foto di Elena Fiorio - Burano maggio 2009
“In crociera col Cinghiale” di Marco Malvaldi
20 agosto 2017

Dalla raccolta "Viaggiare in giallo" di Giménez-Bartlett, Malvaldi, Manzini, Recami, Robecchi, Savatteri

Da: cinghialereale@loggiadelcinghiale.it
A: loggiadelcinghiale@loggiadelcinghiale.it

Oggetto: operazione «Crociati dei Caraibi»

Carissimi,
come sapete la cena sociale annuale del XX anno dell'era del Cinghiale è stata da tempo tramutata in Gita Sociale, stante l'importanza della ricorrenza decennale e la concomitante causa di divorzio del confratello Barbadori, per festeggiare adeguatamente il doppio lieto evento.
Tra le varie proposte giunte, è stato scelto di effettuare la Gita Sociale sotto forma di crociera a bordo della m/n Hesperion Garden, in vista del fatto che:
a) il confratello Viviani ha interesse a passare su detta nave un lasso di tempo non indifferente per via che glielo ha chiesto la fidanzata per motivi di sicurezza nazionale, e senza la nostra compagnia tale lasso di tempo gli risulterebbe insopportabile;
b) mentre due anni fa siamo stati buttati fuori dall'albergo ad Amsterdam quando il Paletti mise il peperoncino nell'impianto d'aerazione, stavolta buttarci fuori da una nave sarebbe, oltre che disdicevole, anche parecchio difficile, e quindi possiamo veramente sfogarci.
Memori del nostro statuto, e specialmente dell'articolo 5, che vi ricordo dire testualmente «Perché le donne son bone e care ma ogni tanto rompono il cazzo», vi invito a raccogliere la chiamata del confratello Viviani Massimo e a rispondere compatti e grufolanti. Il nome «Crociati dei Caraibi» è stato scelto perché, nonostante la crociera sia alle Canarie, suona parecchio meglio di «Crociati di Tenerife», e chiunque abbia da ridire è pregato di attaccarsi a questo manico.
Vostro aff.mo,
Leonardo Chiezzi


La Loggia del Cinghiale si era già fatta notare all'inizio del viaggio, durante la presentazione dei crocieristi, quando il comandante in seconda aveva dato nel suo migliore inglese il benvenuto al gruppo più numeroso, «thirty persons from Follonica, Italy», che avevano salutato il resto della ciurma con un poderoso rutto del Tenerini che non aveva alcun bisogno di traduzione; e, durante il corso del viaggio, le cose erano andate peggiorando. In maniera costante, ma con alcuni picchi. Anche a causa, va detto, dell'equipaggio della motonave, poco propenso ad accogliere i suggerimenti della Loggia per quanto riguardava le iniziative ludiche di bordo.
La proposta di organizzare un concorso di bellezza femminile volto a premiare la più antipatica della crociera, a cui donare la bellissima fascia con la scritta MISS TAI SUI COGLIONI stampata dal Ghini in eleganti caratteri oro, era stata inspiegabilmente bocciata dagli animatori; parimenti, la richiesta della Loggia di poter proiettare la pellicola Moana principessa dei vampiri sul maxischermo del cinema da 300 posti in occasione del compleanno del Bottoni era stata rigettata senza fornire giustificazione alcuna. Le cose erano andate quindi lentamente deteriorandosi fino al giorno della cena sociale, ovvero il presente sabato, nel corso della quale i trenta erano stati fermati dai più nerboruti membri dell'equipaggio e rinchiusi agli arresti in cabina fino al termine della crociera.

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“La briscola in cinque” di Marco Malvaldi
20 febbraio 2013

Quando cominci a ciondolarti sulle gambe, quando ti accendi un'altra sigaretta per far passare altri cinque minuti anche se hai la gola che ti brucia e la bocca talmente impastata da credere di aver mangiato un copertone, così anche gli altri se ne accendono una e si sta lì ancora un po', insomma quando è così è veramente ora di andare a letto.

- Cognome e nome?
- Massimo Viviani, cioè Viviani Massimo.
- Nato?
- Certo, sennò non sarei qui.
- Vuol essere così esauriente da dirmi anche dove e quando?
- Pisa, cinque febbraio millenovecentosessantanove.
- Grazie. Professione?
- Barrista.

- E cosa cazzo sono questi esseemmeesse, prima di tutto? - chiese Ampelio che si stava perdendo quello che, a suo giudizio, era il meglio.
- Gli SMS - cominciò il dottor Carli - sono messaggi di testo scritto che vengono mandati attraverso i telefoni cellulari, i computer o anche eventualmente il telefono di casa, se si ha l'apparecchio giusto. I ragazzi li sfruttano molto, anche perché mandarli costa meno che chiamare. E poi va di moda.
Ampelio fece un cenno col mento piuttosto dispregiativo e grugnì.
- Bei tempi! Quand'ero giovane io menomale andava di moda chiava'...

