“La casa di ringhiera” di Francesco Recami2 gennaio 2017
Fu un pomeriggio da dimenticare anche per la figlia di Consonni. Dopo aver avuto un colloquio con le maestre di Enrico, Caterina era abbastanza sottosopra. Le avevano detto che Enrico aveva fatto dei disegni strani, in classe. In particolare aveva raffigurato, pur con i mezzi tecnici e grafici di cui era a disposizione, una persona tutta nuda a cui avevano tagliato il membro maschile. Le maestre si erano allertate per questo e avevano anche rapidamente consultato la psicologa della scuola, che per ovvio protagonismo aveva dato all'episodio un rilievo che forse di per sé non si sarebbe meritato. Comunque, giustamente, le insegnanti avevano segnalato a Caterina i fatti, avvertendola di mantenere la massima sorveglianza sul bambino, sui film che gli lasciavano vedere, sempre che non vi fossero significati psicologici più profondi, sui quali forse sarebbe valsa la pena indagare.
Altro che film, pensò immediatamente Caterina, questo è quel cretino di mio padre. Chissà che cosa ha fatto vedere all'Enrico, o che cosa gli ha raccontato! Lui e il caso della Sfinge di Lentate sul Seveso!
Caterina aveva molta fretta, era già in ritardo per un appuntamento con dei clienti che dovevano vedere un appartamento a Desio, e alle ore 17.07 chiamò suo padre al telefono, per dirgli che il bambino lo lasciava fuori del portone, che venisse a prenderlo.
Però Amedeo non rispondeva, che cavolo starà facendo..., quindi Caterina abbandonò Enrico nell'androne, intimandogli di andare da solo fino all'appartamento del nonno, tanto dov'era lo sapeva benissimo. La madre si assicurò che Enrico fosse sulla strada giusta, lo vide prendere le scale e se ne partì di gran fretta, era già in ritardo di venti minuti.
Enrico arrivò alla porta dell'appartamento 8 senza difficoltà, Era socchiusa, ed entrò: «Nonno...» chiamava. «Nonno ... dove sei?». In casa non c'era nessuno. Enrico vide che sul tavolo da pranzo c'erano i soliti ritagli di giornale, quelli che il nonno non gli faceva guardare, ma che lui ogni tanto, quando l'Amedeo andava in bagno, riusciva a sbirciare. Nulla di nuovo, che non avesse già visto. Si mise a giochicchiare con la colla e le forbici, ma senza il nonno che tentava di impedirglielo si annoiò subito. Allora prese il pennarello grosso e vergò qualche vettore a caso sulle fotocopie del nonno. Neanche da questo lavoro ottenne particolare soddisfazione.
Così Enrico uscì dall'appartamento, per vedere se il nonno fosse in giro, da qualche parte.
Nemmeno la porta dell'abitazione accanto era chiusa per bene, era semiaperta. Enrico la fissò, poi, come fanno i bambini, non ebbe esitazioni ed entrò dentro.
C'era abbastanza buio in quella stanza piccola, ma a un certo punto Enrico vide un signore, tutto sudato, che stava infilando dentro un grosso sacco della spazzatura di colore scuro una signora che non portava né i pantaloni né le mutande. Chissà che cosa sarebbe successo se Enrico avesse raffigurato con un bel disegno la scena che si trovava davanti in quel momento, e che cosa avrebbero pensato le sue insegnanti. Di fatto appena Enrico fu dentro la stanza Antonio si bloccò e per una decina di secondi rimase fermo immobile, con il sacco mezzo pieno in mano. Finalmente domandò: «E tu chi cazzo sei?».
«Io sono Enrico, ha mica visto il mio nonno?».
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“La lunga estate calda del Commissario Charitos”27 settembre 2013
di Petros Markaris
Adriana ogni tanto socchiude gli occhi e, con una certa inquietudine, si raccomanda:
"Fanis, caro, non correre così. Ci aspettano a pranzo, non al pronto soccorso."
Prima che Fanis possa risponderle, lei è già tornata in letargo, con la testa che le ciondola, per poi risvegliarsi di lì a poco e ripetere esattamente la stessa osservazione, che sortisce il medesimo risultato ben poco. È una cosa che ci fa saltare i nervi, a me e a Caterina, ma Fanis ha un modo tutto suo di tranquillizzarla, forse perché non la prende mai troppo sul serio.
"Sta tranquilla, signora Adriana" le dice. "Vado giusto a 100 all'ora, ma siccome sei abituata alla Mirafiori di tuo marito che non supera i 30 ti sembra che corro troppo."
"Io non entro mai nella macchina di mio marito, Fanis" replica Adriana. "Non voglio rischiare di trovarmi a spingerla in mezzo alla strada per dare spettacolo, alla mia età."
Adriana mi spinge con lo sguardo a prendere la parola, in quanto padre. Ma mi trovo completamente spiazzato. Ricordo che la seconda volta che ero uscito con Adriana ero tormentato dalla paura di perderla. E lo stesso capitava a Adriana, sicché in capo a tre mesi i nostri genitori ci diedero la loro benedizione e io ottenni il diritto di tenerla sottobraccio. Come facevo a spiegare a Adriana la differenza tra un tempo, in cui uno temeva che l'altro se ne andasse, e il giorno d'oggi in cui uno teme che l'altro rimanga?
"Koula, sono Charitos. Il direttore è lì?"
