Kalsarikännit1 dicembre 2018
Mancano solo le indicazioni sulla sorte dei gatti di casa, che talvolta sono rilassanti ma altre volte proprio no...
Kalsarikännit è la rilassante arte finlandese di restare a casa soli la sera, senza sensi colpa dopo aver declinato qualsiasi invito di amici, parenti e anche della dolce metà.
Il Kalsarikännit prevede una casa accogliente, un pigiama, un drink e tanta ricercata solitudine al motto di: "Non è pigrizia, non è vecchiaia, ma la scelta di una nuova filosofia di vita". Frase da ripetere forse più a se stessi che agli altri.
I finlandesi il relax ce l'hanno nell'anima quindi: luci soffuse, musica, divano con una montagna di cuscini, abbigliamento ultra comodo, un buon libro, un bel film e un bagno caldo per scaricare le tensioni della giornata.
Ecco le regole da seguire:
prendete le chiavi della macchina e metterle in un cassetto;
buttare dolcemente fuori di casa il partner se presente;
fare un bagno caldo e mettersi comodi;
preparare un drink rigorosamente alcolico (le tisane non valgono);
quindi dedicarsi al completo relax dedicandosi a ciò che più piace fare.
Il giorno successivo talvolta potrebbe essere utile capire come affrontare il post sbornia.
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“Come piante tra i sassi” di Mariolina Venezia30 marzo 2017
La Procura della Repubblica di Matera il sabato mattina assumeva un aspetto sinistro. Senza il solito viavai di belle signore togate, di uscieri, di gente venuta a sbrigare pratiche, di avvocati in abito blu riuniti in circolo come pinguini sulla banchisa, di imputati, testimoni, parenti, carabinieri e poliziotti, saltavano all'occhio tutte le magagne.
I muri sbrecciati e stinti. Lo scotch che imperversava. Marroncino, da pacchi, a sigillare porte, oppure a fissare grossi fogli di carta per oscurare qualche vetrata. Scotch telato penzolante su quadrati di plastica che fungevano da bacheche, con ordini di convocazione e comunicati di servizio attaccati alle estremità. Scotch colorato, giallo o blu, con scritte bianche o nere, che incaprettava macchinari in disuso arenati nei corridoi. Scotch trasparente che teneva insieme vetri rotti di finestre. Scotch appiccicato dove capita e basta.
E poi pile di scatoloni polverosi in precario equilibrio, con su scritto Elezioni amministrative, fili elettrici che spuntavano dai muri e si arrotolavano come serpenti, lampade al neon agonizzanti.
Imma attraversò i corridoi deserti col rumore dei tacchi che rimbombava, oltrepassò la porta con su scritto Bagno chiuso per vandalismo e raggiunse appena in tempo la macchinetta per timbrare i cartellini.
Emanuele Pentasuglia, detto Manolo, era stato uno dei primi fricchettoni di Matera, di quelli che si erano sparati Amsterdam nel periodo caliente, e poi il Messico, dove aveva fatto consumo di peyote e altri funghi allucinogeni, che a quanto pare continuavano a risalirgli un po' alla volta, in una sorta di ruminazione, dai cui fumi si sprigionava un suo personale Olimpo popolato di hobbit, elfi, cherubini e monacelli, in compagnia dei quali passava le giornate e le notti.
Imma se lo ricordava perché c'era una ragazza del liceo che lo frequentava, e anche all'epoca non era un tipo che passasse inosservato. Ogni tanto si presentava all'uscita di scuola, seguito da un paio di cani dal nome esotico.
I cani ce li aveva anche adesso. Un barboncino e una bastardina. Tao e Krishna. Li interpellava mentre parlava come a chiedere conferma di quanto andava dicendo. E quelli rispondevano abbaiando o uggiolando a seconda dei casi. (...)
Quando Imma gli parlò di Nunzio annui e rimase in silenzio.
"Spero che lassù si trovi meglio", disse dopo un po'.
Lassù non si capiva bene dove intendesse, se nel paradiso delle valchirie, nel regno degli hobbit o dove diavolo.
Si erano conosciuti, confermò, perché era venuto a cercare lavoro. E lui, se qualcuno gli chiedeva qualcosa, non sapeva dire di no. Purtroppo quando si era trattato di dargli lo stipendio si era reso conto che non aveva soldi per pagarlo. Poi però erano rimasti amici.
"E che facevate insieme?"
Non rispose subito.
"Che facevamo? Bella domanda. - Sorrise. - Nunzio era un caro ragazzo, se poteva. Quando l'ho conosciuto, portava la maglietta di Che Guevara. Ma non voleva dire molto, anzi, non voleva dire niente. Per lui era una maglietta e basta. E le magliette bisogna cambiarle spesso, no?"
Imma guardò Calogiuri con occhi imploranti, poi ci riprovò.
