“Come piante tra i sassi” di Mariolina Venezia30 marzo 2017
La Procura della Repubblica di Matera il sabato mattina assumeva un aspetto sinistro. Senza il solito viavai di belle signore togate, di uscieri, di gente venuta a sbrigare pratiche, di avvocati in abito blu riuniti in circolo come pinguini sulla banchisa, di imputati, testimoni, parenti, carabinieri e poliziotti, saltavano all'occhio tutte le magagne.
I muri sbrecciati e stinti. Lo scotch che imperversava. Marroncino, da pacchi, a sigillare porte, oppure a fissare grossi fogli di carta per oscurare qualche vetrata. Scotch telato penzolante su quadrati di plastica che fungevano da bacheche, con ordini di convocazione e comunicati di servizio attaccati alle estremità. Scotch colorato, giallo o blu, con scritte bianche o nere, che incaprettava macchinari in disuso arenati nei corridoi. Scotch trasparente che teneva insieme vetri rotti di finestre. Scotch appiccicato dove capita e basta.
E poi pile di scatoloni polverosi in precario equilibrio, con su scritto Elezioni amministrative, fili elettrici che spuntavano dai muri e si arrotolavano come serpenti, lampade al neon agonizzanti.
Imma attraversò i corridoi deserti col rumore dei tacchi che rimbombava, oltrepassò la porta con su scritto Bagno chiuso per vandalismo e raggiunse appena in tempo la macchinetta per timbrare i cartellini.
Emanuele Pentasuglia, detto Manolo, era stato uno dei primi fricchettoni di Matera, di quelli che si erano sparati Amsterdam nel periodo caliente, e poi il Messico, dove aveva fatto consumo di peyote e altri funghi allucinogeni, che a quanto pare continuavano a risalirgli un po' alla volta, in una sorta di ruminazione, dai cui fumi si sprigionava un suo personale Olimpo popolato di hobbit, elfi, cherubini e monacelli, in compagnia dei quali passava le giornate e le notti.
Imma se lo ricordava perché c'era una ragazza del liceo che lo frequentava, e anche all'epoca non era un tipo che passasse inosservato. Ogni tanto si presentava all'uscita di scuola, seguito da un paio di cani dal nome esotico.
I cani ce li aveva anche adesso. Un barboncino e una bastardina. Tao e Krishna. Li interpellava mentre parlava come a chiedere conferma di quanto andava dicendo. E quelli rispondevano abbaiando o uggiolando a seconda dei casi. (...)
Quando Imma gli parlò di Nunzio annui e rimase in silenzio.
"Spero che lassù si trovi meglio", disse dopo un po'.
Lassù non si capiva bene dove intendesse, se nel paradiso delle valchirie, nel regno degli hobbit o dove diavolo.
Si erano conosciuti, confermò, perché era venuto a cercare lavoro. E lui, se qualcuno gli chiedeva qualcosa, non sapeva dire di no. Purtroppo quando si era trattato di dargli lo stipendio si era reso conto che non aveva soldi per pagarlo. Poi però erano rimasti amici.
"E che facevate insieme?"
Non rispose subito.
"Che facevamo? Bella domanda. - Sorrise. - Nunzio era un caro ragazzo, se poteva. Quando l'ho conosciuto, portava la maglietta di Che Guevara. Ma non voleva dire molto, anzi, non voleva dire niente. Per lui era una maglietta e basta. E le magliette bisogna cambiarle spesso, no?"
Imma guardò Calogiuri con occhi imploranti, poi ci riprovò.
"Stavate qui, ve ne andavate in giro, come passavate il tempo?"
"Diciamo che ci siamo fatti dei viaggi. Dei bei viaggi..." (...)
Arrivò un altro cane. Un lupo.
E questo come si chiamerà? Si chiese Imma. Siddharta? O Visnù?
Il cane si mise a ringhiare.
"Buono, Tranqui", disse Manolo.
Da qualunque latitudine venisse, questa divinità le mancava. Manolo diede un affettuoso colpetto al cane, poi la guardò.
"La solitudine può essere una compagna ingombrante", disse.
L'indomani Imma si svegliò con una sensazione strana. Qualcuno avrebbe potuto definirla inquietudine, perché quella notte aveva fatto un sogno di cui adesso non si ricordava. Oppure rimpianto, o nostalgia, quella struggente che si può provare per una cosa mai vissuta. Lei le diede un altro nome: fame.
Passando nel corso comprò un pezzo di focaccia alla Casa del Pane e lo mangiò in due bocconi, presentandosi in Procura con un paio di baffi al pomodoro di cui nessuno osò avvertirla. Ma la strana sensazione restava anche a stomaco pieno e le impediva di concludere gran che, forse per via di quel sogno che se ne stava acquattato dietro ogni pensiero, senza mai venire allo scoperto.
