foto di Elena Fiorio - Burano maggio 2009
Lorenzo Ferri del quarto piano
14 gennaio 2012

Estratti da “Le luci nelle case degli altri” di Chiara Gamberale.

Non ho aspettato nemmeno che Lorenzo mi invitasse ad entrare, per fare quella domanda che ormai mi rimbalzava in testa da ore (...) "Come si fanno i bambini?"
Lorenzo allora ha allargato gli occhi (uno verde e l'altro marrone, tutti e due grandissimi), e mi ha detto andiamo di là, in salotto.
Mi ha invitato a sedermi su una poltrona, è sprofondato su un'altra e ha cominciato a prepararsi una sigaretta, con una cartina, del tabacco e quella che all'epoca mi sembrava solo una strana pallina di gomma (...)
"La vita umana cara Mandorla, è una pazzia" ha cominciato. "C'è chi crede, pensa a te: alle decisioni che prende, alle cose che fa... come se avessero senso! E invece non ce l'hanno, tocca abituarsi: siamo tutti, nessuno escluso, frutto del sogno di un vecchio ubriaco che non sa che cosa cazzo dice, figuriamoci se sa che cosa sogna."
"Si, ma i bambini? Come si fanno?" ho insistito.
"Un attimo, adesso ci arrivo." (...)
"Come" ha dato un ultimo tiro alla sigaretta che poi ha spento in una tazzina di caffè, sul bracciolo della poltrona.
"Vuoi sapere proprio come, nel senso di: praticamente?"
"Si." C'era bisogno che lo ribadissi? Parlare con quell'uomo pareva impossibile.
"Le donne hanno quella cosa, fra le gambe: la maledizione di noi uomini che altrimenti passeremmo il tempo a fare cose interessantissime"
"Tipo?" (...)

"Dunque" ha sospirato, "da tutte le parti ci arriva il messaggio che amare è bello. Pensa alle favole che raccontano a voi femmine quando siete piccole. Biancaneve e la Bella Addormentata avrebbero dormito tutta la vita se non arrivava il Principe Azzurro a svegliarle. E Cenerentola? Avrebbe continuato a pulire cessi. O no?"
"Si?" Che potevo dire?
"Si. O meglio: no. Cioè: si, siamo martellati dalla promessa che quando troveremo l'amore potremo dirci davvero realizzati, ma no: non è vero. Chi l'ha deciso che imboccare i figli del Principe Azzurro per Biancaneve sia stato meglio che dormire tutta la vita, circondata però dall'affetto dei suoi amici nani che sicuramente, una volta diventata madre, è stata troppo occupata con la casa, i pannolini e tutto il resto per poter anche solo sentire al telefono? Eh? Chi l'ha detto?"
"Ma poveri nani..." non potevo che considerare.
"Poveri nani, Mandorla, brava! Poveri nani. Perchè, le tre fatine della Bella Addormentata? Quante volte pensi che andrà a trovarle, quella stronza, quando dovrà stare dietro all'argenteria del castello dove andrà ad abitare, o quando dovrà iscrivere i bambini a equitazione, perchè vuoi che non sappiano andare a cavallo, i figli del re?"
"Povere fatine!"
"Povere fatine, certo. Ma..." e ha dato l'ultimo tiro al mozzicone di canna che ormai gli stava bruciando i polpastelli "ma è proprio chi tifa per i sette nani e per le tre fatine che può farcela."

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Tina Polidoro del primo piano
13 gennaio 2012

Estratti da “Le luci nelle case degli altri” di Chiara Gamberale.

Se gli esseri umani possono dividersi fra quelli che si sentono in diritto di esistere e quelli che invece si sentono in dovere di farlo, lei sicuramente era fra questi ultimi. Le era proprio impossibile considerare un'ingiustizia che la sua vita, a guardarla bene, apparisse come una lunga, ininterrota sequenza di rogne: anzi. Si sentiva perfino fortunata per non essersi mai trovata fra i piedi il tranello di una speranza, così da potersi abituare senza inutili distrazioni alla solitudine che si era piantata subito nella sua vita per germogliare in giorni, mesi: sessantanove anni.
Non pensava di meritarsi niente di buono, tutto qui e non perchè avesse mai fatto qualcosa di male. Questo no. Ma perchè ci sono quelli che vengono fuori di testa e ce ne sono pochi che invece vengono fuori di piedi: Tina era uscita di piedi. Causando subito difficoltà, all'ostetrica e a quella poveraccia di sua madre, che per tutta la vita non aveva mai smesso di rinfacciarglielo. (...)

