“Mi ricordo di te” di Yrsa Sigurdardottir14 luglio 2017
Finalmente un libro inquietante dove non solo il cane non è il primo a morire ma è forse l'unico che si salva...
«Com'è tranquillo, qui». Garòar ruppe il silenzio che la barca aveva lasciato. «Credo di non essere mai stato in un posto così isolato». Si chinò e la baciò sulla guancia chiazzata di salsedine.
«Ma è indubbio che ci abiti gente in gamba».
Katrin gli sorrise e non gli chiese se aveva dimenticato quella malaticcia di Lif. Volse le spalle al mare, dove non desiderava affatto vedere la barca sparire del tutto alla vista, e osservò invece la riva e la terra. Lif si era alzata in piedi e si sbracciava verso di loro. Katrin sollevò la mano per farle un cenno a sua volta, ma la lasciò cadere quando vide qualcosa muoversi velocemente alle spalle dell'amica vestita di bianco. Era un'ombra nera come la pece, molto più scura dell'ambiente in penombra.
Sparì altrettanto in fretta com'era apparsa, così Katrin non riuscì a distinguere chi fosse. Però le era parsa simile a una persona di bassa statura. Si aggrappò forte al braccio di Garòar.
«Cos'era?»
«Cosa?» Garòar aguzzò la vista seguendo l'indicazione di Katrin. «Vuoi dire Lif?»
«No. C'era qualcosa che si muoveva dietro di lei».
«No». Garòar la guardò stupito. «Non c'è niente. Solo una donna con il mal di mare e una tuta da sci addosso. Magari era solo il cane, no?»
Katrin cercò di apparire tranquilla. Poteva anche darsi che avesse avuto un abbaglio. Ma quello non era Putti, di questo era certa, era davanti a Lif e annusava l'aria. Forse il vento aveva spostato qualche oggetto. In ogni modo, non spiegava la rapidità con cui era sfrecciato, anche se naturalmente poteva essere arrivata una raffica improvvisa o una corrente. Lasciò il braccio di Garòar e si concentrò a respirare lentamente per il tratto che le restava da percorrere lungo il pontile. Non disse nulla nemmeno
quando ebbero raggiunto Lif. Si sentì un fruscìo e la vegetazione secca e ingiallita davanti a loro scricchiolò, come se qualcuno l'avesse calpestata. Né Garòar né Lif sembravano aver notato niente, ma Katrin non poté fare a meno di pensare che non fossero da soli, lì a Hesteyri.
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“Squadra speciale Minestrina in brodo”24 novembre 2016
di Roberto Centazzo
«Meno trenta!» esclamò Pammattone sollevando il flûte dello spumantino.
Andavano in quel bar da anni, solitamente di mattina presto per il primo caffè della giornata, o all'ora di pranzo per un piatto di spaghetti o un'insalata. Era un bar elegante, rimodernato da poco in toni provenzali, situato sotto i portici di piazza della Vittoria.
Quel giorno si lasciarono tentare dagli stuzzichini, pizzette, focaccia e tartine, e ordinarono un aperitivo. Anche Santoro, che pure avvertiva pericolosi bruciori allo stomaco. Fecero tintinnare i bicchieri.
«Prosit!» disse Mignogna.
«Siamo arrivati alla fine. Ancora non mi sembra vero», constatò Pammattone.
«Ho già la barca pronta. Tra un mese a quest'ora sarò su qualche spiaggetta a cucinarmi una bella grigliata di pesce appena pescato», disse Santoro, che era di Genova e come quasi tutti i liguri amava il mare.
«Io me ne torno nel mio paese, a Pietrabbondante, in Molise», seguì Mignogna.
«E che ci vai a fare? Manco l'acqua avete!» lo sfotté Santoro.
«Sì, prendi in giro. Che ci sto a fare qui, piuttosto? Mia figlia si è sposata, e io le sono soltanto d'impiccio. Da quando mia moglie è mancata, sono una palla al piede per lei. Beati voi che...» Avrebbe voluto aggiungere: «che siete senza figli», ma si bloccò subito.
Luc Santoro, benché non fosse sposato, di figli, anzi figlie, ne aveva messe al mondo tre. E ognuna con una donna diversa. Tanto da guadagnarsi, sul campo, l'appellativo di Inseminator. Ormai erano tutte grandi, ma Luc, soltanto di alimenti, si era rovinato. Con le sue stesse mani.
Quanto a Pammattone, dal punto di vista sentimentale, era quello messo peggio. Originario di Udine, dopo i primi anni di apprendistato, aveva scelto di fare servizio alla Squadra mobile, e lì non c'è più vita: orari strampalati, notti insonni, appostamenti... Non era mai riuscito a farsi una famiglia. Si era adattato a vivere in caserma, come una giovane recluta, in una stanza che, soltanto per rispetto alla sua età e al suo ruolo, gli avevano lasciato in uso come singola, benché avesse quattro letti come tutte le altre.
