“Amori, crimini e una torta al cioccolato”1 luglio 2018
di Sally Andrew
Un'indagine di Tannie Maria.
Non è buffa, la vita? Sai, per come le cose ne provocano altre in modo inaspettato.
Quella domenica mattina ero in cucina a rimestare la confettura di albicocche nella pentola di ghisa. Era una di quelle giornate terse d'estate nel Klein Karoo e mi godevo la brezza che entrava dalla finestra.
«Hai un profumo delizioso» dissi all'appelkooskonfyt. (...)
Mia madre era afrikaner e mio padre inglese, e le due lingue in me sono mischiate. Mangio in afrikaans e discuto in inglese, ma quando devo imprecare torno subito all'afrikaans.
L'appelkooskonfyt stava proprio venendo come si deve, densa e chiara, quando sentii l'auto. Aggiunsi alla confettura qualche armellina e una stecca di cannella, ignara che l'auto stesse portando il primo ingrediente di una ricetta di amore e crimine.
Ma forse la vita è come un fiume che scorre incessante avvicinandosi e allontanandosi dalla morte e dall'amore. Avanti e indietro.
Mia madre mi ha trasmesso l'amore per la cucina, ma è stato solo rendermi conto di quale pessima compagnia fosse mio marito a farmi capire che ottima compagnia potesse essere il cibo. Qualcuno potrebbe pensare che gli do troppa importanza. Be', lasciamo pure che lo pensi. Senza cibo sarei molto sola.
«Credo che dovremmo parlare con lui» dissi.
«Ma lui vorrà parlare con noi?» disse Hattie. «Mi sa che non è uno molto cordiale».
«Ho una fetta di quella torta al cioccolato e un panino con l'agnello arrosto» spiegai. «Con senape e cetriolini. Questo potrebbe indurlo a parlare».
«Non credo che dovremmo dare torta e agnello a quel bastardo» ribadì Jessie. «Si merita un bel calcio nelle palle».
«Quell'uomo ha una pistola, sai» disse Hattie. «Ma sono d'accordo: è più probabile che parli a una
tannie che gli porta del cibo che a un paio di giornaliste investigative».
«D'accordo» concluse Jessie. «Tu puoi provare ad andare con il cibo e io ti aspetto fuori. Se gridi, arrivo di corsa con quel calcio. E uno spray al peperoncino».
Jessie mi sarebbe stata utile, ai tempi di mio marito Fanie.
Rosolai la pancetta affumicata e tostai il mio pane casereccio, poi preparai dei sandwich con pancetta e marmellata di arance e li misi in un Tupperware come spuntino da mangiare con Jessie più tardi. Ne preparai uno in più che sbocconcellai sullo
stoep, guardando il ventre gonfio delle nuvole farsi rosa e poi rosso sangue. Poi di nuovo grigio, sempre più vicino, più grosso, più scuro. So che me ne sarei dovuta rallegrare, perché da qualche parte lì dentro c'era la pioggia, ma avevano un aspetto così cupo e pesante che nelle loro forme vedevo facce di uomini dalle barbe scure, con brutti pensieri nelle fronti rigonfie. Mio marito Fanie era morto e sepolto, ma a volte avevo l'impressione che fosse ancora con me, come un cattivo sapore in bocca.
Mentre tornavo alla macchina, mi chiesi che cos'avrei fatto se avessi pensato che stava arrivando la fine del mondo. Non credo in Dio o nella chiesa o cose del genere, per cui dubito che passerei il mio tempo a pregare o a elevarmi spiritualmente. Penso che cucinerei qualcosa di buono. Ma che cosa? E chi inviterei a mangiare?
La mia mente corse al pranzo con l'ispettore Kannemeyer (...)
Preparare i
vetkoek con la carne speziata è un'arte messa a punto da generazioni e generazioni di tannie sudafricane. Mentre masticavo soddisfatta, pensai con gratitudine a tutte loro, e in particolare a mia madre, che mi aveva insegnato a farli. Lì nella mia cucina, addentando quel vetkoek ripieno, ebbi quel genere di sensazione che ci si aspetta quando si va in chiesa pieni di fede.
