foto di Elena Fiorio - Burano maggio 2009
#PackedLunchPostIt
30 novembre 2019

Buon appetito...


Il pluripremiato illustratore Rob Biddulph, per oltre cinque anni, ha disegnato e infilato nel cestino del pranzo della figlia un'illustrazione al giorno per augurarle buon appetito e una buona giornata.

Tutto è partito quando la piccola Poppy a quattro anni ha iniziato la scuola e l'idea di non pranzare più a casa con il padre, come faceva quando andava andava all'asilo solo di mattina, la spaventava molto, così il premuroso papà ha pensato di realizzare per lei dei post-it divertenti con i personaggi dei suoi cartoni animati preferiti per strapparle un sorriso al momento critico del pranzo.

Il lavoro è stato postato su Instagram con l'hashtag #PackedLunchPostIt. "Attraverso queste illustrazioni riesco in qualche modo a documentare anche la vita di mia figlia. Forse quando sarà un’adolescente e non sarà più così innamorata dei suoi genitori, potremo riguardarli assieme per ricordarci che c’erano tempi in cui non andava tutto male!" dice scherzosamente l'illustratore.



www.robbiddulph.com/post-its
www.instagram.com/PackedLunchPostIt


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“La casa di ringhiera” di Francesco Recami
2 gennaio 2017

Fu un pomeriggio da dimenticare anche per la figlia di Consonni. Dopo aver avuto un colloquio con le maestre di Enrico, Caterina era abbastanza sottosopra. Le avevano detto che Enrico aveva fatto dei disegni strani, in classe. In particolare aveva raffigurato, pur con i mezzi tecnici e grafici di cui era a disposizione, una persona tutta nuda a cui avevano tagliato il membro maschile. Le maestre si erano allertate per questo e avevano anche rapidamente consultato la psicologa della scuola, che per ovvio protagonismo aveva dato all'episodio un rilievo che forse di per sé non si sarebbe meritato. Comunque, giustamente, le insegnanti avevano segnalato a Caterina i fatti, avvertendola di mantenere la massima sorveglianza sul bambino, sui film che gli lasciavano vedere, sempre che non vi fossero significati psicologici più profondi, sui quali forse sarebbe valsa la pena indagare.
Altro che film, pensò immediatamente Caterina, questo è quel cretino di mio padre. Chissà che cosa ha fatto vedere all'Enrico, o che cosa gli ha raccontato! Lui e il caso della Sfinge di Lentate sul Seveso!

Caterina aveva molta fretta, era già in ritardo per un appuntamento con dei clienti che dovevano vedere un appartamento a Desio, e alle ore 17.07 chiamò suo padre al telefono, per dirgli che il bambino lo lasciava fuori del portone, che venisse a prenderlo.
Però Amedeo non rispondeva, che cavolo starà facendo..., quindi Caterina abbandonò Enrico nell'androne, intimandogli di andare da solo fino all'appartamento del nonno, tanto dov'era lo sapeva benissimo. La madre si assicurò che Enrico fosse sulla strada giusta, lo vide prendere le scale e se ne partì di gran fretta, era già in ritardo di venti minuti.
Enrico arrivò alla porta dell'appartamento 8 senza difficoltà, Era socchiusa, ed entrò: «Nonno...» chiamava. «Nonno ... dove sei?». In casa non c'era nessuno. Enrico vide che sul tavolo da pranzo c'erano i soliti ritagli di giornale, quelli che il nonno non gli faceva guardare, ma che lui ogni tanto, quando l'Amedeo andava in bagno, riusciva a sbirciare. Nulla di nuovo, che non avesse già visto. Si mise a giochicchiare con la colla e le forbici, ma senza il nonno che tentava di impedirglielo si annoiò subito. Allora prese il pennarello grosso e vergò qualche vettore a caso sulle fotocopie del nonno. Neanche da questo lavoro ottenne particolare soddisfazione.
Così Enrico uscì dall'appartamento, per vedere se il nonno fosse in giro, da qualche parte.
Nemmeno la porta dell'abitazione accanto era chiusa per bene, era semiaperta. Enrico la fissò, poi, come fanno i bambini, non ebbe esitazioni ed entrò dentro.
C'era abbastanza buio in quella stanza piccola, ma a un certo punto Enrico vide un signore, tutto sudato, che stava infilando dentro un grosso sacco della spazzatura di colore scuro una signora che non portava né i pantaloni né le mutande. Chissà che cosa sarebbe successo se Enrico avesse raffigurato con un bel disegno la scena che si trovava davanti in quel momento, e che cosa avrebbero pensato le sue insegnanti. Di fatto appena Enrico fu dentro la stanza Antonio si bloccò e per una decina di secondi rimase fermo immobile, con il sacco mezzo pieno in mano. Finalmente domandò: «E tu chi cazzo sei?».
«Io sono Enrico, ha mica visto il mio nonno?».