- Ma te sei fissato, lo sai? Sembri mia mamma. Questo fa male alla digestione, quell'altro ti gonfia lo stomaco, quell'altro ancora porta sfortuna... Ma la gente non può fare quello che gli pare?
- Qui, no. In altri bar, forse. Qui, se uno chiede un cappuccino in orario canicolare, gli deve essere spiegato con ferma cortesia che pur rispettando la sua audacia non gli permettiamo di farsi del male. Se gli va bene, è così. Sennò, il cappuccino se lo fa fare al Pennone, così se muore perlomeno muore sul lungomare ed è contento.

(...) il bar si stava beatamente godendo il meritato riposino del dopopranzo. Massimo, dietro il bancone con i piedi a mollo in una tinozza piena d'acqua, stava leggendo (Quel che resta del giorno, di Kazuo Ishiguro, bel libro ma leggetelo in un periodo in cui siete allegri altrimenti vi gettate sotto un tram). (...)
- Be', mi avevano detto che lei è un ottimo osservatore, e avevano ragione. Mi avevano anche detto che lei è decisamente antipatico.
- Sbagliato - disse Massimo continuando a leggere. Io sono molto simpatico, al contrario. Semplicemente detesto che la gente si senta in diritto di rompermi i coglioni, e da quando quella bimba è stata assassinata questo accade piuttosto di frequente. Posso offrirle qualcosa da bere?
- Perché no? Potrei avere un caffè?
- No, è fuori dalla mia portata.
- Come, prego?
- Come può vedere, in questo momento ho i movimenti abbastanza impediti dall'avere i piedi in una tinozza. La macchina del caffè è troppo lontana. Può avere tutto quello che vede da questa parte del banco - tè freddo, birra, acqua e bibite ghiacciate, granita siciliana fatta come Dio comanda con autentici limoni di Erice, oppure al caffè. Non è poco, ne converrà anche lei.
- Ma... una granita al caffè, grazie.
- Con panna o senza?
- Senza, grazie. Dunque...
- Con brioche o senza?
- La granita con la brioche? Questa la sento ora.
- Davvero? - Massimo sembrò sinceramente dispiaciuto. - Che amarezza. Dunque?
- Senza, grazie - disse l'avv. Valenti cominciando a tradire un minimo d'irritazione.

- Io so solo che devo cambiare insegna, evidentemente. Devo levare quella con scritto «Bar» a mettercene una in marmo con scritto «Commissariato» - qui la voce di Massimo cominciò ad alzarsi di tono - così finalmente la gente ricomincerà ad entrare qui e a chiedere un caffè, invece di affettarmi le palle con il delitto! La prossima volta che mi capita di trovare un cadavere in un cassonetto mi costituisco e mi accuso io dell'omicidio, cazzo! Perlomeno forse così riuscirò a stare tranquillo un attimo.

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“Un Natale in giallo”
25 dicembre 2012

di Costa, Flamigni, Giménez-Bartlett, Malvaldi, Pastor, Piazzese, Recami

“Un Natale di Petra” di Alicia Giménez-Bartlett

Mentre tornavo a casa e pensavo a cosa non avrei fatto per amore, di cose me ne vennero in mente parecchie. Non avrei ammazzato nessuno, per esempio. Non mi sarei lasciata umiliare come il povero Sergio, per esempio. E nemmeno manipolare come Sandra. No, l’amore non significa tutto, certo che no. Speravo di non sentirmi in colpa per quelle puntualizzazioni quando mi sarei distesa accanto a Marcos.
Era profondamente addormentato quando arrivai. In tutta la casa aleggiava ancora un soave aroma di tacchino tartufato. Mi infilai nel letto facendo pianissimo ma mio marito mi parlò nel dormiveglia.
“Petra, sei qui? E’ andato tutto bene?”
“Tutto bene Marcos, dormi”.
Lo bacia sulla fronte e mi voltai su un fianco. Lui parlò di nuovo.
“Petra”.
“Dimmi”.
“Buon Natale”.
“Buon Natale, Marcos”.
Ero così stanca che la frase che avevo appena pronunciato mi parve addirittura avere un senso.

“Come fu che cambiai marca di whisky” di Santo Piazzese

Forse l’idea di un po’ di focolare domestico l’allettava quanto una volta avrebbe messo in fuga il sottoscritto. Ne parlo al passato perché per me da qualche tempo non è più così. In epoche non troppo remote, l’idea di una vigilia di Natale in famiglia, tutti insieme appassionatamente, come minimo mi avrebbe scatenato una variante mortale di acne e mi avrebbe fatto allisciare di colpo tutti i capelli. Il Natale mi incattiviva di brutto.
Ora, invece, pensavo all’evento quasi con una sensazione di piacevole aspettativa. Ci doveva del vero nella faccenda del calo ormonale.