Ho detto che non credevo in niente, che la mia fede era volata via dalla finestra, ma forse non era vero. Credevo nei vetkoek ripieni e in tutte le tannie che li avevano fatti. Se fosse arrivata la fine del mondo, ecco cos'avrei preparato.
«Voi in che cosa credete?» domandai a Harriet e Jessie. (...)
Non risposero, così preparai le tazze: tè per Hattie e caffè per Jess e me.
«Abbiamo tempo fino al 21 dicembre per credere in qualcosa» continuai.
«Oh, cielo» esclamò Hattie. «Hai parlato con gli avventisti? Di' la verità».
«La fine del mondo è vicina» fece Jessie con il tono di quella a cui non importa nulla.
«Oh, andiamo. Quelli sono fuori di testa».
«Comunque siamo destinati a morire tutti» disse ancora Jessie. «Se non il 21 dicembre, prima o poi».
«Mi sa di sì» fece Hattie, alzandosi per prendere il suo tè. (...)
«Io vorrei un po' di vita prima della morte» dissi.
Jessie alzò gli occhi dal computer. Harriet mi lanciò uno sguardo perplesso.
«Tutto bene, Maria?» chiese.
Tannie: letteralmente zietta. Modo rispettoso afrikaans per indicare una donna coetanea o più anziana, tradizione un po' antiquata ma ancora diffusa nelle piccole città.
Stoep: veranda particolarmente confortevole e con una spendida vista.
Vetkoek: letteralmente torta grassa, è una focaccia di pasta di pane fritta.
Piacevolissimo libro salvato da un'onda anomala di succo di arancia rossa...
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“La notte ritorna” di Mary Higgins Clark16 maggio 2017
Al parco giochi della Quindicesima Strada a Manhattan, non lontano da casa, il dottor Greg Moran spingeva il suo bambino, Timmy, sull'altalena.
«Ultimi due minuti», annunciò ridendo e dando un'altra spinta abbastanza forte da far contento il piccolo monello di tre anni, ma non tanto forte da rischiare di farlo cadere. Era una scena a cui in passato aveva spesso assistito e quando metteva Timmy su una di quelle altalene era sempre estremamente prudente. Come medico del pronto soccorso era un esperto di incidenti.
Erano le sei e mezzo di sera e l'aria si era fatta un po' pungente, a ricordargli che il successivo weekend si celebrava il Labor Day. «Ancora un minuto», disse con fermezza. Prima di portare Timmy al parco giochi, Greg era stato in servizio per dodici ore in un pronto soccorso più caotico che mai. In una gara di macchine sulla Prima Avenue i giovani che si trovavano a bordo di due auto erano rimasti coinvolti in un terribile schianto. Miracolosamente nessuno aveva perso la vita, ma tre dei ragazzi avevano riportato ferite molto gravi.
Greg staccò le mani dall'altalena in modo che rallentasse fino a fermarsi. Se Timmy non aveva tentato inutilmente di protestare significava che era pronto a tornare a casa anche lui. In ogni caso in tutto il parco giochi c'erano solo loro due.
«Dottore!»
Quando si girò, Greg si trovò faccia a faccia con un uomo di statura media, muscoloso, il viso nascosto sotto una sciarpa. Gli puntava una pistola alla testa. Con una mossa istintiva, Greg si spostò di lato per allontanarsi il più possibile da Timmy. «Senti, il portafogli è in questa tasca», disse in un tono pacato. «Prendilo pure».
«Papà».
Timmy era spaventato. Ancora sul seggiolino dell'altalena, si era girato e aveva guardato lo sconosciuto negli occhi.
Nei suoi ultimi istanti di vita, Greg Moran, trentaquattro anni, medico apprezzato, marito e padre affettuoso, cercò di lanciarsi sul suo aggressore, ma non poté in alcun modo sottrarsi al colpo fatale che lo raggiunse con micidiale precisione al centro della fronte.
«PAPÀÀÀÀÀÀÀ!» strillò Timmy.