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“Squadra speciale Minestrina in brodo”
24 novembre 2016

di Roberto Centazzo

«Meno trenta!» esclamò Pammattone sollevando il flûte dello spumantino.
Andavano in quel bar da anni, solitamente di mattina presto per il primo caffè della giornata, o all'ora di pranzo per un piatto di spaghetti o un'insalata. Era un bar elegante, rimodernato da poco in toni provenzali, situato sotto i portici di piazza della Vittoria.
Quel giorno si lasciarono tentare dagli stuzzichini, pizzette, focaccia e tartine, e ordinarono un aperitivo. Anche Santoro, che pure avvertiva pericolosi bruciori allo stomaco. Fecero tintinnare i bicchieri.
«Prosit!» disse Mignogna.
«Siamo arrivati alla fine. Ancora non mi sembra vero», constatò Pammattone.
«Ho già la barca pronta. Tra un mese a quest'ora sarò su qualche spiaggetta a cucinarmi una bella grigliata di pesce appena pescato», disse Santoro, che era di Genova e come quasi tutti i liguri amava il mare.
«Io me ne torno nel mio paese, a Pietrabbondante, in Molise», seguì Mignogna.
«E che ci vai a fare? Manco l'acqua avete!» lo sfotté Santoro.
«Sì, prendi in giro. Che ci sto a fare qui, piuttosto? Mia figlia si è sposata, e io le sono soltanto d'impiccio. Da quando mia moglie è mancata, sono una palla al piede per lei. Beati voi che...» Avrebbe voluto aggiungere: «che siete senza figli», ma si bloccò subito.
Luc Santoro, benché non fosse sposato, di figli, anzi figlie, ne aveva messe al mondo tre. E ognuna con una donna diversa. Tanto da guadagnarsi, sul campo, l'appellativo di Inseminator. Ormai erano tutte grandi, ma Luc, soltanto di alimenti, si era rovinato. Con le sue stesse mani.
Quanto a Pammattone, dal punto di vista sentimentale, era quello messo peggio. Originario di Udine, dopo i primi anni di apprendistato, aveva scelto di fare servizio alla Squadra mobile, e lì non c'è più vita: orari strampalati, notti insonni, appostamenti... Non era mai riuscito a farsi una famiglia. Si era adattato a vivere in caserma, come una giovane recluta, in una stanza che, soltanto per rispetto alla sua età e al suo ruolo, gli avevano lasciato in uso come singola, benché avesse quattro letti come tutte le altre.
«Beati voi, che non capite un cazzo», concluse Mignogna con una sterzata improvvisa.
«Beati noi una minchia! Io dovrò cercarmi una casa da qualche parte o sposarmi qualche vecchia vedova, magari ricca», replicò Pammattone e scoppiò a ridere.
«Figuriamoci se un ispettore come te, anzi, un sostituto commissario come te, non trova una donna», lo sfotté Santoro.

«Mi sono comperato una bicicletta da corsa, lo sai?»
Marika sgranò gli occhi. «Lasci la Polizia?»
«L'ho già...» Si interruppe, non aveva nessuna voglia di dare spiegazioni. Se avesse detto a Marika che aveva lasciato la Polizia ed era in pensione, lei gli avrebbe domandato: «Come mai indaghi lo stesso, allora?»
Che cosa avrebbe potuto dirle? Che lui, Ferruccio Pammattone, nome in codice Semolino, insieme con altri due ex colleghi, Eugenio Mignogna, nome in codice Kukident, e Luc Santoro, nome in codice Maalox, di stare a casa a far nulla non ne avevano voglia? Che lontani dal lavoro si annoiavano? Poteva raccontarle che avevano messo su una sezione non ufficiale della Squadra mobile? Un ufficio fantasma che operava in gran segreto, denominato con affetto Squadra speciale Minestrina in brodo? No, non poteva. «L'ho già provata», si corresse in tempo, «è una bomba».

Ora, ai tanti casi risolti nella loro lunga carriera, di cui poter parlare rivangando il passato, avrebbero potuto aggiungere quello da poco concluso. Un'operazione coi fiocchi, che non solo aveva consolidato la loro amicizia, ma anche consacrato la nascita di una nuova squadra, la Squadra speciale Minestrina in brodo. Pur non contemplata in nessun organigramma, funzionava a meraviglia. (...)
«Sarà meglio che adesso ci prendiamo una bella vacanza da qualche parte, però», disse Semolino in tono grave, facendo intendere che quel caso lo aveva impegnato molto.
«Deve essere un posto in cui permettono l'ingresso ai cani», si premurò di precisare Kukident.
«Vecchi e cani... Io me ne sto a casa», scherzò Maalox, che aveva sempre la battuta pronta.
«Potremmo andare alle terme», propose Semolino.
«Sai che allegria, tutto il giorno in accappatoio con un bicchiere d'acqua in mano», replicò Maalox.
«Io avrei proprio bisogno di un bel massaggio, una settimana di cure termali non la escluderei», disse Kukident.
«E se invece...» Semolino si interruppe subito.
«Se?»
«Se realizzassimo il sogno che avevamo a vent'anni?»
«Il giro dell'Europa col pulmino Volkswagen?»
«Sì col mitico T2!»
Ne avevano parlato più di una volta, ma era un desiderio mai realizzato. A vent'anni non avevano i soldi, a trenta non avevano il tempo, a quaranta non avevano ferie, a cinquanta si sentivano stanchi... O adesso o mai più.
«Va bene, ma...»
«Ma?»