"Stavate qui, ve ne andavate in giro, come passavate il tempo?"
"Diciamo che ci siamo fatti dei viaggi. Dei bei viaggi..." (...)
Arrivò un altro cane. Un lupo.
E questo come si chiamerà? Si chiese Imma. Siddharta? O Visnù?
Il cane si mise a ringhiare.
"Buono, Tranqui", disse Manolo.
Da qualunque latitudine venisse, questa divinità le mancava. Manolo diede un affettuoso colpetto al cane, poi la guardò.
"La solitudine può essere una compagna ingombrante", disse.
L'indomani Imma si svegliò con una sensazione strana. Qualcuno avrebbe potuto definirla inquietudine, perché quella notte aveva fatto un sogno di cui adesso non si ricordava. Oppure rimpianto, o nostalgia, quella struggente che si può provare per una cosa mai vissuta. Lei le diede un altro nome: fame.
Passando nel corso comprò un pezzo di focaccia alla Casa del Pane e lo mangiò in due bocconi, presentandosi in Procura con un paio di baffi al pomodoro di cui nessuno osò avvertirla. Ma la strana sensazione restava anche a stomaco pieno e le impediva di concludere gran che, forse per via di quel sogno che se ne stava acquattato dietro ogni pensiero, senza mai venire allo scoperto.
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“Il senso del dolore” di Maurizio de Giovanni6 ottobre 2012
Vedeva i morti. Non tutti e non a lungo: solo quelli morti violentemente, e per un periodo di tempo che rifletteva l'estrema emozione, l'energia improvvisa dell'ultimo pensiero. Li vedeva come in una fotografia che fissava il momento in cui si era conclusa la loro esistenza, con i contorni che andavano man mano sbiadendo fino a scomparire: anzi come in una pellicola, di quelle che aveva visto qualche volta al cinematografo, che però replicava sempre la stessa scena. L'immagine del morto con i segni delle ferite e l'espressione dell'ultimo attimo prima della fine; e le ultime parole, ripetute incessantemente, come a voler finire un lavoro cominciato dall'anima prima di essere strappata via.
Sentiva l'emozione, più di tutto: coglieva di volta in volta il dolore, la sorpresa, la rabbia, la malinconia. Perfino l'amore: ricordava spesso, nelle notti un cui la pioggia batteva alla sua finestra e lui non riusciva a prendere sonno, la scena di un delitto in cui l'immagine di un bambino, seduto nel catino in cui era morto affogato, allungava la mano proprio verso il punto in cui si trovava la madre, a cercare aiuto dalla sua stessa assassina. Ne aveva percepito tutto l'amore incondizionato ed esclusivo. Un'altra volta si era trovato davanti al cadavere di un uomo pugnalato dall'amante pazza di gelosia nel momento dell'orgasmo: ne aveva colto l'intensità del piacere ed era dovuto uscire in tutta fretta dalla stanza, il fazzoletto premuto sulla bocca.
Ricciardi (...) gli dava un'emozione particolare. A vederlo da lontano era un uomo senza caratteristiche evidenti: statura media, corporatura media, abbigliamento di medio valore. Ma don Pierino ne aveva incrociato lo sguardo, quando era arrivato sulla scena del delitto. E quegli occhi, quegli occhi avevano raccontato tutto. Don Pierino, abituato a cercare e trovare la verità dietro l'espressione, aveva avuto l'impressione di affacciarsi su un panorama multiforme.
C'era dolore: un dolore vecchio ma sempre vivo. Un dolore che era un antico compagno. Solitudine. Intelligenza e una vena di ironia, di sarcasmo, col sovrintendente che gli balbettava vicino. Era stato solo un attimo, ma il prete aveva intuito una personalità complessa e travagliata.
"Siamo tutti sconvolti, commissario. Il teatro è un posto di gioia e di sentimento, a teatro la gente trova, e deve trovare, requie dalla follia della vita quotidiana. E di questi tempi di follia ce n'è tanta, non trovate? Allora non te lo aspetti, che la follia arrivi ad un passo dalla scena. Sembra proprio Pagliacci, con Canio che uccide Nedda e Silvio in scena, e la gente non capisce subito se è realtà o finzione. Non capisce mai subito, se è realtà o finzione".
"La dannazione. Credetemi, padre, se vi dico che la dannazione per voi è solo una parola. Credetemi se vi dico che la dannazione è la percezione quotidiana del dolore. Il dolore degli altri che diventa tuo, che ti brucia sulla pelle come una frustata, che ti lascia una ferita che non guarisce, che continua a sanguinare, che ti infetta il sangue".
