Kaspar il quattordicesimo commensale17 gennaio 2017
Un racconto curioso da "111 gatti e le loro pazze storie" di Elke Pistor...
In molte culture il dodici è considerato un numero fortunato: dodici sono i mesi dell'anno, le ore di una giornata sono due volte dodici, dodici erano gli apostoli.
Diffusa è invece la credenza che essere tredici a tavola porti sfortuna e di qui la convinzione più generale che il tredici sia un numero iellato. Bisogna ammettere però che, almeno in un caso, la superstizione si è rivelata fondata.
Siamo a Londra, nel 1898. Il proprietario di miniere Woolf Joel, di origini sudafricane, invita a cena all'Hotel Savoy di Londra un gruppo di colleghi d'affari e amici. La rinuncia di uno di loro fa sì che i convitati si ritrovino in tredici a tavola. Inevitabilmente la conversazione va a cadere sulla sfortuna che colpirà il primo che si congederà dagli ospiti. Woolf Joel, che il mattino deve partire presto per far ritorno a casa, deride la superstizione e accetta la sfida di essere il primo a lasciare la tavola. Durante il viaggio per Johannesburg viene ucciso a colpi di fucile dal barone Kurt von Veltheim, un ricattatore: casualità o verità della profezia?
Quando al Savoy si viene a sapere dell'incidente nessuno ha dubbi: mai più tavoli con tredici commensali. Inizialmente si pensa di far partecipare alle cene un dipendente dell'albergo, ma la proposta non incontra il favore degli ospiti, per nulla bendisposti a condividere pasti e conversazioni con un estraneo.
Nasce allora l'idea di un invitato muto e negli anni Venti l'hotel incarica l'artista Basil Ionides di scolpire un gatto. Da allora Kaspar, questo è il nome del felino di legno, siede a tavola, con tanto di piatto e posate e provvede a tenere lontana la sfortuna dagli altri commensali.
Nel 2007 l'hotel è stato completamente ristrutturato e gran parte degli arredi degli anni ruggenti sono stati venduti all'asta, tranne naturalmente Kaspar, il quattordicesimo convitato, della cui compagnia al tavolo è possibile godere ancora oggi.
www.kaspars.co.uk
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Fine del mondo21 dicembre 2012
Questa sera cena maya… e che fine del mondo sia!
Il 21 dicembre 2012, come sintetizza mirabilmente Wikipedia, è la data del calendario gregoriano nella quale secondo alcune credenze e profezie, prive di qualsiasi rilievo scientifico, si dovrebbe verificare un evento, di natura imprecisata e di proporzioni planetarie, capace di produrre una significativa discontinuità storica con il passato.
L'evento, senza entrare nel dettaglio del calcolo ciclico del tempo
(ciclo Tzolkin -calendario religioso-,
ciclo Haab -calendario civile-,
lungo computo), è collegato alla fine di uno dei cicli del calendario maya.
Per gli inguaribili ottimisti si tratterà di una radicale trasformazione dell'umanità in senso spirituale mentre i pessimisti parlano molto più semplicemente di fine del mondo.
Chi ricorda che nell'ultimo episodio di X-Files veniva rivelato che il 22 dicembre 2012, ossia il giorno successivo all'inizio di una nuova
era cosmica, era la data programmata dagli alieni per invadere la Terra?
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Tina Polidoro del primo piano13 gennaio 2012
Estratti da “Le luci nelle case degli altri” di Chiara Gamberale.
Se gli esseri umani possono dividersi fra quelli che si sentono in diritto di esistere e quelli che invece si sentono in dovere di farlo, lei sicuramente era fra questi ultimi. Le era proprio impossibile considerare un'ingiustizia che la sua vita, a guardarla bene, apparisse come una lunga, ininterrota sequenza di rogne: anzi. Si sentiva perfino fortunata per non essersi mai trovata fra i piedi il tranello di una speranza, così da potersi abituare senza inutili distrazioni alla solitudine che si era piantata subito nella sua vita per germogliare in giorni, mesi: sessantanove anni.
Non pensava di meritarsi niente di buono, tutto qui e non perchè avesse mai fatto qualcosa di male. Questo no. Ma perchè ci sono quelli che vengono fuori di testa e ce ne sono pochi che invece vengono fuori di piedi: Tina era uscita di piedi. Causando subito difficoltà, all'ostetrica e a quella poveraccia di sua madre, che per tutta la vita non aveva mai smesso di rinfacciarglielo. (...)
Tornava a casa e si scaldava otto tortellini, ogni sera: la mattina alle sei e cinquanta insieme al caffè metteva una pentola d'acqua sul fuoco e ne faceva bollire sedici. Era un'abitudine che aveva preso ai tempi della scuola, prima di andare in pensione, di modo da poter tornare a casa anche alle due se c'era la riunione con i genitori, e trovare comunque ad accoglierla un pranzo già pronto. Bastava scaldarli, i sedici tortellini. E gli otto che rimanevano già le assicuravano la cena.
A volte li condiva con il sugo, a volte con il burro. Dipendeva. C'erano giorni in cui percepiva di essere fra quelli che se non c'è del pomodoro non consideravano un primo piatto un primo piatto, altri in cui si includeva fra quelli per cui fa lo stesso, basta che si mangi.
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