foto di Elena Fiorio - Burano maggio 2009
“L’omicidio di Lord Arthur Savile” di Oscar Wilde
14 marzo 2013

Era davvero uno straordinario insieme di persone. Splendide nobildonne chiacchieravano affabilmente con violenti radicali, predicatori famosi sfioravano con le code di rondine eminenti filosofi scettici, un codazzo di vescovi inseguiva di sala in sala una formosa primadonna, sulle scale erano radunati membri dell'Accademia Reale travestiti da artisti e a un certo punto si disse che la sala da pranzo era letteramente zeppa di geni. Insomma, era una delle serate meglio riuscite di Lady Windermere (...)

Aveva cambiato marito più d'una volta; a dire il vero, Debrett le accreditava almeno tre matrimoni, ma poiché non aveva mai cambiato amante, il mondo aveva cessato da un pezzo di gridare allo scandalo. A quell'epoca aveva quarant'anni, era senza figli, e possedeva quella smodata sete di piacere che costituisce il segreto per rimanere giovane.

A un certo punto diede un'occhiata alla sala con aria inquieta, e chiese, con la sua chiara voce di contralto: "Dove si sarà cacciato il mio chiromante?" (...)
"Certo che è qui. Non mi sognerei mai di dare una festa senza di lui. Dice che ho una mano puramente psichica, e che se il mio pollice fosse stato solo un tantino più corto sarei diventata una pessimista acclarata e mi sarei rinchiusa in convento."

"Sybil e io sappiamo ogni cosa l'uno dell'altro."
"Oh, mi spiace che lei dica questo. L'elemento basilare di un matrimonio è l'incomprensione reciproca. No, non sono affatto cinica, ho una certa esperienza, ecco tutto, il che in fondo è la stessa cosa."

"Dica quello che ha visto qui" disse "mi dica la verità. Devo saperla. Non sono un bambino."
Gli occhi di Podgers ammiccarono dietro le lenti cerchiate d'oro e si dondolò con impaccio da un piede all'altro, mentre le sue dita giocherellavano nervosamente con la vistosa catena dell'orologio.
"Lord Arthur, che cosa le fa pensare che abbia letto nella sua mano più di quanto non le ho già detto?"
"Ne sono sicuro, e insisto perché mi dica cos'è. La pagherò. Le firmerò un assegno da cento sterline."

Omicidio! Ecco ciò che il chiromante aveva letto nella sua mano. Omicidio!

Quale felicità avrebbero mai gustato insieme, quando egli poteva essere chiamato in ogni istante a compiere la profezia tremenda impressa sulla sua mano? Che vita sarebbe mai stata la loro, mentre il fato serbava sulla sua bilancia una tale sventura? Il matrimonio doveva essere rimandato, a ogni costo. Lord Arthur ne era convinto. Per quanto amasse ardentemente Sybil e il solo tocco delle sue dita, quando sedevano vicini l'uno all'altra, facesse vibrare di emozione ogni nervo del suo corpo, il giovane si rendeva perfettamente conto di quale fosse il suo preciso dovere ed era conscio di non avere alcun diritto di sposarla finchè non avesse commesso il delitto. Una volta che avesse ucciso avrebbe potuto recarsi all'altare con Sybil Merton e dedicarle la propria vita, senza il terrore di sbagliarsi. Avrebbe potuto prenderla tra le braccia sapendo che mai ella avrebbe avuto da arrossire per causa sua, mai avrebbe dovuto nascondersi il volto per la vergogna. Ma doveva consumare il suo delitto: il più presto possibile e per il bene di entrambi.

Si chiese con meraviglia come aveva potuto essere tanto sciocco da disperarsi e smaniare sull'inevitabile. Solo una questione lo preoccupava: chi avrebbe dovuto eliminare.

Per visualizzare eventuali immagini legate a questo post cliccare qui.


Commenti
Categorie: lettura
Tags: , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , ,

“Lupo mangia cane” di Martin Cruz Smith
15 giugno 2012

Ivan era arrivato alle 9.28 di sera, era salito direttamente a quello che veniva considerato l'appartamento più sicuro di tutta Mosca e alle 9.48 si era schiantato a terra. Arkady aveva misurato la distanza del corpo dall'edificio. Di solito, se si trattava di omicidio, la caduta avveniva in verticale, visto che la vittima aveva speso quasi tutte le sue energie per evitare di essere catapultata all'esterno. I suicidi, invece, erano più motivati e atterravano più lontano. Ivanov era finito quasi sulla carreggiata.

"Perchè non crede che si tratti si suicidio? Cosa c'è che non la convince?"
"Non mi sembra di aver detto nulla del genere."
"Eppure c'è qualcosa che non le torna."
Arkady rimase un attimo a riflettere. "Recentemente il suo amico non era più quello di prima, vero?"
"Forse era depresso."
"Ha traslocato due volte negli ultimi tre mesi. I depressi non hanno l'energia per spostarsi di continuo. Di solito se ne stanno fermi." La depressione era un argomento in cui Arkady era piuttosto ferrato. "Secondo me aveva paura."