L'assassino corse verso la strada, poi si fermò e si voltò. «Timmy», gridò, «di' a tua madre che adesso tocca a lei. Poi sarà il tuo turno».
Margy Bless, un'anziana signora che stava tornando a casa dalla panetteria del quartiere dove lavorava part-time, udì il colpo di pistola e le minacce. Restò immobile per alcuni lunghi secondi come per capacitarsi della scena spaventosa di cui era stata testimone: l'uomo che scompariva correndo dietro l'angolo con la pistola ancora in pugno, il bambino che urlava sull'altalena, l'altro uomo accasciato al suolo.
Le tremavano così forte le mani che le ci vollero tre tentativi prima di riuscire a digitare il 911.
All'operatrice che rispose, Margy riuscì solo a balbettare: «Presto! Presto! Potrebbe tornare! Ha ucciso un uomo e poi ha minacciato il bambino!»
La voce le morì in gola mentre Timmy si metteva a gridare: «Occhi Blu ha ucciso il mio papà... Occhi Blu ha ucciso il mio papà!»
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“La lunga estate calda del Commissario Charitos”27 settembre 2013
di Petros Markaris
Adriana ogni tanto socchiude gli occhi e, con una certa inquietudine, si raccomanda:
"Fanis, caro, non correre così. Ci aspettano a pranzo, non al pronto soccorso."
Prima che Fanis possa risponderle, lei è già tornata in letargo, con la testa che le ciondola, per poi risvegliarsi di lì a poco e ripetere esattamente la stessa osservazione, che sortisce il medesimo risultato ben poco. È una cosa che ci fa saltare i nervi, a me e a Caterina, ma Fanis ha un modo tutto suo di tranquillizzarla, forse perché non la prende mai troppo sul serio.
"Sta tranquilla, signora Adriana" le dice. "Vado giusto a 100 all'ora, ma siccome sei abituata alla Mirafiori di tuo marito che non supera i 30 ti sembra che corro troppo."
"Io non entro mai nella macchina di mio marito, Fanis" replica Adriana. "Non voglio rischiare di trovarmi a spingerla in mezzo alla strada per dare spettacolo, alla mia età."
Adriana mi spinge con lo sguardo a prendere la parola, in quanto padre. Ma mi trovo completamente spiazzato. Ricordo che la seconda volta che ero uscito con Adriana ero tormentato dalla paura di perderla. E lo stesso capitava a Adriana, sicché in capo a tre mesi i nostri genitori ci diedero la loro benedizione e io ottenni il diritto di tenerla sottobraccio. Come facevo a spiegare a Adriana la differenza tra un tempo, in cui uno temeva che l'altro se ne andasse, e il giorno d'oggi in cui uno teme che l'altro rimanga?
"Koula, sono Charitos. Il direttore è lì?"
"Credo che il direttore si trovi già a Creta, commissario Charitos. È partito più di due ore fa con l'elicottero."
"Devo parlargli."
Segue una prevedibile pausa di esitazione.
"Questo non è facile, commissario Charitos, però ci proverò."
"Koula, stammi a sentire. Sulla nave c'è Caterina."
Ora la pausa è ancora più lunga e quindi Koula mi fa, come se le avessi voluto fare uno scherzo:
"Ma che dice, commissario?"
"Quel che ho detto. Caterina e Fanis sono sulla nave. Andavano in vacanza a Creta."
Incasso il terzo "Oh mio dio!" della serata.
Squilla il telefono. Adriana balza in piedi per prima, ma la fermo.
"Lascia stare, è Koula. Mi deve dire di Ghikas."
È Ghikas in persona. "Dimmi che non è vero!" esclama. "Dimmi che è uno scherzo!"
"Purtroppo, è vero. Andava in vacanza con il fidanzato." Ma guarda un po': non oso dire il suo ragazzo. Persino in un momento come questo, dico tra me e me, la faccio fidanzare suo malgrado.
Mentre entro alla base, alle 8.30 del mattino, osservo la nave da lontano e so che da qualche parte, là dentro, in qualche sala o in qualche cabina ci sono Caterina e Fanis, forse insieme, forse separati, se hanno separato le donne dagli uomini.
