foto di Elena Fiorio - Burano maggio 2009
Un paese e cento storie
12 novembre 2012

Un paese e cento storie.
Festa del cibo e dell’accoglienza in famiglia.
Dal 7 all’11 novembre 2012.
Belvedere Fogliense, Candelara, Case Bernardi, Monteciccardo, Montefabbri, Montegaudio, Novilara, Padiglione, Sant’Angelo in Lizzola, Villa Betti.

Che gusto ha un paese? Qual è il sapore dei ricordi?
Assaporare un’atmosfera non è solo un modo di dire se si parla di Un paese cento storie l’originale iniziativa, ideata e curata da Cristina Ortolani, che anima nel fine settima di San Martino alcuni borghi della provincia di Pesaro e Urbino.

La festa del cibo e dell’accoglienza in famiglia, nata a Belvedere Fogliense e giunta alla settima edizione, parte da una semplice quanto coraggiosa idea: aprire le case per accogliere a cena ospiti sconosciuti ai quali raccontare il proprio territorio e le proprie tradizioni, scambiando parole e storie intorno a una tavola imbandita come nei giorni di festa.

Per partecipare alle cene in famiglia non si paga, si prenota e ci si presenta presso la famiglia che verrà indicata con un mazzo di fiori, una bottiglia di vino, una scatola di cioccolatini o qualsiasi cosa si ritenga possa essere gradita, esattamente come a casa di amici.

Si cena in cucina, in sala da pranzo o nel tinello con piatti tipici di un territorio che, vicino al confine con la Romagna e a pochi chilometri da Urbino, presenta un crogiolo di tradizioni culinarie. Gli ingredienti sono quelli che in un altro contesto verrebbero definiti a chilometro zero ma qui sono più semplicemente: le verdure dell’orto, i funghi raccolti dal vicino, le uova delle galline che razzolano nel cortile.

Ospitalità e condivisione sono le parole chiave di questa esperienza che scalda il cuore. Lo spirito di Un paese cento storie è sincero e genuino come gli ingredienti della cucina di casa e si è rivelato capace di conquistare un numero sempre maggiore di persone disposte a dare o chiedere ospitalità.

Simbolo dell’iniziativa è “La Dirce” (rigorosamente con l’articolo), rappresentazione di tutte le cuoche, raffigurata nell’atto di offrire su un vassoio le storie dei paesi che partecipano all’iniziativa, racchiuse nell’antica rocca malatestiana di Belvedere Fogliense realizzata con pan di spagna e cioccolato.

Per l’edizione 2013 è prevista l’uscita del volume “In cucina con la Dirce” raccolta di ricette delle cuoche di Un paese cento storie legate a una storia o a un ricordo di famiglia, perché... un pasto è l’anima del cuoco fatta cibo.

Grazie a tutti per la bellissima avventura: a Walter e Cristina per aver reso tutto possibile, a Marica e Massimo che ci hanno scarrozzato e sopportato, a Alice e Andrea per averci ospitato e coccolato alla Locanda Montelippo, alla famiglia Mariotti Del Baldo e alla famiglia Balestrieri Antonelli per la meravigliosa accoglienza, alla cuoca Vanda e al cuoco Francesco veramente mitici e a tutti gli interessanti ospiti delle cene in famiglia. Grazie a tutti quelli che hanno piacevolmente riempito le nostre giornate e altrettanto piacevolmente le nostre pance! Grazie ai miei fantastici compagni di viaggio: Alex, Michela, Simone e non certo ultimo Ste.



unpaesecentostorie.farememoria.com

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“Il rifugio dei cuori solitari” di Lucy Dillon
5 luglio 2012

"Ma smettila. Rachel, quello è per te."
Lei guardò il panino e le venne l'acquolina in bocca.
"Per me?"
"Sì! Prepariamo sandwich al bacon per tutti i volontari che vengono a portare fuori i cani nel weekend, fa parte dell'accordo. Non posso certo permetterti di uscire a stomaco vuoto." Megan spuntò una voce sul suo elenco e distribuì qualche biscotto ai cani. "Mentre mangi quello, lascia che ti spieghi rapidamente come funziona la cosa."
Rachel esitò. Normalmente non mangiava pane - o meglio, non si permetteva di tenerlo in casa - ma quello aveva un profumo delizioso. E, in fondo, era improbabile che le capitasse presto di infilarsi di nuovo in qualche capo di biancheria intima La Perla donatole da Oliver. Prima di poterselo impedire, aveva preso il panino e ne aveva strappato un boccone squisito, stillante ketchup. Le sue papillle gustative vacillarono per il piacere.