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“Nel nome del padre” di Gianni Biondillo
18 febbraio 2012

"Amore è un po' tardi... ora ti devo portare a casa."
"Di già?"
"Tesoro... siamo andati al parco, poi alle giostre, adesso al cinema..."
"Ma io voglio stare ancora un po' fuori, non voglio tornare a casa subito."
Vorrebbe chederle perchè. Vorrebbe sarere come la tratta Sonia, cosa le dice. Ma non lo fa. Non è giusto, non è corretto nei confronti della figlia.
"Amore, lo vedi che è tardi... inizia a fare freddo... devi mangiare..."
"Andiamo a mangiare una pizza, dai..."
"Alice, io..." Si perde negli occhi della figlia. "Aspetta un attimo."
Tira fuori il cellulare. La bimba gongola. Luca si gira verso il muro come a cercare un po' di intimità.
"Sonia?"
"Luca?" La voce è allarmata. "E' successo qualcosa ad Alice?"
"No, no, non preoccuparti, è tutto a posto."
"Cosa vuoi allora?"
"Senti, volevo dirti che la bimba vorrebbe stare ancora un po' fuori, vorrebbe mangiare una pizza..."
"Non se ne parla neppure. Porta subito Alice qui, a casa."
La bimba saltella su un piede, avanti e indietro.
"Ma dai, poi ci rimane male."
"Domani mattina va a scuola, non voglio che faccia tardi."
"Una pizza, facciamo in fretta."
Gesticola, come se lei lo vedesse.
"Portala subito qui. Non farmi urlare" e lo dice urlando, al punto che la sente pure la figlia.
"Ma cazzo, Sonia, sono il padre, avrò anch'io diritto di..."
"Tu non hai nessun diritto, lo hai capito?" Non la ferma più nessuno, è furiosa. "Porta subito Alice a casa, non farmi incazzare, portala subito qui!"
"Ma perchè devi fare così, non c'è niente di male se si diverte un po'..."
"E già! E' facile per te, la porti al cinema, la porti in pizzeria... poi sono io che devo svegliarla la mattina, poi sono io la cattiva che le deve insegnare le regole... tu fai il papà simpatico, e io sono la stronza!"
"Sonia, non urlare."
Alice lo guarda spaventata.
"Portala qui, entro mezz'ora. Non te lo ripeto più!"

"Fammi entrare."
"No!"
"Sonia, eravamo d'accordo, non farmi incazzare. Il Natale l'ha passato da te, ora mi prendo la bimba e me la porto via."
"Non ci provare neppure."
Prova a chiudergli la porta in faccia, ma lui la blocca con un piede.
"Sonia, sto perdendo la pazienza. Vesti Alice e falla uscire, subito."
"Ti ho detto di no. La bambina ha la febbre, io non la faccio uscire con questo freddo."
Lui sbuffa, alza gli occhi al cielo.
"Sono in macchina, la porto a casa, con me, non prenderà freddo."
"Non dirlo neanche per scherzo."
"Ma insomma che cazzo vuoi da me? Vuoi farmi impazzire?"
E' a una spanna dal suo volto, sembra voglia mangiarglielo.
"Non fare il pazzo."
Lui cerca di calmarsi.
"Allora fammi entrare, resto qui tutto il giorno" lei sgrana gli occhi, "non preoccuparti, sto in camera con lei."
"Non ti voglio in casa mia."
"Cosa? COSA? Questa non è casa tua, lo vuoi capire? Non è tua, non l'hai comprata tu! Non lo stai pagando tu il mutuo!"
Ha scelto lei i mobili, ha discusso lei con l'architetto, ha curato lei il giardino. E questo Luca lo sa.
"Vallo a dire al giudice, se ne hai voglia."
Lui le dà le spalle, cerca di contenere le lacrime, non vuole farsi vedere debole hai suoi occhi. Le mani sono strette nei pugni, le nocche sono praticamente senza sangue.
"Sonia. Ti prego." Si gira ancora verso la donna, è più calmo. "Non ti preoccupare per Alice. La copro, la porto a casa, le faccio una camomilla calda."
"Ma cosa dici? Non sai neppure di cosa parli... l'hai mai curata tu? Sai di cosa ha bisogno se le sale la febbre? Sai quale è il suo peluche che tiene sotto le coperte quando è malata? Non sapresti distinguere una supposta da un'aspirina, smettila!"
"E allora aiutami tu. Dimmi cosa devo fare."
"Ci dovevi pensare prima."
"Non puoi farmela pagare per sempre, lo capisci? Come posso imparare ad essere suo padre se tu continui a negarmelo?"

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