foto di Elena Fiorio - Burano maggio 2009
“La sirena” di Camilla Läckberg
6 novembre 2014

Il vestito sapeva ancora di lei. Christian se lo portò al naso e inspirò le microscopiche tracce di profumo rimaste impigliate nel tessuto. Chiudendo gli occhi, con l'odore nelle narici riusciva a rivederla ancora. I capelli lunghi fino alla vita che portava raccolti in una treccia o in uno chignon. Pettinature da vecchia signora, ma non su di lei.
Si muoveva come una ballerina, anche se aveva appeso le scarpe al chiodo. Le mancava la volontà, diceva. Il talento c'era, ma non la volontà di anteporre la danza a tutto il resto, di sacrificare amore, tempo, risate e amici. Voleva vivere intensamente.
Così aveva smesso di ballare. Ma quando si erano conosciuti aveva ancora la danza nel corpo e così era stato fino alla fine. Gli capitava di restare seduto a guardarla per ore, a osservarla mentre girava per casa, sistemava qualcosa e canticchiava un motivetto, muovendo i piedi con una grazia tale che sembrava non sfiorassero nemmeno il pavimento.
Avvicinò di nuovo il vestito al viso. Era così liscio sulla guancia calda e febbricitante, resa ruvida dalla barba un po' lunga. L'aveva indossato per l'ultima volta alla festa di mezz'estate. Il colore faceva risaltare l'azzurro degli occhi e la treccia che le ricadeva sulla schiena era lucida come il tessuto.
Era stata una serata fantastica. Uno dei rari solstizi d'estate benedetti da un sole spendente. Avevano mangiato in giardino, aringhe e patate novelle. Avevano preparato tutto insieme. Il piccolo era all'ombra con la zanzariera ben chiusa sulla carrozzina, in modo che non entrassero insetti. Era al sicuro.
Il nome del bambino gli balenò nella mente, facendogli fare un salto come se si fosse punto con uno spillo. Si costrinse a pensare ad altro: bicchieri appannati, gli amici che li sollevavano in un brindisi all'estate, all'amore, a se stessi. Pensò alle fragole che lei aveva portato fuori in una grande zuppiera. La ricordava seduta al tavolo della cucina a pulirle mentre lui la prendeva in giro perchè ogni tre o quattro che metteva nel recipiente una finiva tra le sue labbra. Le avrebbe servite agli ospiti accompagnate dalla panna, montata dopo averci aggiunto un pizzico di zucchero come le aveva insegnato la nonna materna. Lei aveva accolto le sue battutine con una risata, e l'aveva attirato a sè per baciarlo con le labbra che sapevano di fragole mature.
Stringendo il vestito tra le mani si lasciò scappare un singhiozzo. Non riuscì a trattenersi. La stoffa si scurì in più punti per le lacrime, e lui la asciugò con la manica della maglia. Non voleva sporcarla, non voleva rovinare quel poco che gli era rimasto di lei.
Rimise delicatamente il vestito nella valigia. Era l'unica cosa che restava di loro, l'unica cosa che fosse riuscito a tenere. Chiuse la valigia e la spinse nell'angolo. Sanna non doveva trovarla. Il solo pensiero che l'aprisse, ci guardasse dentro e toccasse il vestito gli faceva rivoltare lo stomaco. Sapeva che era sbagliato, ma aveva scelto Sanna per un'unica ragione: non le somigliava. Sanna non aveva labbra che sapevano di fragole e non si muoveva come una ballerina.
Ma non era servito. Il passato l'aveva agguantato lo stesso, con la stessa malvagità di quando aveva agguantato lei, la donna con il vestito azzurro. E adesso non vedeva via di scampo.

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“Tempesta solare” di Asa Larsson
2 maggio 2012

"(...) Qualcuno lo ha ammazzato. E non si è risparmiato, per così dire. Il morto è Viktor Strandgard, o il Ragazzo del Paradiso, come lo chiamavano. Era l'attrazione principale di questa congregazione. Nove anni fa ha avuto un terribile incidente. E' morto all'ospedale. Il suo cuore ha smesso di battere, ma lo hanno rianimato e lui ha raccontato cosa era successo durante l'operazione e la rianimazione, per esempio che al dottore erano caduti gli occhiali e cose del genere. E ha raccontato di essere stato in paradiso. Di avere incontrato Gesù e tutti gli angeli. Già, e poi una delle infermiere e la donna che lo aveva investito sono diventate credenti, e in un batter d'occhio Kiruna si è trasformata in un raduno di fanatici religiosi. Le tre congregazioni principali della città si sono unite in una nuova chiesa, la Fonte della Forza. La nuova congregazione si è ingrandita sempre di più e negli ultimi anni ha costruito questa chiesa, ha aperto una scuola, un asilo-nido e ha organizzato grandi incontri di risveglio. Fanno un sacco di soldi e attirano gente da tutto il mondo. Viktor Strandgard è, o meglio era, un dipendente a tempo pieno della congregazione (...)"

Si alzò a sedere sul letto ma rimase avvolta nella coperta. Faceva freddo in cucina.
Tutto qui dentro mi ricorda la nonna, pensò. Mi sembra ieri che dormivo con lei nel divano letto e al mattino potevo restare al caldo sotto le coperte mentre lei si alzava ad accendere la stufa e a preparare il caffè.
Le sembrava di vedere Theresia Martinsson seduta al tavolo a ribalta ad arrotolarsi la prima sigaretta del mattino. Usava carta di giornale al posto delle cartine, che secondo lei costavano troppo. Strappava accuratemente il margine di una pagina del "Norrbottenskurir" del giorno prima. Era della larghezza giusta e senza inchiostro, perciò perfetto per lo scopo. Ci spargeva sopra una presa di tabacco e arrotolava una sigaretta sottile tra i pollici e gli indici. Indossava il grembiule a scacchi blu e neri aveva capelli argentei accuratamente infilati sotto il fazzoletto. Nella stalla le vacche muggivano per chiamarla. "Buon giorno pikku-piika" le diceva con un sorriso. "Sei sveglia?" (...)
Dovrei dedicare più tempo a pensare alla nonna, si disse. Chi ha detto che è meglio concentrarsi sul presente? Nella mia memoia ci sono molte stanze abitate dalla nonna. Ma non passo mai un po' di tempo con lei. E cos'ha da offrire il presente?

"Hai detto alla polizia che è stato Viktor e svegliarti, che è per quello che sei andata lì."
Sanna alzò gli occhi e fissò Rebecka.
"Lo trovi davvero così strano? Credi che tutto finisca solo perchè il corpo smette di funzionare? Era in piedi accanto al mio letto, Rebecka. Aveva l'aria incredibilmente triste. E mi sono resa conto che non era lì fisicamente. Così ho capito che era successo qualcosa."
No, non lo trovavo affatto strano, pensò Rebecka. Sanna ha sempre visto più cose di tutti noi. Un quarto d'ora prima che qualcuno le facesse un'improvvisata, lei metteva su il caffè.
"Sta arrivando Viktor" diceva semplicemente.

"E' Curt Backstrom. E' lui che ci ha dato un passaggio fino a qui. Credo sia un po' innamorato di me. Ma è davvero gentile. Assomiglia vagamente a Elvis. Forse potrebbe essere il tuo tipo Rebecka."
"Piantala" disse Rebecka in tono deciso.
"Cosa c'è? Cos'ho fatto?"
"Hai sempre fatto così da quando ti conosco. Attiri un sacco di fuori di testa e poi dici che sono i tipi per me. No, grazie."
"Scusami" rispose Sanna in tono ferito.

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