Come pronosticato da Megan, Rachel si sentì meglio grazie all'aria fresca che le riempiva i polmoni e, nonostante le iniziali proteste delle sue gambe che camminavano a papera con gli stivaloni di riserva di Dot, scoprì che tenere il passo con l'andatura spedita di Megan non le faceva scorrere in tutto il corpo soltanto il sangue: sembrava farle funzionare meglio anche il cervello e, per la prima volta da giorni, un pensiero portò a un altro invece di continuare a girare e rigirare in tondo, in una spirale opprimente.

Il campanello suonò e lei balzò in piedi. "Dev'essere Rachel, quella del rifugio per cani. Trovi opportuno che io sia in tailleur?" Arricciò il naso. "Mi fa sembrare troppo pignola per tenere un cane? Aspetta, vado a cambiarmi. Tu falla accomodare, mostrale la casa. Preparale un tè o qualcos'altro."
Si fiondò fuori dalla stanza e lui sentì la serie di tonfi prodotti dai suoi piedi scalzi su per le scale.
Guardò verso la porta da cui era uscita, sbigottito. Come diavolo facevano le donne a passare, nell'arco di dieci secondi, da un totale collasso emotivo al pensiero dell'abbigliamento più adatto per accogliere una sconosciuta che salvava cani abbandonati? Come poteva Natalie preoccuparsi più del fatto che la casa fosse abbastanza pulita per un cane che per il proprio licenziamento? Scuotendo il capo, tornò nell'ingresso e aprì la porta.

"Assistenza diurna? Per un cane? Parla con il mio avvocato." Era quello il nuovo slogan di David, insieme a: "Dobbiamo passare attraverso i debiti canali." (...)
"E' piccolo, non lo si può lasciare solo per tutto il giorno, e sai che io devo lavorare a tempo pieno. Be', evidentemente lo sai che devo lavorare a tempo pieno, visto che hai appena dimezzato il nostro assegno per il mantenimento."
David si voltò a guardarla, il suo sorriso conciliante che gli si allargava sul volto, e le posò una mano sulla spalla: un gesto che un tempo la faceva sentire sicura e protetta. Il gesto andrà-tutto-bene che, adesso lo aveva capito, non significava assolutamente nulla.
"Non essere ridicola, Zoe, è un cane! Non puoi semplicemente trovare una tua vicina disposta a occuparsene? Insomma, avanti" disse. "E' un periodo difficile per tutti. Io ho comprato quel coso, non hai idea di quanto costino!"
"Toffee non è un coso" sbottò Zoe. "E' un cane."
David fece un mezzo sorriso. "Okay, come preferisci. E' un cane."

"Cosa c'è che non va in Zoe?" Johnny fece la sua faccia non-capisco-le-donne. "E' carina, è giovane, e ha quell'adorable cucciolo! Cos'ha che Bill non possa amare?"
Erano imbottigliati nel traffico e aveva iniziato a piovere. Natalie azionò i tergicristalli e tentò di stabilire cosa ci fosse in Zoe che non andava bene per Bill. (...)
"Non lo so" ammise alla fine. "Forse è perchè lui è sempre stato così specifico riguardo a ciò che vuole."
"E ha fatto davvero uno splendido lavoro nel trovarlo, finora. Si è innamorato di un barboncino quando era andato al canile per uno spaniel, giusto?" osservò Johnny.
"E guarda com'è finita."
"Vero."
"E noi che non siamo andati là per prendere un cane ora abbiamo Bertie il tritarifiuti canino, qui dietro. Le persone non capiscono mai cos'è giusto per loro finchè non lo incontrano (...)"

