, ora mi prendo la bimba e me la porto via."
"Non ci provare neppure."
Prova a chiudergli la porta in faccia, ma lui la blocca con un piede.
"Sonia, sto perdendo la pazienza. Vesti Alice e falla uscire, subito."
"Ti ho detto di no. La bambina ha la febbre, io non la faccio uscire con questo freddo."
Lui sbuffa, alza gli occhi al cielo.
"Sono in macchina, la porto a casa, con me, non prenderà freddo."
"Non dirlo neanche per scherzo."
"Ma insomma che cazzo vuoi da me? Vuoi farmi impazzire?"
E' a una spanna dal suo volto, sembra voglia mangiarglielo.
"Non fare il pazzo."
Lui cerca di calmarsi.
"Allora fammi entrare, resto qui tutto il giorno" lei sgrana gli occhi, "non preoccuparti, sto in camera con lei."
"Non ti voglio in casa mia."
"Cosa? COSA? Questa non è casa tua, lo vuoi capire? Non è tua, non l'hai comprata tu! Non lo stai pagando tu il mutuo!"
Ha scelto lei i mobili, ha discusso lei con l'architetto, ha curato lei il giardino. E questo Luca lo sa.
"Vallo a dire al giudice, se ne hai voglia."
Lui le dà le spalle, cerca di contenere le lacrime, non vuole farsi vedere debole hai suoi occhi. Le mani sono strette nei pugni, le nocche sono praticamente senza sangue.
"Sonia. Ti prego." Si gira ancora verso la donna, è più calmo. "Non ti preoccupare per Alice. La copro, la porto a casa, le faccio una camomilla calda."
"Ma cosa dici? Non sai neppure di cosa parli... l'hai mai curata tu? Sai di cosa ha bisogno se le sale la febbre? Sai quale è il suo peluche che tiene sotto le coperte quando è malata? Non sapresti distinguere una supposta da un'aspirina, smettila!"
"E allora aiutami tu. Dimmi cosa devo fare."
"Ci dovevi pensare prima."
"Non puoi farmela pagare per sempre, lo capisci? Come posso imparare ad essere suo padre se tu continui a negarmelo?"

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“Il leopardo” di Jo Nesbo
20 settembre 2011

Un po' di ottimismo scandinavo...

(...) Harry riusciva a vederle l'esile collo sotto i capelli raccolti e la peluria bianca sulla pelle, e pensò a come tutto fosse vulnerabile, alla grande rapidità con cui le cose cambiavano, a quanto poteva essere distrutto nel giro di pochi secondi. La vita era proprio questo: un processo di distruzione, la disintegrazione di qualcosa che all'inizio è perfetto. L'unica incognita un po' eccitante era se la distruzione sarebbe avvenuta all'improvviso oppure lentamente. Era un pensiero triste. Ma lui ci si aggrappò lo stesso.

Dunque, aveva detto che non avrebbe accettato il caso. Che aveva un padre in ospedale, ed era l'unico motivo per cui era tornato. Quello che non aveva detto era che, potendo scegliere se essere informato oppure no della malattia del padre, avrebbe preferito non sapere niente. Perchè non era tornato per amore. Era tornato per vergogna.
Harry alzò lo sguardo verso le due finestre buie del secondo piano, quelle di casa sua. (...)
Nel bilocale non era stato toccato nulla, eppure c'era qualcosa di diverso. Un riflesso grigio cipria, come se qualcuno fosse appena andato via e il suo respiro gelato fosse ancora sospeso nell'aria. Andò in camera da letto, posò la borsa e tirò fuori la stecca di sigarette sigillata. Anche lì era tutto uguale, tutto grigio come la pelle di una persona morta da due giorni. Si lasciò cadere di schiena sul letto. Chiuse gli occhi. (...)
Harry sapeva che c'era una bottiglia di Jim Beam mezza piena nell'armadietto sotto il lavello. Sapeva che poteva riprendere dal punto in cui si era interrotto lì, in quell'appartamento.

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