«Beati voi, che non capite un cazzo», concluse Mignogna con una sterzata improvvisa.
«Beati noi una minchia! Io dovrò cercarmi una casa da qualche parte o sposarmi qualche vecchia vedova, magari ricca», replicò Pammattone e scoppiò a ridere.
«Figuriamoci se un ispettore come te, anzi, un sostituto commissario come te, non trova una donna», lo sfotté Santoro.
«Mi sono comperato una bicicletta da corsa, lo sai?»
Marika sgranò gli occhi. «Lasci la Polizia?»
«L'ho già...» Si interruppe, non aveva nessuna voglia di dare spiegazioni. Se avesse detto a Marika che aveva lasciato la Polizia ed era in pensione, lei gli avrebbe domandato: «Come mai indaghi lo stesso, allora?»
Che cosa avrebbe potuto dirle? Che lui, Ferruccio Pammattone, nome in codice Semolino, insieme con altri due ex colleghi, Eugenio Mignogna, nome in codice Kukident, e Luc Santoro, nome in codice Maalox, di stare a casa a far nulla non ne avevano voglia? Che lontani dal lavoro si annoiavano? Poteva raccontarle che avevano messo su una sezione non ufficiale della Squadra mobile? Un ufficio fantasma che operava in gran segreto, denominato con affetto Squadra speciale Minestrina in brodo? No, non poteva. «L'ho già provata», si corresse in tempo, «è una bomba».
Ora, ai tanti casi risolti nella loro lunga carriera, di cui poter parlare rivangando il passato, avrebbero potuto aggiungere quello da poco concluso. Un'operazione coi fiocchi, che non solo aveva consolidato la loro amicizia, ma anche consacrato la nascita di una nuova squadra, la Squadra speciale Minestrina in brodo. Pur non contemplata in nessun organigramma, funzionava a meraviglia. (...)
«Sarà meglio che adesso ci prendiamo una bella vacanza da qualche parte, però», disse Semolino in tono grave, facendo intendere che quel caso lo aveva impegnato molto.
«Deve essere un posto in cui permettono l'ingresso ai cani», si premurò di precisare Kukident.
«Vecchi e cani... Io me ne sto a casa», scherzò Maalox, che aveva sempre la battuta pronta.
«Potremmo andare alle terme», propose Semolino.
«Sai che allegria, tutto il giorno in accappatoio con un bicchiere d'acqua in mano», replicò Maalox.
«Io avrei proprio bisogno di un bel massaggio, una settimana di cure termali non la escluderei», disse Kukident.
«E se invece...» Semolino si interruppe subito.
«Se?»
«Se realizzassimo il sogno che avevamo a vent'anni?»
«Il giro dell'Europa col pulmino Volkswagen?»
«Sì col mitico T2!»
Ne avevano parlato più di una volta, ma era un desiderio mai realizzato. A vent'anni non avevano i soldi, a trenta non avevano il tempo, a quaranta non avevano ferie, a cinquanta si sentivano stanchi... O adesso o mai più.
«Va bene, ma...»
«Ma?»
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“Il morso della lucertola” di David Hewson20 marzo 2013
Molto bella questa ambientazione lagunare...
"Bella" mormorò tra sè, e rimase sconvolto da quanto suonasse vecchia e roca la sua stessa voce. Uriele Arcangelo aveva quarantanove anni. Una vita passata a lavorare di notte nella fornace, quella maledetta e amata fornace, con il fuoco che gli spezzava le vene delle guance indurite, gli aveva conferito la carnagione e l'aspetto spento e depresso di un vecchio.
II lavoro teneva Scacchi sull'acqua, posto che piaceva sia a lui che al suo cane, lontano da Venezia con i suoi vicoli oscuri e gli esseri umani ancora più oscuri. Era cresciuto sulla laguna, nella fattoria isolata che sua madre gli aveva lasciato in eredità dieci anni prima. Quando Scacchi si trovava lì, o sulla sua barca, si sentiva a casa, al sicuro dalla città e dai suoi pericoli. (...)
Nonostante la sua vita appartata o, forse, proprio a causa di essa, era un uomo loquace ed espansivo, a cui piaceva bere e scherzare con i suoi simili. Non tornava mai a casa in barca dai giri mattutini al mercato di Rialto completamente sobrio.