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Tiger
4 marzo 2012

Un nuovo piccolo negozio che crea dipendenza...


Tiger è nato alla fine degli anni '90 nella bella Copenhagen.

Il piccolo negozio danese è diventato poi una catena di oggettistica di oltre cento punti vendita presente in tutta Europa: Danimarca, Islanda, Gran Bretagna, Germania, Spagna, Svezia, Olanda, Grecia, Lituania, Lettonia, Irlanda e Italia.
Attualmente i negozi in Italia sono tre: due a Torino, uno dei quali è stato il primo italiano, e uno a Milano.

Tiger propone irresistibili sfiziosi oggetti utili e inutili per la casa, l'ufficio e la cura della persona oltre a piccoli giocattoli per bimbi e soprattutto per chi bambino non è più ma non ha nessuna intenzione di crescere.

Intriganti prodotti di design sono venduti a prezzi decisamente bassi, il prezzo massimo a oggi è fissato a venti euro, e tantissimi sono gli articoli simpatici e intelligente che costano meno di cinque euro.

Non manca l'angolo alimentare con prodotti sia danesi sia della tradizione locale e una sorprendente selezione di erbe e spezie, note e meno note, in maxi sacchetti da condividere.

Entrare in uno di questi negozi è un vero divertimento (sovraffollamento a parte) e la sfida è riuscire a uscirne a mani vuote.

www.tiger-stores.it

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“Nel nome del padre” di Gianni Biondillo
18 febbraio 2012

"Amore è un po' tardi... ora ti devo portare a casa."
"Di già?"
"Tesoro... siamo andati al parco, poi alle giostre, adesso al cinema..."
"Ma io voglio stare ancora un po' fuori, non voglio tornare a casa subito."
Vorrebbe chederle perchè. Vorrebbe sarere come la tratta Sonia, cosa le dice. Ma non lo fa. Non è giusto, non è corretto nei confronti della figlia.
"Amore, lo vedi che è tardi... inizia a fare freddo... devi mangiare..."
"Andiamo a mangiare una pizza, dai..."
"Alice, io..." Si perde negli occhi della figlia. "Aspetta un attimo."
Tira fuori il cellulare. La bimba gongola. Luca si gira verso il muro come a cercare un po' di intimità.
"Sonia?"
"Luca?" La voce è allarmata. "E' successo qualcosa ad Alice?"
"No, no, non preoccuparti, è tutto a posto."
"Cosa vuoi allora?"
"Senti, volevo dirti che la bimba vorrebbe stare ancora un po' fuori, vorrebbe mangiare una pizza..."
"Non se ne parla neppure. Porta subito Alice qui, a casa."
La bimba saltella su un piede, avanti e indietro.
"Ma dai, poi ci rimane male."
"Domani mattina va a scuola, non voglio che faccia tardi."
"Una pizza, facciamo in fretta."
Gesticola, come se lei lo vedesse.
"Portala subito qui. Non farmi urlare" e lo dice urlando, al punto che la sente pure la figlia.
"Ma cazzo, Sonia, sono il padre, avrò anch'io diritto di..."
"Tu non hai nessun diritto, lo hai capito?" Non la ferma più nessuno, è furiosa. "Porta subito Alice a casa, non farmi incazzare, portala subito qui!"
"Ma perchè devi fare così, non c'è niente di male se si diverte un po'..."
"E già! E' facile per te, la porti al cinema, la porti in pizzeria... poi sono io che devo svegliarla la mattina, poi sono io la cattiva che le deve insegnare le regole... tu fai il papà simpatico, e io sono la stronza!"
"Sonia, non urlare."
Alice lo guarda spaventata.
"Portala qui, entro mezz'ora. Non te lo ripeto più!"