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“Il rifugio dei cuori solitari” di Lucy Dillon5 luglio 2012
"Ma smettila. Rachel, quello è per te."
Lei guardò il panino e le venne l'acquolina in bocca.
"Per me?"
"Sì! Prepariamo sandwich al bacon per tutti i volontari che vengono a portare fuori i cani nel weekend, fa parte dell'accordo. Non posso certo permetterti di uscire a stomaco vuoto." Megan spuntò una voce sul suo elenco e distribuì qualche biscotto ai cani. "Mentre mangi quello, lascia che ti spieghi rapidamente come funziona la cosa."
Rachel esitò. Normalmente non mangiava pane - o meglio, non si permetteva di tenerlo in casa - ma quello aveva un profumo delizioso. E, in fondo, era improbabile che le capitasse presto di infilarsi di nuovo in qualche capo di biancheria intima La Perla donatole da Oliver. Prima di poterselo impedire, aveva preso il panino e ne aveva strappato un boccone squisito, stillante ketchup. Le sue papillle gustative vacillarono per il piacere.
Come pronosticato da Megan, Rachel si sentì meglio grazie all'aria fresca che le riempiva i polmoni e, nonostante le iniziali proteste delle sue gambe che camminavano a papera con gli stivaloni di riserva di Dot, scoprì che tenere il passo con l'andatura spedita di Megan non le faceva scorrere in tutto il corpo soltanto il sangue: sembrava farle funzionare meglio anche il cervello e, per la prima volta da giorni, un pensiero portò a un altro invece di continuare a girare e rigirare in tondo, in una spirale opprimente.
Il campanello suonò e lei balzò in piedi. "Dev'essere Rachel, quella del rifugio per cani. Trovi opportuno che io sia in tailleur?" Arricciò il naso. "Mi fa sembrare troppo pignola per tenere un cane? Aspetta, vado a cambiarmi. Tu falla accomodare, mostrale la casa. Preparale un tè o qualcos'altro."
Si fiondò fuori dalla stanza e lui sentì la serie di tonfi prodotti dai suoi piedi scalzi su per le scale.
Guardò verso la porta da cui era uscita, sbigottito. Come diavolo facevano le donne a passare, nell'arco di dieci secondi, da un totale collasso emotivo al pensiero dell'abbigliamento più adatto per accogliere una sconosciuta che salvava cani abbandonati? Come poteva Natalie preoccuparsi più del fatto che la casa fosse abbastanza pulita per un cane che per il proprio licenziamento? Scuotendo il capo, tornò nell'ingresso e aprì la porta.
"Assistenza diurna? Per un cane? Parla con il mio avvocato." Era quello il nuovo slogan di David, insieme a: "Dobbiamo passare attraverso i debiti canali." (...)
"E' piccolo, non lo si può lasciare solo per tutto il giorno, e sai che io devo lavorare a tempo pieno. Be', evidentemente lo sai che devo lavorare a tempo pieno, visto che hai appena dimezzato il nostro assegno per il mantenimento."
David si voltò a guardarla, il suo sorriso conciliante che gli si allargava sul volto, e le posò una mano sulla spalla: un gesto che un tempo la faceva sentire sicura e protetta. Il gesto andrà-tutto-bene che, adesso lo aveva capito, non significava assolutamente nulla.
"Non essere ridicola, Zoe, è un cane! Non puoi semplicemente trovare una tua vicina disposta a occuparsene? Insomma, avanti" disse. "E' un periodo difficile per tutti. Io ho comprato quel coso, non hai idea di quanto costino!"
"Toffee non è un coso" sbottò Zoe. "E' un cane."
David fece un mezzo sorriso. "Okay, come preferisci. E' un cane."
"Cosa c'è che non va in Zoe?" Johnny fece la sua faccia non-capisco-le-donne. "E' carina, è giovane, e ha quell'adorable cucciolo! Cos'ha che Bill non possa amare?"
Erano imbottigliati nel traffico e aveva iniziato a piovere. Natalie azionò i tergicristalli e tentò di stabilire cosa ci fosse in Zoe che non andava bene per Bill. (...)
"Non lo so" ammise alla fine. "Forse è perchè lui è sempre stato così specifico riguardo a ciò che vuole."
"E ha fatto davvero uno splendido lavoro nel trovarlo, finora. Si è innamorato di un barboncino quando era andato al canile per uno spaniel, giusto?" osservò Johnny.
"E guarda com'è finita."
"Vero."
"E noi che non siamo andati là per prendere un cane ora abbiamo Bertie il tritarifiuti canino, qui dietro. Le persone non capiscono mai cos'è giusto per loro finchè non lo incontrano (...)"
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