Uriele Arcangelo lavorava lì da quando aveva dodici anni. Il procedimento gli era così familiare che ormai non ci pensava quasi più. Intorno alle cinque di un pomeriggio di lavoro, era solito aggiungere legna e alzare il bruciatore a gas a 1250 gradi centigradi prima di collocare nel forno il primo ammasso grezzo. Nelle prime ore della sera, lui o Bella tornavano di quando in quando a controllare che la temperatura salisse costantemente a 1400 gradi, aggiungendo legna secondo le istruzioni di suo padre, finchè la fornace non era abbastanza calda da eliminare tutte le bolle del vetro. Poi, verso le tre, Uriele, e lui soltanto, in qualità di
omo de note, faceva l'ultimo giro e iniziava ad abbassare gradualmente la temperatura. Entro le sette del mattino, il vetro che aveva creato sarebbe stato sufficientemente malleabile perché Gabriele potesse iniziare a foggiare i singoli calici e vasi costosi che recavano il marchio della fonderia, un angelo scheletrico, sulla base.
Nulla che avesse visto nei decenni di scrupoloso lavoro notturno lo aiutò a spiegare quanto gli si trovava davanti adesso: una fornace che stava diventando inspiegabilmente ingovernabile.
L'incendio era spento, domato da una marea di acqua e schiuma. Era stata conseguita una specie di vittoria, troppo tardi per Uriele Arcangelo, ma in tempo per salvare la sua famiglia, quel clan isolato che adesso, pensò Scacchi, si sarebbe radunato per appurare le conseguenze della tragedia strana e inspiegabile che si era consumata nella notte, portando una morte infuocata a due passi da casa loro.
"Non possiamo permetterci San Michele!" gridò al suo indirizzo, non riuscendo a controllare le emozioni. "Le pompe funebri vogliono soldi, non promesse. Nessuno ci fa più credito. Non capisci?" (...)
Michele Arcangelo si diresse verso una vetrinetta ed estrasse uno degli oggetti più preziosi contenuti al suo interno. Si trattava di un vaso del XVI secolo a forma di galea, un pezzo bellissimo, con la carena di vetro trasparente e il sartiame blu. Su un lato era apposto il sigillo della fornace dei Tre Mori, garanzia che avrebbe spuntato un buon prezzo ovunque. Lo possedevano da sempre, o così le sembrava. Angelo, in particolare, lo adorava, ed era per questo che non l'avevano venduto fino ad allora.
Michele si rigirò l'oggetto prezioso tra le mani, ammirandolo con un occhio acuto, professionale.
"Allora seppelliscilo con questo" disse senza nemmeno una traccia di emozione.
"Glielo dico io. Lavorano in un museo. Quella stupida vecchia fornace, dieci volte più grande del necessario. Non hanno attrezzature moderne, nulla che gli permetta di risparmiare tempo o denaro. Usano tutte quelle vecchie ricette e quei vecchi modelli. Ci mettono il quadruplo del tempo rispetto a noi altri per produrre cose che, agli occhi di quasi tutto il mondo esterno, sono esattamente identiche. Credete che spunteranno un prezzo quadriplo? No. Nemmeno doppio. A volte neppure lo stesso prezzo, perchè vendono roba vecchia. Modelli superati da anni. Con imperfezioni, perché il vecchio sistema comporta imperfezioni e nessuno si beve che in realtà sono soltanto caratteristiche tipiche, nient'altro. Sapete qual'è il loro genere? Il fallimento, ecco qual'è.
Enzo si sbagliava. La notte scese lentamente su Venezia, come faceva alla fine di ogni bella giornata limpida, con un tramonto così incantevole da sembrare irreale, una lunga ora di splendore dorato che intrappolava la città sull'acqua nell'ambra fulgida.
"Non è affrettata. E' da anni che desidero andarmene. Il fatto è che mi sentivo legata a quella stupida isola e ai ridicoli sogni di Michele. Si crede una specie di eroe perchè si attiene ancora ai vecchi sistemi. Cerca di mantenere in vita un antico mestiere artigianale quando tutti gli altri producono solo paccottiglia per i turisti. E' un'illusione. Ho passato qui tutta la vita e vedo cosa sta diventando Venezia. Un cimitero, bello, devo ammettere, ma pur sempre un cimitero. Finisce per prosciugarti delle forze. E' quanto è già capitato a Michele, ma lui resterà qui ignorando la realtà finchè non lo logorerà. Io no."
"Veneziani! Veneziani! Fissate il prezzo e facciamola finita. Un uomo come me ha già comprato tipi come tutti voi. Comprerò di nuovo tutti voi, due volte, se sarà necessario."
Piero Scacchi non si mosse, nè distolse lo sguardo dall'inglese tronfio intrappolato contro il vetro luccicante.
"Ha commesso due errori" disse. "Io non sono veneziano. E lei non è un uomo."
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