"Fammi entrare."
"No!"
"Sonia, eravamo d'accordo, non farmi incazzare. Il Natale l'ha passato da te, ora mi prendo la bimba e me la porto via."
"Non ci provare neppure."
Prova a chiudergli la porta in faccia, ma lui la blocca con un piede.
"Sonia, sto perdendo la pazienza. Vesti Alice e falla uscire, subito."
"Ti ho detto di no. La bambina ha la febbre, io non la faccio uscire con questo freddo."
Lui sbuffa, alza gli occhi al cielo.
"Sono in macchina, la porto a casa, con me, non prenderà freddo."
"Non dirlo neanche per scherzo."
"Ma insomma che cazzo vuoi da me? Vuoi farmi impazzire?"
E' a una spanna dal suo volto, sembra voglia mangiarglielo.
"Non fare il pazzo."
Lui cerca di calmarsi.
"Allora fammi entrare, resto qui tutto il giorno" lei sgrana gli occhi, "non preoccuparti, sto in camera con lei."
"Non ti voglio in casa mia."
"Cosa? COSA? Questa non è casa tua, lo vuoi capire? Non è tua, non l'hai comprata tu! Non lo stai pagando tu il mutuo!"
Ha scelto lei i mobili, ha discusso lei con l'architetto, ha curato lei il giardino. E questo Luca lo sa.
"Vallo a dire al giudice, se ne hai voglia."
Lui le dà le spalle, cerca di contenere le lacrime, non vuole farsi vedere debole hai suoi occhi. Le mani sono strette nei pugni, le nocche sono praticamente senza sangue.
"Sonia. Ti prego." Si gira ancora verso la donna, è più calmo. "Non ti preoccupare per Alice. La copro, la porto a casa, le faccio una camomilla calda."
"Ma cosa dici? Non sai neppure di cosa parli... l'hai mai curata tu? Sai di cosa ha bisogno se le sale la febbre? Sai quale è il suo peluche che tiene sotto le coperte quando è malata? Non sapresti distinguere una supposta da un'aspirina, smettila!"
"E allora aiutami tu. Dimmi cosa devo fare."
"Ci dovevi pensare prima."
"Non puoi farmela pagare per sempre, lo capisci? Come posso imparare ad essere suo padre se tu continui a negarmelo?"

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Muji
7 gennaio 2012

Il mio primo acquisto Muji un classico: la canottierina in cotone riciclato multicolor. A seguire pennarelli di mille colori, scatoline e scatolette lattiginose…

Il nome deriva dall’abbreviazione di Mujirushi Ryōhin che tradotto significa "prodotti di qualità senza marchio". L’obiettivo che ha sempre accompagnato Muji è quello di produrre dei prodotti dal design seducente a un prezzo economico.

Dall’apertura del primo punto vendita, all’interno di una catena di grandi magazzini giapponesi nel 1980, Muji ha fatto parecchia strada fino ad essere attualmente conosciuto in tutto il mondo. In Giappone oggi vende più di 5mila prodotti diversi dal design semplice e naturale.

Muji propone accessori da viaggio e per il bagno, cancelleria e biglietti d’auguri, oggetti per la casa e la cucina, elettronica, mobili, abbigliamento uomo e donna, calzature, accessori per l’ufficio e l’organizzazione dello spazio. Ogni singolo prodotto in vendita si presenta caratterizzato da un design moderno, molto sobrio e minimalista.

La filosofia di Muji prevede la ricerca delle migliori materie prime naturali ma anche l’utilizzo di materiali industriali e riciclati di qualità, tenendo sempre presente l'impatto ambientale. Anche gli imballi sono pensati per eliminare gli sprechi, gli oggetti negli scaffali dei negozi si presentano con una confezione ridotta al minimo e un’etichetta con il prezzo e le basilari informazioni legate al prodotto.

Chi entra in un negozio Muji cerca piccoli oggetti di quotidiana in-utilità. Il popolo di Muji non ama le firme (o così crede), ha un abbigliamento monocolore apparentemente semplice, ama l’arredo minimale e ha la pazienza, prima di un viaggio, di trasferire la giusta dose di shampoo nei flaconi Mujitravel!



www.muji.eu

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