foto di Elena Fiorio - Burano maggio 2009
Strani giorni di Dylan Dog
7 aprile 2018

Un bellissimo Dylan Dog Color Fest trovato in metropolitana...

"IL MIO NOME E' DOG."
"DYLAN DOG!"



"IL MIO NOME E' DOG. DYLAN DOG."
"SAREI UN INDAGATORE DELL'INCUBO."
"ANCHE SE SPESSO SONO GLI INCUBI CHE INDAGANO ME. A VOLTE MI SEMBRA DI NON POTERGLI NASCONDERE NIENTE. SONO SENZA SEGRETI, PER LORO."
"QUANDO ARRIVANO, PROVO A SVEGLIARMI NEL GRIGIORE DELL'ALBA..."
"... SE CI RIESCO, NON URLO."
"NON VORREI OFFENDERLI."

“Di mostri, incubi e ragazze” testo e disegni: Alessandro Baggi.

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Venerdì 17
17 giugno 2016

Attacco di eptacaidecafobia?


L'eptacaidecafobia (dal greco ἑπτακαίδεκα, diciassette e φόβος phobos, paura) è la paura del numero 17. Questo numero, in particolare abbinato al giorno venerdì, è ritenuto sfortunato in Italia, una superstizione non riscontrabile altrove ma del tutto analoga a quella anglosassone per venerdì 13. E il giorno più temuto per spagnoli e greci? Martedì 13.

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“Lupo mangia cane” di Martin Cruz Smith
15 giugno 2012

Ivan era arrivato alle 9.28 di sera, era salito direttamente a quello che veniva considerato l'appartamento più sicuro di tutta Mosca e alle 9.48 si era schiantato a terra. Arkady aveva misurato la distanza del corpo dall'edificio. Di solito, se si trattava di omicidio, la caduta avveniva in verticale, visto che la vittima aveva speso quasi tutte le sue energie per evitare di essere catapultata all'esterno. I suicidi, invece, erano più motivati e atterravano più lontano. Ivanov era finito quasi sulla carreggiata.

"Perchè non crede che si tratti si suicidio? Cosa c'è che non la convince?"
"Non mi sembra di aver detto nulla del genere."
"Eppure c'è qualcosa che non le torna."
Arkady rimase un attimo a riflettere. "Recentemente il suo amico non era più quello di prima, vero?"
"Forse era depresso."
"Ha traslocato due volte negli ultimi tre mesi. I depressi non hanno l'energia per spostarsi di continuo. Di solito se ne stanno fermi." La depressione era un argomento in cui Arkady era piuttosto ferrato. "Secondo me aveva paura."

Tornò verso il letto (...) spostandosi verso la cabina armadio. Quando l'aprì, le luci illuminarono di un bagliore lattiginoso lo strato di sale che copriva ancora il pavimento. La superficie mostrava gli stessi segni che Arkady aveva già notato: qualche concavità, la traccia di qualcosa che vi era stato appoggiato. (...) Arkady aprì un cassetto in cui erano riposte delle camicie con le cifre in varie sfumature di colori pastello. Le passò una per una e non vide niente, ma quando richiuse il cassetto sentì che qualcosa scivolava sul fondo.
Lo aprì di nuovo e dietro, sotto le camicie, trovò un fazzoletto sporco di sangue avvolto intorno a un dosimetro, uno strumento che serviva a misurare la quantità di radiazioni, grande quanto una calcolatrice. Le cuciture dell'astuccio di plastica rossa erano incrostate di sale. Tenendolo ai bordi per evitare di lasciare impronte, lo accese e osservò i numeri sul display scorrere rapidamente fino a diecimila. Dal suo addestramento nell'esercito Arkady ricordava che la radioattività naturale non era mai superiore a cento. Ma ora, più avvicinava lo strumento al sale, più il numero cresceva. Arrivato a a cinquantamila il dosimetro si bloccò.

Il rumore attutito prodotto da un gufo che si alzava in volo e un fruscio, forse causato da un rapido movimento di un topo, gli fecero drizzare le orecchie. (...) La natura si stava riappropriando di Chernobyl. In certi momenti strisciava sotto i suoi occhi.