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“Lezioni di vita randagia” di Susan Wilson16 settembre 2012
E' risaputo che la mia è una razza difficile da piazzare. La nostra reputazione di cani aggressivi, gli usi a cui veniamo notoriamente destinati ci impediscono di essere adottati facilmente. Nessuna vecchietta bisognosa di compagnia sceglierà di portarsi a casa un pit-bull, nemmeno se è un incrocio, come lo sono io. Tanto per cominciare sembriamo troppo forti. Secondo, sembriamo feroci. Terzo, non siamo per niente belli. Insomma, alle vecchiette lasciamo i cagnetti dal pelo lungo e vaporoso. Poi ci sono i giovanotti che vengono a farsi un giro in cerca di un cane virile. Niente da fare. Le autorità non sono mica nate ieri. Non si vendono combattenti di secoda mano, qui. Restano le coppie più giovani che vogliono prendere un cane dalla cattiva reputazione e con problemi di relazione. Non è che ce ne siano molte, a dire il vero, e noi invece siamo tantissimi.
Adam aguzza le orecchie, per capire se riesce a localizzare dov'è, nel mezzo acro di quel terreno incolto. Ma è scomparso. Scappato. Adam pensa alle ciotole vuote sul pavimento della cucina.
Arrotola il guinzaglio. Non può nemmeno chiamarlo, perchè non ha nome. Ha quel cane da quasi tre settimane e si è rifiutato di chiamarlo in qualsiasi modo che non fosse "bello", "amico", o "tu". Si è rifiutato di considerarlo qualcosa di più di un ospite fastidioso. "Vieni, bello. Qui, amico."
La sensazione della pelliccia morbida era come raso sotto le sue dita. La cosa più morbida che abbia mai toccato dopo la pelle di Ariel appena nata.
In lontananza coglie il suono di un fiutare forsennato.
"Ehi. bello!"
E dal buio spunta il cane, che agita la coda.
Un incredibile senso di sollievo inonda Adam e gli trema un po' la mano quando riaggancia il guinzaglio al collare. "Bravo, bello." E gli accarezza la testa.
"Forse dovresti chiamarlo Chance. In fondo tu gliene stai offrendo una, no? E credo che anche lui ne stia dando una a te." Gina arrossisce un po'(...)
"Una chance per cosa?"
Gina si allontana, recupera il retino e torna a spostare i pesci. Qualunque cosa pensi, non ha intenzione di dirla, e Adam si chiede se forse non sia imbarazzata anche lei della propria presunzione.
"Chance. Sì. Forse. A te piace? Ehi, Chance!"
Il cane, che stava ficcando il naso nell'espositore di cibo per pesci, piega la testa guardando Adam e la sua bocca enorme si apre in un sorriso canino.
"Credo che gli piaccia."
Gina appende di nuovo il retino e si avvicina a Adam (...) Si china sul cane. "Ehi, a quanto pare abbiamo qui un vincitore." Carezza la grossa testa, poi sfiora l'avambraccio di Adam. "Stai facendo una buona cosa."
Ora è il suo turno di arrossire. Gli piace quel tocco, così semplice, così umano. Svela una solitudine che è il tema centrale della sua vita.
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Tina Polidoro del primo piano13 gennaio 2012
Estratti da “Le luci nelle case degli altri” di Chiara Gamberale.
Se gli esseri umani possono dividersi fra quelli che si sentono in diritto di esistere e quelli che invece si sentono in dovere di farlo, lei sicuramente era fra questi ultimi. Le era proprio impossibile considerare un'ingiustizia che la sua vita, a guardarla bene, apparisse come una lunga, ininterrota sequenza di rogne: anzi. Si sentiva perfino fortunata per non essersi mai trovata fra i piedi il tranello di una speranza, così da potersi abituare senza inutili distrazioni alla solitudine che si era piantata subito nella sua vita per germogliare in giorni, mesi: sessantanove anni.
Non pensava di meritarsi niente di buono, tutto qui e non perchè avesse mai fatto qualcosa di male. Questo no. Ma perchè ci sono quelli che vengono fuori di testa e ce ne sono pochi che invece vengono fuori di piedi: Tina era uscita di piedi. Causando subito difficoltà, all'ostetrica e a quella poveraccia di sua madre, che per tutta la vita non aveva mai smesso di rinfacciarglielo. (...)
Tornava a casa e si scaldava otto tortellini, ogni sera: la mattina alle sei e cinquanta insieme al caffè metteva una pentola d'acqua sul fuoco e ne faceva bollire sedici. Era un'abitudine che aveva preso ai tempi della scuola, prima di andare in pensione, di modo da poter tornare a casa anche alle due se c'era la riunione con i genitori, e trovare comunque ad accoglierla un pranzo già pronto. Bastava scaldarli, i sedici tortellini. E gli otto che rimanevano già le assicuravano la cena.
A volte li condiva con il sugo, a volte con il burro. Dipendeva. C'erano giorni in cui percepiva di essere fra quelli che se non c'è del pomodoro non consideravano un primo piatto un primo piatto, altri in cui si includeva fra quelli per cui fa lo stesso, basta che si mangi.
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