Tornò verso il letto (...) spostandosi verso la cabina armadio. Quando l'aprì, le luci illuminarono di un bagliore lattiginoso lo strato di sale che copriva ancora il pavimento. La superficie mostrava gli stessi segni che Arkady aveva già notato: qualche concavità, la traccia di qualcosa che vi era stato appoggiato. (...) Arkady aprì un cassetto in cui erano riposte delle camicie con le cifre in varie sfumature di colori pastello. Le passò una per una e non vide niente, ma quando richiuse il cassetto sentì che qualcosa scivolava sul fondo.
Lo aprì di nuovo e dietro, sotto le camicie, trovò un fazzoletto sporco di sangue avvolto intorno a un dosimetro, uno strumento che serviva a misurare la quantità di radiazioni, grande quanto una calcolatrice. Le cuciture dell'astuccio di plastica rossa erano incrostate di sale. Tenendolo ai bordi per evitare di lasciare impronte, lo accese e osservò i numeri sul display scorrere rapidamente fino a diecimila. Dal suo addestramento nell'esercito Arkady ricordava che la radioattività naturale non era mai superiore a cento. Ma ora, più avvicinava lo strumento al sale, più il numero cresceva. Arrivato a a cinquantamila il dosimetro si bloccò.

Il rumore attutito prodotto da un gufo che si alzava in volo e un fruscio, forse causato da un rapido movimento di un topo, gli fecero drizzare le orecchie. (...) La natura si stava riappropriando di Chernobyl. In certi momenti strisciava sotto i suoi occhi.

La zona di Chernobyl poteva essere considerata come una sorta di bersaglio, con i reattori al centro e attorno due cerchi concentrici, a distanza di dieci e trenta chilometri dal punto centrale. La città morta di Pripjat era compresa all'interno del primo cerchio, mentre la vecchia città di Chernobyl, da cui la centrale nucleare aveva preso il nome, era in realtà più lontana, nel cerchio esterno. Insieme i due cerchi componevano la "Zona di esclusione".

"Quindi ti se dato un compito impossibile in un deserto radioattivo. Delle due l'una: o sei un malato di mente o hai votato la vita al lavoro."
"Buona la prima."
"Beviamoci sopra." Alex riempì di nuovo i bicchieri. "Sai che l'alcol protegge dalle radiazioni? Elimina l'ossigeno che potrebbe essere ionizzato. Certo, la mancanza di ossigeno non è uno scherzo, ma per gli ucraini l'alcol è un toccasana..."

"La verdura è coltivata in luogo?" Ripetè Alex, assaporando la frase come se fosse il fumo della sua sigaretta.
"Anche se non siamo ancora pronti per apporvi l'etichetta "Prodotto DOC", le rispondo di sì. Gran parte di quello che consumiamo viene raccolto nei dintorni." (...)
Un'altra domanda circolò tra i commensali prima che Alex si sedesse.
"Ah, volete sapere se il cibo è radiattivo? La risposta dipende da quanta fame avete.
(...) il latte è pericoloso, ma il formaggio no, perchè i radionuclidi restano nell'acqua e nell'albumina. I molluschi sono nocivi e i funghi ancora di più. Ci sono funghi oggi?" (...)
A quel punto Alex si alzò di nuovo. "Alla vodka, in prima linea per la difesa dalle radiazioni."
Tutti si unirono al brindisi.

Per visualizzare eventuali immagini legate a questo post cliccare qui.


Commenti
Categorie: lettura
Tags: , , , , , , , , , , , , , , , , , ,

“La donna delle rose” di Charlotte Link
17 giugno 2011

"E Helene rimase con lui fino alla fine?" (…)
"Lei tenne duro. Dio solo sa chi o che cosa le diede la forza. Io non ce l’avrei fatta. Non conosco nessuno che ce l’avrebbe fatta. Erich morì lentamente, fra atroci sofferenze, e lei non solo rimase al suo fianco, ma portò a termine il suo piano con decisione ferrea. Io pensavo per tutto il tempo: ora cederà, non potrà andare fino in fondo, chiamerà un medico, soltanto un mostro potrebbe negargli aiuto in questo momento. E Helene non era un mostro. Era una donna instabile, sentimentale, piuttosto piagnucolosa, che passava dai lamenti ai piagnistei e faceva sempre in modo che fossero gli altri a levarle le castagne dal fuoco e a prendersi cura di lei. Non era in grado di prendere da sola una decisione del genere e di assumersi una simile responsabilità. Invece tenne duro e assistette all’agonia di Erich, senza fare niente, assolutamente niente, per impedirne la morte."

"… noi in effetti abbiamo salvato Pierre, un giovane prigioniero di guerra francese, che era stato sfruttato e tormentato da Erich per anni. Penso che nessuno condannerebbe quello che abbiamo fatto. Ma so che non è stata la fedeltà di Erich a Hitler il motivo che ci ha indotte a lasciarlo morire, e neanche il pensiero di Pierre. Helene voleva liberarsi di lui. Aveva sposato l’uomo sbagliato e non sapeva in che modo mettere fine alla storia. Ora le si offriva una possibilità, e lei ne ha approfittato subito. E’ molto semplice, e tutt’altro che eroico. Un uxoricidio bell’e buono, che non aveva niente a che vedere con la guerra, la persecuzione o le esigenze del momento. Niente di niente."

"… lei ha descritto il movente di Helene, ma quale era il suo?" (…)
"Il mio movente era la vendetta. Vendetta per l’occupazione della mia isola, vendetta per i miei genitori costretti ad andarsene, vendetta per gli anni che lui aveva trascorso nelle mia casa senza averne diritto. Non lo avrei ucciso di mia iniziativa, ma non vedevo alcun motivo per impedire la sua morte."

"Che cosa pensa di noi, di me, di Helene e di quello che abbiamo fatto. Ai suoi occhi è stato un omicidio? Lei pensa che siamo state due assassine?"

Per visualizzare eventuali immagini legate a questo post cliccare qui.


Commenti
Categorie: lettura
Tags: , , , , , , ,