Stathakos si volta per uscire e piomba su di me. Vedermi non lo entusiasma affatto e si limita a un secco: "Ah! Anche tu qui?" La sua reazione non mi impressiona, perché tutti sanno in centrale che Stathakos e io siamo come cane a gatto. Lui mi ritiene uno sbirro fuori moda, che non ci capisce niente dei nuovi metodi, e io lo ritengo un coglione che gioca a fare il Rambo mentre non è altro che un greco complessato.
"Capo, accendi la televisione" chiedo al barista.
Lui smette di ripulire il banco a mi dà un'occhiata incavolata.
"E perché? Senti tanto la mancanza di Anche i ricchi piangono?" mi chiede ironico.
Sto per dirgli che sento la mancanza di mia figlia e di Fanis che degli stronzi tengono come ostaggi sull'El Greco, ma mi mordo la lingua.
"No, ma i dirottatori stanno rilasciando dei passeggeri dell'El Greco."
Tutti e sei smettono all'unisono di giocare.
"Thanassis, accendi la tele" fa uno.
Al barista, c'è poco da fare, non piace che qualcuno gli dica quello che deve fare nel suo negozio, e continua a opporre resistenza.
"E tu chi sei? Un giornalista?"
"Sbirro" gli rispondo secco e lui schiaccia il telecomando.
"Di che si tratta?" chiedo per cambiare argomento e per non stare a spiegare l'inesplicabile.
"Copia conforme" risponde Stavròpoulos. Colpo alla fronte a bruciapelo e a quel che sembra con la stessa pistola. Ora ci sta lavorando Palioritis, ma se vuole il mio parere non c'è dubbio."
"La vittima?"
"Un modello della pubblicità televisiva. Più anziano di Yfandidis. Sui trent'anni."
"Ho preso le impronte per le analisi di laboratorio, ma si vede chiaramente che è la stessa pistola."
"E comunque, neanche questo qui l'hanno ammazzato nel posto in cui l'abbiamo trovato. Probabilmente, l'hanno trasportato qui come l'altro" nota Stavròpoulos.
Tutte pessime notizie, perché confermano quel che temevo sin dall'inizio: un serial killer. Se, tra l'altro, si confermerà che anche a questo qui piacevano gli uomini, allora non sapremo a chi dare la precedenza: ai terroristi o al mostro? Meno male che non sono partito, mi dico tra me.
La prima differenza con l'appartamento di Yfandidis è nell'ordine. Infatti, qui regna il classico disordine dello scapolo. II letto è sfatto, in bagno gli asciugamani sono buttati nel bidet e in cucina i píatti sporchi e gli avanzi di pizze e di hamburger coprono il marmo del lavello. La seconda differenza è nell'arredamento. Yfandidis aveva buon gusto. Koutsoùvelos buttava i soldi in pannelli di novopan e manifesti. Questo, dal punto di vista delle indagini, può significare che mentre Yfandidis era un ragazzo tranquillo e ben educato, Koutsoùvelos era probabilmente di "facili costumi", come si diceva una volta sui giornali e nei vecchi film drammatici. Però, dato che ci troviamo di fronte alla seconda esecuzione in cinque giorni, i costumi non hanno alcuna importanza.
"E Koutsoùvelos era bravo?"
"Molto bravo. Per questo ci ricattava con la minaccia delle altre agenzie che l'avrebbero pagato molto meglio. Quando non soddisfacevamo le sue richieste gli prendeva la crisi isterica. Io dovevo ballare con Forsythe urlava. E voi mi mettete ad ancheggiare al bar come l'ultimo studente della scuola di danza."
"Chi sarebbe questo Forsythe?" chiedo ad Andreòpoulos, perché il nome non mi dice nulla.
"Un ballerino rap, credo. Perché il nostro spot pubblicizzava la piña colada e Koutsoùvelos ballava il rap e beveva piña colada."
Non so cosa siano né il rap né la piña colada, quindi decido che prima o poi mi guarderò lo spot, in cerca di illuminazione.
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