foto di Elena Fiorio - Burano maggio 2009
“Senza fermate intermedie” di Antonio Manzini
11 agosto 2017

Dalla raccolta "Viaggiare in giallo" di Giménez-Bartlett, Malvaldi, Manzini, Recami, Robecchi, Savatteri

«Allora che fa, Schiavone?» il questore lo sorprese alle spalle. Rocco si voltò con il bicchierino di plastica ancora pieno a metà. «Mi prendo un caffè!»
«Non fraintenda», Costa infilò la pennetta nel distributore, «mi riferisco a giovedì» e spinse il pulsante.
Schiavone prese tempo sorseggiando la ciofeca amarognola dal colore paludoso. «E non lo so. Giovedì?» non ricordava minimamente cosa sarebbe accaduto giovedì di così importante.
«Eh sì, giovedì» insistette il questore osservando il suo bicchierino che si stava riempiendo di quella sostanza giallastra che la macchinetta si ostinava a chiamare cappuccino, ma che al cappuccino somigliava come un trattore a una Ferrari.
«Giovedì, giovedì, giovedì... »
«Schiavone!» sbuffò il superiore. «Giovedì c'è l'inco...?» e lo guardò intensamente, aspettandosi che il vicequestore proseguisse, ora che l'aveva instradato.
«C'è l'incontro...?»
Costa annuiva. «Ottimo, Schiavone. Perché c'è l'incontro per la fe...»
«Per la fede?» azzardò Rocco.
«Ma quale fede e fede! Comunicare con lei mi debilita».
«Dottor Costa, le confesso che non ho la più pallida idea di cosa mi stia parlando».
«La festa del centosessantunesimo anno dalla fondazione della polizia di stato!»
«Ammazza, sò già passati 161 anni? Come vola il tempo, dottore».
Costa non apprezzò. Tolse la bevanda ormai pronta dal distributore. «E la celebriamo come sempre in questura. Ho fatto girare la circolare, lei non legge le circolari?».
«Sempre, dottore». (...)
«Vada, vada» finalmente sorseggiò il cappuccino.
Una smorfia di disgusto si dipinse sul volto abbronzato del questore. «Schiavone, lei crede che ci siano i termini per una denuncia ai gestori di questa macchinetta per tentato omicidio? Questo è veleno!»
«Credo proprio di sì» e sorridendo Rocco si avviò verso la sua stanza. (...)
«Dove l'ho messa? Sono sicuro che era qui. L'ho ricevuta l'altro ieri! ». Altri fogli misteriosi, appunti presi con una grafia da medico condotto. Niente, non trovava niente. Aprì un cassetto. Agende, post it da riempire, penne e pennarelli. «Giuro che era qui! Chi tocca le mie cose?» urlò, sapendo perfettamente che nessuno, neanche le donne delle pulizie, osavano sfiorare quella scrivania. Poi la vide. La lettera da Roma. Sorridendo e con gli occhi illuminati la alzò verso il soffitto, come fosse il Graal. L'ossigeno tornava nei polmoni. «Eccola!»
Era la convocazione che aveva ricevuto una settimana prima dal condominio di via Poerio, Monteverde Vecchio, Roma, casa sua. Veniva indetta una importantissima riunione per il rifacimento della facciata storica del palazzo. Giorni prima, appena l'aveva letta, aveva imprecato. (...)
La riunione in seconda convocazione era proprio per giovedì! Lo ricordava bene. Non aveva intenzione di parteciparvi, una riunione condominiale si stanziava all'ottavo grado della scala delle rotture di coglioni. Ma rispetto a una festa della polizia in questura, nono grado pieno con una tendenza al nove e mezzo, l'assemblea condominiale era una passeggiata. E poi una spesa così esagerata richiedeva la sua presenza.

Per visualizzare eventuali immagini legate a questo post cliccare qui.


Commenti
Categorie: lettura
Tags: , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , ,

“La tela del Doge” di Paolo Forcellini
9 dicembre 2016

Intrippata dalla serie Italia Noir della biblioteca di la Repubblica-l'Espresso...