Tornava a casa e si scaldava otto tortellini, ogni sera: la mattina alle sei e cinquanta insieme al caffè metteva una pentola d'acqua sul fuoco e ne faceva bollire sedici. Era un'abitudine che aveva preso ai tempi della scuola, prima di andare in pensione, di modo da poter tornare a casa anche alle due se c'era la riunione con i genitori, e trovare comunque ad accoglierla un pranzo già pronto. Bastava scaldarli, i sedici tortellini. E gli otto che rimanevano già le assicuravano la cena.
A volte li condiva con il sugo, a volte con il burro. Dipendeva. C'erano giorni in cui percepiva di essere fra quelli che se non c'è del pomodoro non consideravano un primo piatto un primo piatto, altri in cui si includeva fra quelli per cui fa lo stesso, basta che si mangi.

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“Le luci nelle case degli altri” di Chiara Gamberale
15 ottobre 2011

Prima o poi, presto o tardi, qualcosa ci spaventa, ci fa davvero male: e allora chiudiamo le saracinesche al resto. Ecco perchè il mondo diventa incompresibile! Perchè ci sembra di farne parte, di stare male o stare bene assieme agli altri, ma non è vero. Siamo più concentrati su quello che teniamo chiuso dentro di noi, dietro le saracinesche abbassate, che su quanto succede là fuori: e non ci capiamo più niente di niente.

(...) se le mamme muoiono e i papà latitano e i gatti spariscono e gli amici litigano e le coppie si lasciano, và da se che le ragazze di quattordici anni s'innamorano, altrimenti non si capisce quale motivo avrebbero per partecipare a questo gioco?

Perchè se mi svegliassi nel cuore della notte per un incubo su Porcomondo e mi mettessi a gridare aiuto, nessuno arriverebbe di corsa qui, da un'altra stanza. Ecco perchè. Perchè non arriverebbe Tina: le margherite bianche del suo vestito blu non rischiarirebbero il buio. Non arriverebbe Cate a farmi notare, carissima e lucida: "Non lo vedi, Mandorla, che sei in camera tua? Non vedi che non c'è nessun Porcomondo?". Non arriverebbe Samuele, che ci metterebbe un po' a capire cosa succede, ma comunque mi inviterebbe ad andare in cucina, a mangiare pane e Nutella. Non arriverebbero Paolo e Michelangelo, che mi porterebbero nel letto grande per continuare la notte in mezzo a loro, con la televisione accesa sul canale di un documentario così noioso da farmi riprendere sonno all'istante. Non arriverebbe Lidia, a interpretare l'incubo, e non arriverebbe Lorenzo, che penserebbe di consolarmi sostenendo che i sogni felici sono ancora peggio di quelli brutti, perchè è il risveglio che poi ti frega. Non arriverebbe la signora Brambilla, che mi metterebbe a sedere sulle sue ginocchia, anche se oramai ho diciasette anni, e non arriverebbe l'ingegnere, a cui basterebbe accendere l'abat-jour sul mio comodino per farmi capire che tutto è a posto.
Non arriverebbe mamma, certo: e avvolta nella sua nuvola di muschio bianco non potrebbe giurarmi è finito, era solo un incubo, adesso ci sono io.

Viviamo tutti all'oscuro di qualcosa che ci riguarda, no? Tutti.
Non possiamo sapere perchè la nostra professoressa ogni tanto arriva in classe con le occhiaie, per esempio. Oppure perchè il panettiere che ci fa sempre una battuta spiritosa, in certi giorni non vada per niente di scherzare. (...) Non sappiamo chi è passato prima di noi a un bagno pubblico che puzza da fare schifo. Perchè il cane che abbiamo trovato è stato abbandonato. (...) Che cosa dicono le persone quando parlano di noi ma noi non ci siamo: nemmeno questo sappiamo. Possiamo illuderci d'immaginarlo, ma non lo sappiamo. E poi, un mondo di altre cose. (...) Ma quello che soprattutto non sappiamo è quale, fra le persone con cui siamo abituati ad avere a che fare, sarà la prossima a morire. E allora, se perfino nonostante questo continuiamo a vivere come se niente fosse, che sarà mai andare avanti senza sapere fino in fondo chi era il nostro Primo Fidanzato?

"Dunque conoscere una persona significa permetterle di darci o toglierci qualcosa. Significa farla entrare nella nostra esistenza: fargliela sporcare, il giorno che quella persona avrà le scarpe piene di fango. Fargliela illuminare, se a quella persona verrà in mente di portare con sè una lampadina. Fargliela modificare, insomma. Mentre noi modifichiamo la sua. Senza che magari nessuno - nè noi nè quella persona - mentre succede, se ne renda conto."

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