"Credo che il direttore si trovi già a Creta, commissario Charitos. È partito più di due ore fa con l'elicottero."
"Devo parlargli."
Segue una prevedibile pausa di esitazione.
"Questo non è facile, commissario Charitos, però ci proverò."
"Koula, stammi a sentire. Sulla nave c'è Caterina."
Ora la pausa è ancora più lunga e quindi Koula mi fa, come se le avessi voluto fare uno scherzo:
"Ma che dice, commissario?"
"Quel che ho detto. Caterina e Fanis sono sulla nave. Andavano in vacanza a Creta."
Incasso il terzo "Oh mio dio!" della serata.
Squilla il telefono. Adriana balza in piedi per prima, ma la fermo.
"Lascia stare, è Koula. Mi deve dire di Ghikas."
È Ghikas in persona. "Dimmi che non è vero!" esclama. "Dimmi che è uno scherzo!"
"Purtroppo, è vero. Andava in vacanza con il fidanzato." Ma guarda un po': non oso dire il suo ragazzo. Persino in un momento come questo, dico tra me e me, la faccio fidanzare suo malgrado.
Mentre entro alla base, alle 8.30 del mattino, osservo la nave da lontano e so che da qualche parte, là dentro, in qualche sala o in qualche cabina ci sono Caterina e Fanis, forse insieme, forse separati, se hanno separato le donne dagli uomini.
Stathakos si volta per uscire e piomba su di me. Vedermi non lo entusiasma affatto e si limita a un secco: "Ah! Anche tu qui?" La sua reazione non mi impressiona, perché tutti sanno in centrale che Stathakos e io siamo come cane a gatto. Lui mi ritiene uno sbirro fuori moda, che non ci capisce niente dei nuovi metodi, e io lo ritengo un coglione che gioca a fare il Rambo mentre non è altro che un greco complessato.
"Capo, accendi la televisione" chiedo al barista.
Lui smette di ripulire il banco a mi dà un'occhiata incavolata.
"E perché? Senti tanto la mancanza di Anche i ricchi piangono?" mi chiede ironico.
Sto per dirgli che sento la mancanza di mia figlia e di Fanis che degli stronzi tengono come ostaggi sull'El Greco, ma mi mordo la lingua.
"No, ma i dirottatori stanno rilasciando dei passeggeri dell'El Greco."
Tutti e sei smettono all'unisono di giocare.
"Thanassis, accendi la tele" fa uno.
Al barista, c'è poco da fare, non piace che qualcuno gli dica quello che deve fare nel suo negozio, e continua a opporre resistenza.
"E tu chi sei? Un giornalista?"
"Sbirro" gli rispondo secco e lui schiaccia il telecomando.
"Di che si tratta?" chiedo per cambiare argomento e per non stare a spiegare l'inesplicabile.
"Copia conforme" risponde Stavròpoulos. Colpo alla fronte a bruciapelo e a quel che sembra con la stessa pistola. Ora ci sta lavorando Palioritis, ma se vuole il mio parere non c'è dubbio."
"La vittima?"
"Un modello della pubblicità televisiva. Più anziano di Yfandidis. Sui trent'anni."
"Ho preso le impronte per le analisi di laboratorio, ma si vede chiaramente che è la stessa pistola."
"E comunque, neanche questo qui l'hanno ammazzato nel posto in cui l'abbiamo trovato. Probabilmente, l'hanno trasportato qui come l'altro" nota Stavròpoulos.
Tutte pessime notizie, perché confermano quel che temevo sin dall'inizio: un serial killer. Se, tra l'altro, si confermerà che anche a questo qui piacevano gli uomini, allora non sapremo a chi dare la precedenza: ai terroristi o al mostro? Meno male che non sono partito, mi dico tra me.
La prima differenza con l'appartamento di Yfandidis è nell'ordine. Infatti, qui regna il classico disordine dello scapolo. II letto è sfatto, in bagno gli asciugamani sono buttati nel bidet e in cucina i píatti sporchi e gli avanzi di pizze e di hamburger coprono il marmo del lavello. La seconda differenza è nell'arredamento. Yfandidis aveva buon gusto. Koutsoùvelos buttava i soldi in pannelli di novopan e manifesti. Questo, dal punto di vista delle indagini, può significare che mentre Yfandidis era un ragazzo tranquillo e ben educato, Koutsoùvelos era probabilmente di "facili costumi", come si diceva una volta sui giornali e nei vecchi film drammatici. Però, dato che ci troviamo di fronte alla seconda esecuzione in cinque giorni, i costumi non hanno alcuna importanza.
"E Koutsoùvelos era bravo?"
"Molto bravo. Per questo ci ricattava con la minaccia delle altre agenzie che l'avrebbero pagato molto meglio. Quando non soddisfacevamo le sue richieste gli prendeva la crisi isterica. Io dovevo ballare con Forsythe urlava. E voi mi mettete ad ancheggiare al bar come l'ultimo studente della scuola di danza."
"Chi sarebbe questo Forsythe?" chiedo ad Andreòpoulos, perché il nome non mi dice nulla.
"Un ballerino rap, credo. Perché il nostro spot pubblicizzava la piña colada e Koutsoùvelos ballava il rap e beveva piña colada."
Non so cosa siano né il rap né la piña colada, quindi decido che prima o poi mi guarderò lo spot, in cerca di illuminazione.
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