“A Natale con chi vuoi” di Carlo Flamigni

E poi arriva l’ora del cenone, a tavola c’erano tutte le persone che con la famiglia avevano o avevano avuto comunione di vita, persino i baliotti, quelli che la nonna aveva allattato assieme ai suoi figli e che erano rimasti più attaccati a lei che ai genitori genetici.
Il cenone di Natale, comunque, Primo se lo ricordava sempre uguale, straripante, ipercalorico.
Prosciutto, musotto, coppa e salsiccia matta per cominciare; due minestre, asciutta la prima e in brodo la seconda, rigorosamente cappelletti; bollito, a dir misto lo si penalizza, cappone, testina di vitello, cervello, cotechino, manzo; poi polli arrosto e salsicce ai ferri, con una varietà di patate, in umido, arrosto, fritte, al forno, e verdure a piacere, dai pomodori alla lattuga; piadina, dall’inizio alla fine; ciambella, zuppa inglese alta una esagerazione e un po’, crema, savoiardi con l’alchermes, cioccolata, savoiardi con l’alchermes, crema… Vino, naturalmente, Trebbiano, Sangiovese, e Albana dolce. Grappa. E alla fine qualcuno recitava poesie di Stecchetti e qualcuno, semplicemente, finiva sotto il tavolo semisvenuto.

“La mossa del geco” di Gian Mauro Costa

“Minchia che camurrìa”.
La filosofia di Enzo Baiamonte sul Santo Natale si riassumeva in quest’unica, fulminante, riflessione. E non si poteva dire che ci fosse arrivato con la maturità dei cinquanta. Perché, anche all’età dell’incantamento infantile, i suoi pensieri erano, minchia in meno e camurrìa in più, gli stessi. Una camurrìa doppia perché, in primis, sua mamma si ostinava, ogni Immacolata, a tirar fuori dal ripostiglio lo scatolone del presepe pieno di muschio rinsecchito, casette di cartapesta e tutti i personaggi annesi e connessi, e lo costringeva a passare un pomeriggio intero a realizzare con lei “il paese di Gesù bambino” sul ripiano della credenza.

La seconda camurrìa consisteva nel pranzo del 25 a casa dello zio Ciccio, ogni anno con lo stesso micidiale copione: pasta al forno, castrato con patate a spezzatino, finocchio (“che sgrascia la bocca”) e cassata. Poi, un giro di tombola. E, manco a dirlo, mai che Enzo vincesse un ambo. Per non parlare dei “regalini”: riusciva a rimediare ora un paio di calzettoni, ora un berretto con la visiera, al massimo un paio di guanti o, per cambiare genere, una scatola di biscotti. La giustificazione ufficiale era che i doni per i bambini, a Palermo li portavano i morti, il 2 novembre. E portavano, giusto in tema, pistole, fucili, e tutt’al più bambolotti alle bambine. Ma siccome alla madre di Enzo questa storia degli estinti faceva un po’ d’impressione, lui andava in bianco sia sul fronte dei morti che su quello dei vivi.
Non ci fosse stata Adelina, l’unica parente rimasta e fornita di marito e figli, non solo il Natale non lo avrebbe più festeggiato ma lo avrebbe cancellato dal calendario insieme a Santo Stefano e a un gruppetto di altri martiri della fede.

“L’esperienza fa la differenza” di Marco Malvaldi

Non tutto il male vien per nuocere, questo si sa; quell’anno, però, questo proverbio aveva assunto una notazione particolare quando Ampelio aveva detto a Massimo, il ventitré mattina, che nonna Tilde aveva l’influenza. (…)
E così, per la prima volta da vent’anni, niente cenone in casa di nonna Tilde. Il che significava niente crostini col sugo di fegatini millenari, niente pesce finto (terribilissimo laterizio semicommestibile a base di tonno e patate, di nessun gusto e di ancor meno digeribilità) e nessuna delle mille declinazioni di fritto che caratterizzavano il cenone natalizio da sempre. Al loro posto la cucina di Tavolone: polpo grigliato con purè di patate e finocchi, risotto al prosecco con zucchine e fiori di zucchina fritti, grigliata di gamberi imperiali con fagioli del purgatorio, e per finire il pandoro fatto in casa da Tavolone medesimo, tagliato, scaldato trenta secondi in forno e servito con una coppetta di gelato a parte.

E poi la tombola, certo, subito prima dei regali; chi vinceva la tombola infatti non vinceva nulla, solo il diritto ad essere quello che distribuiva i regali, messi sotto l’albero già dal pomeriggio.
Massimo adorava, per motivi non chiari, quell’assurdo rituale, che non aveva niente di sensato; a partire dal fatto che il delegato a estrarre i numeri era da tempo immemorabile lo zio Italo, il quale non ci vedeva un’ostia nonostante lenti spesse come un tramezzino, e che un Natale aveva chiamato tre volte il cinquantasei.
E, ancora con l’animo del bambino, Massimo adorava i regali; sia farli che riceverli. Gli piaceva, specialmente, trovare il regalo giusto per la persona impossibile, come la volta che aveva regalato ad Ampelio un piccolo cuscino pieno di noccioli di ciliegia, da mettere nel microonde, che poi rilasciava calore per un’ora o due. Suo nonno lo aveva guardato, aveva bofonchiato un ringraziamento a mezza bocca e lo aveva messo lì, salvo poi andarci a dormire tutte le notti da settembre a maggio, e sbraitare se la Tilde tentava di usarlo lei, qualche volta.

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