La zona di Chernobyl poteva essere considerata come una sorta di bersaglio, con i reattori al centro e attorno due cerchi concentrici, a distanza di dieci e trenta chilometri dal punto centrale. La città morta di Pripjat era compresa all'interno del primo cerchio, mentre la vecchia città di Chernobyl, da cui la centrale nucleare aveva preso il nome, era in realtà più lontana, nel cerchio esterno. Insieme i due cerchi componevano la "Zona di esclusione".

"Quindi ti se dato un compito impossibile in un deserto radioattivo. Delle due l'una: o sei un malato di mente o hai votato la vita al lavoro."
"Buona la prima."
"Beviamoci sopra." Alex riempì di nuovo i bicchieri. "Sai che l'alcol protegge dalle radiazioni? Elimina l'ossigeno che potrebbe essere ionizzato. Certo, la mancanza di ossigeno non è uno scherzo, ma per gli ucraini l'alcol è un toccasana..."

"La verdura è coltivata in luogo?" Ripetè Alex, assaporando la frase come se fosse il fumo della sua sigaretta.
"Anche se non siamo ancora pronti per apporvi l'etichetta "Prodotto DOC", le rispondo di sì. Gran parte di quello che consumiamo viene raccolto nei dintorni." (...)
Un'altra domanda circolò tra i commensali prima che Alex si sedesse.
"Ah, volete sapere se il cibo è radiattivo? La risposta dipende da quanta fame avete.
(...) il latte è pericoloso, ma il formaggio no, perchè i radionuclidi restano nell'acqua e nell'albumina. I molluschi sono nocivi e i funghi ancora di più. Ci sono funghi oggi?" (...)
A quel punto Alex si alzò di nuovo. "Alla vodka, in prima linea per la difesa dalle radiazioni."
Tutti si unirono al brindisi.

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“Il saio nero” di Candace Robb
7 luglio 2011

Era prossima la mezzanotte, eppure la luce del crepuscolo indugiava ancora sulle marcite che si stendevano tra il convento di Elcho e il fiume Tay. Risuonavano, sullo sfondo, i gracidii e i richiami delle creature della notte; davanti rumoreggiavano e sciabordavano le acque del Tay e del Willowgate che confluivano sotto l'isola di Friarton. Christiana sentì spaccarsi sotto i piedi nudi la crosta friabile del terreno inaridito dalla siccità estiva, ma al successivo passo affondò nella melma fino alla caviglia. Estrasse il piede con un brivido di disgusto. Aveva trascorso ventitre anni della sua vita coniugale a Perth, più su, lungo il fiume, e in tutto quel tempo non si era mai conciliata con le marcite. Cresciuta tra le montagne, i laghi, le rive scoscese del corso superiore del Tay, rimpiangeva l'aria fresca e frizzante e il suolo solido e compatto di quella contrada. Qui, invece, i campi lungo le rive erano insidiosi, talvolta più acqua che terreno, a seconda delle condizioni atmosferiche, inquietanti come lo erano i suoi pensieri.

Niente di quello che aveva sentito dire di Christiana McFarlane l'aveva preparata alla stanchezza fisica e mentale che l'aveva colta dopo essere stata alla sua presenza. (...) Che una donna così bella, così aggraziata nel portamento, potesse ispirare con la sua semplice presenza tanta paura e disperazione la gettava nello sgomento. Aveva creduto che Margaret fosse una figlia, come ce ne so tante, incline a lamentarsisenza ragione, piena di rancore per le cose che sua madre non voleva darle, ma ora pensava che fosse da ammirare per la sua forza d'animo.

(...) si accinse a riscaldare un po' di vino speziato da offrire alla sua padrona per conciliarle il sonno. Margaret entrò di lì a poco e nervosamente cominciò a tirare le stringhe intorno alla vita e sulle spalle. Appoggiato il boccale, Celia si affrettò ad aiutarla.
"... Mia madre ha chiesto di vedermi domattina prima della partenza."
"Per scusarsi di avervi accolto così male?" borbottò Celia affaccendandosi sui nodi che Margaret aveva ingarbugliato quando per l'impazienza aveva tirato le stringhe.
"Quello di oggi è il suo comportamento normale..."
"La puttana si è ritirata in convento, al sicuro e in mezzo al lusso, mentre i suoi figli sono nel mondo senza che nessuno della famiglia li protegga." (...)
Celia si morse la lingua e versò nel vino speziato qualche goccia della valeriana che aveva portato con sè. Le sembrava che Margaret ne avesse bisogno.

www.candacerobb.com

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