In realtà il Porta a porta del mellifluo Vespa gli serviva solo come sottofondo alle sue meditazioni riguardanti, quella sera come quasi tutte le altre negli ultimi sei mesi, la separazione dalla moglie Regina, quotato medico del reparto di oncologia dell'Ospedale Civile.
(...) da quando la consorte l'aveva mollato e se n'era andata a vivere per conto suo, il commissario aveva cominciato ad alzare il gomito quasi tutte le sere: la tristezza, l'angoscia, lo assalivano nella casa orfana delle chiacchiere reginesche.
Gli mancavano gli apprezzamenti immeritati e i rimproveri garbati della moglie. E sentiva nostalgia delle passeggiate domenicali con lei lungo le rive del Canale della Giudecca e di quelle serali, quando Regina lo andava a prendere in ufficio, in Fondamenta S. Lorenzo. Attraversando la Venezia delle boutique lussuose e degli ambulanti africani, facevano una lunga camminata fino alle Zattere per poi imbarcarsi sul vaporetto.
Aveva nostalgia delle cenette in due, a casa o nelle trattorie circostanti, come quelle estive all'Altanella, affacciata sul Rio del Ponte Longo, o all'Harry's Dolci, in Fondamenta S. Biagio.
E poi, o forse prima ancora, gli mancavano il suo corpo, i suoi abbracci, i suoi fremiti.
Così Manente ora aveva bisogno di stordirsi, di allontanare la disperazione che si faceva strada dentro di lui. L'alcol gli pareva la medicina maggiormente efficace, con in più la proprietà di concedergli qualche ora di sonno pesante che ormai da sobrio era sempre più improbabile.

«(...) Dunque, Furlan mi ha riferito che Bruscagnin e la Scarpa hanno mangiato verso le 13 risotto di pesce e bisato in tecia, acquistati alla rosticceria di Calle della Bissa. Piatti non proprio di facilissima assimilazione. Ho però potuto verificare che il processo digestivo era pressoché ultimato nel momento in cui Bruscagnìri è stato ucciso: questo elemento, assieme alla temperatura e alla rigidità del corpo, mi portano a concludere che la morte è avvenuta intorno alle 17, mezz'ora più, mezz'ora meno. Più preciso di così... Sono certo che mi farai avere al più presto l'encomio solenne che merito.»
«Certamente, Alvise, l'ho appena controfirmato. E sappi che il questore, su mia proposta, ha anche acconsentito che alla prima occasione ti accompagni all'American Bar di Piazza S. Marco per un Negroni. Offri tu, naturalmente. Ciao ciao.»

Invece che rientrare al commissariato, Manente attraversò il ponte che vi sorgeva dirimpetto e si recò nel suo pensatoio preferito: Campo S. Lorenzo. Una sorta di ampia enclave, attraversata solo da pochissimi abitanti dei dintorni, da qualche vecchietto che coraggiosamente usciva con la badante dalla residenza per anziani che vi si affacciava e da turisti rari come mosche bianche.
In fondo al campo sorge, maestosa, la Chiesa di S. Lorenzo, antichissima, rifatta nel Cinquecento, incompiuta e danneggiata dalla Grande Guerra. Chiusa al culto perché diroccata e utilizzata come magazzino, è preceduta da una breve scalinata dove Manente amava sedersi a pensare nelle giornate soleggiate, con la sola compagnia di qualche micio uscito a crogiolarsi agli amati raggi da una sorta di condominio, fatto di cucce di legno affiancate e accatastate su più piani, tutte ben fornite al loro interno di ceste e copertine per combattere il freddo, che qualche anima buona di gattara aveva poco a poco costruito sul sagrato per gli homeless felini del circondario.

www.repubblica.it/italia-noir

Per visualizzare eventuali immagini legate a questo post cliccare qui.


Commenti
Categorie: lettura
Tags: , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , ,