foto di Elena Fiorio - Burano maggio 2009
“L’educazione delle fanciulle” di Littizzetto e Valeri
6 gennaio 2012

Ho deciso di farmi gli auguri per la Befana con un post tutto al femminile...

Dialogo tra due signorine perbene.

Io sono abbastanza educata e so che le parolacce non si devono dire, ma non riesco a non dirle. Perchè sono liberatorie. Se le dici in maniera aggressiva sono volgari, se invece le usi per lo sberleffo perdono quella connotazione lì. Io non ce la faccio a non dirle. Vado proprio in astinenza. (...)
Forse basterebbe fare con le parolacce come per le sigarette. Ne dici solo tre al giorno. Una dopo pranzo, una dopo cena e una la sera guardando la tv. Quella te la godi proprio. (...)
Il problema è che io sono un'estimatrice della parolaccia. Ci sono momenti della vita in cui la parolaccia è d'obbligo. E' proprio necessaria. La parolaccia vera, liberatoria, autentica. (...)
E poi vaffanculo, perchè ci sono cose nella vita che si risolvono solo con un vaffanculo.
Luciana Littizzetto

Il tuo "elogio della parolaccia" non tiene conto del fatto che l'hai personalizzata; è diventata un tuo simpatico vezzo, prima o poi ne butti lì una e sembra quasi che si sistemi bene nel linguaggio più che definibile "un buon italiano". Del resto l'ingresso delle parolacce nel vocabolario aggiornato credo sia riscontrabile. Chi parla male anche senza scendere nel turpiloquio è come se lo facesse. Ne abbiamo quotidiani esempi.
(...) non è il mio sfogo preferito, la parolaccia. Sbattere una porta neanche, perchè casca la chiave. Forse la rabbia bisogna tenersela. Prima o poi passa.
Franca Valeri

Le bugie da dire a un uomo.
A un uomo si possono raccontare molte bugie, perchè non ascolta molto. Fatica spesso sprecata di cui si compiace la fantasia femminile. F.V.
"Mi sembri dimagrito". Con questa bugia qua ti si spalancano tutte le porte. Dopo puoi fare tutto quel che ti pare. L.L.

Per visualizzare eventuali immagini legate a questo post cliccare qui.


Commenti
Categorie: lettura · umorismo
Tags: , , , , , , , , , , , , ,

“Una vacanza da cane” di J.F. Englert
1 gennaio 2012

Una lettura rilassante...

Un giallo a quattro zampe.

C'era un gruppo di membri dell'equipaggio la cui unica responsabilità era quella di sorridere e distribuire, tutt'intorno a noi, antipastini monoporzione adagiati su tovagliolini di carta. Erano talmente esperti, così impassibili e concentrati sull'arte di servire gli hors d'œuvres, che nemmeno due dozzine di cani aggrovigliati accanto ai loro piedi e fervidamente dediti  a espedienti volti a rovesciare i vassoi riuscirono a far loro cadere sia pure un unico boccone sul ponte.
Benchè gli antipasti stessero sfrecciando ben al di sopra del livello degli occhi canini, sui soprastanti vassoi d'argento, il naso mi consentì di stilare rapidamente un elenco ipotetico delle invisibili leccornie. Non avevano un ordine particolare: insalata di polpa di riccio di mare su barchette di indivia belga; caprino al pepe su castagne in salamoia con crème fraîche al litchi; serpente di mare con prosciutto, farcito con uva moscatella e avvolto nel bacon con composta di prugne; crostini con lumache selvatiche; filetto di manzo con fettine di pastinaca fritte.

(...) in quanto cane conosco le semplici e inenarrabili gioie dell'esistenza, e so che per inseguirle non si può essere troppo orgogliosi, altrimenti si è destinati a lasciarsele sfuggire.
E una di queste gioie - una gioia che non bisogna assolutamente perdersi - fluttuò in un punto imprecisato sopra la mia testa, su uno di quei vassoi d'argento. Il mio naso non era tormentato da sofisticate barchette di indivia belga o da crème fraîche al litchi, bensì da qualcosa di ordinario, l'orfanello degli antipasti che negli Stati Uniti fa immancabilmente la sua comparsa a ogni matrimonio, anniversario e veglia funebre: sto parlando, naturalmente, di quella sublimità ricca di conservanti, i "porcellini vestiti" ossia pezzetti di würstel avvolti nella pasta sfoglia.

"Andare dove? A cena?" L'altro parve sconcertato. "Oddio, no. Io cenerò nella mia cabina con Marlin, stasera. Sai gli ci vuole un po' di tempo per acclimatarsi in un nuovo ambiente, e il meglio che la nave ha potuto offrigli è stata una palma nana che pende nettamente verso dritta. Ogni volta che la nave si inclina leggermente in quella direzione, negli occhi del ragazzo compare un'evidente espressione di terrore. Non posso proprio lasciarlo solo troppo a lungo."
Harry sapeva dell'affetto di Jackson per il suo bradipo del Guatemala, ma non accettò per buona quella spiegazione: "Qual è il vero motivo?".

Era una sensazione strana, per questo cane di Manhattan, percepire il pulsare costante dei motori della nave, vedersi rammentare i bui e freddi bracci di mare sotto di noi che brulicavano di strane e probabilmente fameliche creature acquatiche e sapere che il possente Atlantico, rovina di innumerevoli uomini e cani sopraffini, si estendeva tutt'intorno. Eppure, la vita di bordo - come la vita in genere, a dire il vero - è spesso basata sull'ignorare simili cose per concentrarsi invece sulle tiepide e appaganti certezze che ci circondavano quali la moquette color crema, l'acciottolio di porcellane pregiate che tintinnavano felici e il lontano profumo di trota alle mandorle.

Per visualizzare eventuali immagini legate a questo post cliccare qui.


Commenti
Categorie: animali · cibo · lettura
Tags: , , , , , , , , , , , , , , , , ,

“Bar Sport” di Stefano Benni
26 novembre 2011

Non ho visto il film ma mi è venuta voglia di leggere il libro...

Al bar Sport non si mangia quasi mai. C'è una bacheca con delle paste, ma è puramente coreografica. Sono paste ornamentali, spesso veri e propri pezzi d'artigianato. Sono lì da anni, tanto che i clienti abituali, ormai, le conoscono una per una. Entrando dicono: "La meringa è un po' sciupata, oggi sarà il caldo". Oppure: "E' ora di dar la polvere al krapfen". Solo, qualche volta, il cliente occasionale osa avvicinarsi al sacrario. Una volta, ad esempio, entrò un rappresentante di Milano. Aprì la bacheca e si mise in bocca una pastona bianca e nera, con sopra una spruzzata di quella bellissima granella di duralluminio che sola contraddistingue la pasta veramente cattiva. Subito nel bar si è sparsa la voce: "Hanno mangiato la Luisona!". La Luisona era la decana delle paste, e si trovava nella bacheca dal 1959. Guardando il colore della sua crema i vecchi riuscivano a trarre le previsioni del tempo. La sua scomparsa fu un colpo durissimo per tutti. Il rappresentante fu invitato a uscire nel generale disprezzo. Nessuno lo toccò, perchè il suo gesto malvagio conteneva già in sè la più tremenda delle punizioni. Infatti fu trovato appena un'ora dopo, nella toilette di un autogrill di Modena, in preda ad atroci dolori. La Luisona si era vendicata.

Il tecnico da bar, più comunemente chiamato "tennico" o anche "professore", è l'asse portante di ogni discussione da bar. Ne è l'anima, il sangue, l'ossigeno. Si presenta al bar dieci minuti prima dell'orario di apertura: è lui che aiuta il barista ad alzare la saracinesca. Il suo posto è in fondo al bancone, appoggiato con un gomito. Lo riconoscete perchè non si siede mai e porta impermeabile e cappello anche d'estate. Dal suo angolo il tecnico osserva e aspetta che due persone del bar vengano a contatto. Non appena questo una delle due apre bocca, lui accende una sigaretta e piomba come un rapace sulla discussione. Nell'avvicinarsi, emette il verso del tecnico: "Guardi, sa che cosa le dico", e scuote la testa. (...)
Di cosa parla un tecnico? Di calcio, di sport in genere, di politica, di morale, di macchine, di agricoltura, di prezzi della frutta, di diabete, di sesso, di trattori, di cinema, di imbottigliamento, di spionaggio. In una parola, di tutto. Quale che sia l'argomento trattato, il tecnico lo conosce almeno dieci volte meglio dell'occasionale interlocutore, anzi dirà, è una delle cose che lo ha interessato di più fin da piccolo. Il vero tecnico suffraga spesso la sua competenza con parentele. (...)
Il tecnico (...) vive in simbiosi con un altro personaggio, che è "l'uomo con il cappello". In tutti i capannelli, infatti, se osservate bene, mentre al centro si trova il tecnico, leggermente defilato alla periferia c'è un uomo con il cappello calato sul naso e le braccia dietro la schiena. Questo secondo personaggio sembra avere il compito di intervenire con bestialità tremende che fanno perdere le staffe al tecnico.

Queste signore sono sedute appartate, a un tavolino d'angolo. Hanno al collo una stola di volpi spelacchiate, che vi fissano con gli occhi di vetro sbarrati. Ai loro piedi ci sono due barboncini ottantenni, che vi fissano con gli occhi sbarrati. A volte, se le anziane signore sono molto povere, addestrano i barboncini ad arrampicarsi sul collo, e quelli stanno immobili, fingendosi pellicce. Le signore mangiano dei piccoli bignè, schizzandosi la crema in faccia, e bevono tè, ingollando anche il sacchettino perchè non ci vedono. I barboncini dormono sotto il tavolo, poi di colpo si svegliano in preda a un raptus arteriosclerotico e cominciano a tremare e ringhiare come un motore che non parte, finchè le signore non danno una tiratina al guinzaglio e li strafocano.
Le signore parlano di disgrazie. Si comunicano il numero di morti della settimana, le operazioni, le figlie incinte, le macchine rubate e i mariti fuggiti. Il loro tono di voce è gaio e stupito: se state a qualche metro, potete pensare che stiano parlando di ricamo; ma se vi avvicinate, sentite un ping-pong di necrologie da far rizzare i capelli in testa. Gli amici e conoscenti delle signore, quando le vedono, scendono con una mano all'interno del cappotto in uno strano gesto di saluto.

Per visualizzare eventuali immagini legate a questo post cliccare qui.


Commenti
Categorie: lettura
Tags: , , , , , , , , , , , , , , , , , , , ,

“Le luci nelle case degli altri” di Chiara Gamberale
15 ottobre 2011

Prima o poi, presto o tardi, qualcosa ci spaventa, ci fa davvero male: e allora chiudiamo le saracinesche al resto. Ecco perchè il mondo diventa incompresibile! Perchè ci sembra di farne parte, di stare male o stare bene assieme agli altri, ma non è vero. Siamo più concentrati su quello che teniamo chiuso dentro di noi, dietro le saracinesche abbassate, che su quanto succede là fuori: e non ci capiamo più niente di niente.

(...) se le mamme muoiono e i papà latitano e i gatti spariscono e gli amici litigano e le coppie si lasciano, và da se che le ragazze di quattordici anni s'innamorano, altrimenti non si capisce quale motivo avrebbero per partecipare a questo gioco?

Perchè se mi svegliassi nel cuore della notte per un incubo su Porcomondo e mi mettessi a gridare aiuto, nessuno arriverebbe di corsa qui, da un'altra stanza. Ecco perchè. Perchè non arriverebbe Tina: le margherite bianche del suo vestito blu non rischiarirebbero il buio. Non arriverebbe Cate a farmi notare, carissima e lucida: "Non lo vedi, Mandorla, che sei in camera tua? Non vedi che non c'è nessun Porcomondo?". Non arriverebbe Samuele, che ci metterebbe un po' a capire cosa succede, ma comunque mi inviterebbe ad andare in cucina, a mangiare pane e Nutella. Non arriverebbero Paolo e Michelangelo, che mi porterebbero nel letto grande per continuare la notte in mezzo a loro, con la televisione accesa sul canale di un documentario così noioso da farmi riprendere sonno all'istante. Non arriverebbe Lidia, a interpretare l'incubo, e non arriverebbe Lorenzo, che penserebbe di consolarmi sostenendo che i sogni felici sono ancora peggio di quelli brutti, perchè è il risveglio che poi ti frega. Non arriverebbe la signora Brambilla, che mi metterebbe a sedere sulle sue ginocchia, anche se oramai ho diciasette anni, e non arriverebbe l'ingegnere, a cui basterebbe accendere l'abat-jour sul mio comodino per farmi capire che tutto è a posto.
Non arriverebbe mamma, certo: e avvolta nella sua nuvola di muschio bianco non potrebbe giurarmi è finito, era solo un incubo, adesso ci sono io.

Viviamo tutti all'oscuro di qualcosa che ci riguarda, no? Tutti.
Non possiamo sapere perchè la nostra professoressa ogni tanto arriva in classe con le occhiaie, per esempio. Oppure perchè il panettiere che ci fa sempre una battuta spiritosa, in certi giorni non vada per niente di scherzare. (...) Non sappiamo chi è passato prima di noi a un bagno pubblico che puzza da fare schifo. Perchè il cane che abbiamo trovato è stato abbandonato. (...) Che cosa dicono le persone quando parlano di noi ma noi non ci siamo: nemmeno questo sappiamo. Possiamo illuderci d'immaginarlo, ma non lo sappiamo. E poi, un mondo di altre cose. (...) Ma quello che soprattutto non sappiamo è quale, fra le persone con cui siamo abituati ad avere a che fare, sarà la prossima a morire. E allora, se perfino nonostante questo continuiamo a vivere come se niente fosse, che sarà mai andare avanti senza sapere fino in fondo chi era il nostro Primo Fidanzato?

"Dunque conoscere una persona significa permetterle di darci o toglierci qualcosa. Significa farla entrare nella nostra esistenza: fargliela sporcare, il giorno che quella persona avrà le scarpe piene di fango. Fargliela illuminare, se a quella persona verrà in mente di portare con sè una lampadina. Fargliela modificare, insomma. Mentre noi modifichiamo la sua. Senza che magari nessuno - nè noi nè quella persona - mentre succede, se ne renda conto."

Per visualizzare eventuali immagini legate a questo post cliccare qui.


Commenti
Categorie: lettura
Tags: , , , , , , , ,

“Il leopardo” di Jo Nesbo
20 settembre 2011

Un po' di ottimismo scandinavo...

(...) Harry riusciva a vederle l'esile collo sotto i capelli raccolti e la peluria bianca sulla pelle, e pensò a come tutto fosse vulnerabile, alla grande rapidità con cui le cose cambiavano, a quanto poteva essere distrutto nel giro di pochi secondi. La vita era proprio questo: un processo di distruzione, la disintegrazione di qualcosa che all'inizio è perfetto. L'unica incognita un po' eccitante era se la distruzione sarebbe avvenuta all'improvviso oppure lentamente. Era un pensiero triste. Ma lui ci si aggrappò lo stesso.

Dunque, aveva detto che non avrebbe accettato il caso. Che aveva un padre in ospedale, ed era l'unico motivo per cui era tornato. Quello che non aveva detto era che, potendo scegliere se essere informato oppure no della malattia del padre, avrebbe preferito non sapere niente. Perchè non era tornato per amore. Era tornato per vergogna.
Harry alzò lo sguardo verso le due finestre buie del secondo piano, quelle di casa sua. (...)
Nel bilocale non era stato toccato nulla, eppure c'era qualcosa di diverso. Un riflesso grigio cipria, come se qualcuno fosse appena andato via e il suo respiro gelato fosse ancora sospeso nell'aria. Andò in camera da letto, posò la borsa e tirò fuori la stecca di sigarette sigillata. Anche lì era tutto uguale, tutto grigio come la pelle di una persona morta da due giorni. Si lasciò cadere di schiena sul letto. Chiuse gli occhi. (...)
Harry sapeva che c'era una bottiglia di Jim Beam mezza piena nell'armadietto sotto il lavello. Sapeva che poteva riprendere dal punto in cui si era interrotto lì, in quell'appartamento.

Per visualizzare eventuali immagini legate a questo post cliccare qui.


Commenti
Categorie: lettura
Tags: , , , , , , , , ,

“La caccia al tesoro” di Andrea Camilleri
4 settembre 2011

Propio in quel momento arrivò il dottor Pasquano e appresso a lui la machina per il trasporto dei cataferi. Montalbano, appena che lo vitti arrivare, pinsò che avrebbi in quel momento preferito attrovarsi in una foresta circondato da armàli feroci. E infatti Pasquano, da quel gran cornuto che era, si misi a fari tiatro.
Si acculò allato alla bambola e principiò a esaminarla.
"Il cadavere non presenta segni di violenza" disse.
"Dutturi, vidissi che 'na pupa è" l'avvertì la fìmmina che l'aviva scoperta e sinni stava ancora là, cchiù confusa che pirsuasa.
"Allontanatela" fici Pasquano. "Io devo lavorare".
E continuò:
"Forse è deceduta per cause naturali".
"Dottore, ora basta" disse Montalbano.
Pasquano satò addritta come un grillo, russo 'n facci.
"E non me la domanda l'ora della morte, ah?" sbottò.
"Ma non vede che lei non è più capace i distingure un cadavere da un pupo? Un'altra volta, prima di scomodarmi, si accerti che il morto sia un vero morto e non un manichino! Cose da rincoglioniti totali!".
Acchianò santianno in machina e sinni partì.
I dù barellieri s'avvicinarono lenti e dubbitosi. Taliarono la bambola. Po' uno si grattò la testa. L'altro spiò:
"Ma la dobbiamo portare via con noi?".
"No, no, potete andare anche voi, grazie". Si sintiva annichiluto. (...)
Finalmenti, quanno sinni ghiero tutti, carricarono la bambola nel bagagliaio e tornarono in commissariato senza scangiarisi parola.

(...) che tipo era quell'omo? Doviva 'nzumma farne un profilo. E qui gli vinni da ridiri. In tante pillicule miricane c'era spisso uno psicologo che travagliava con la polizia e che faciva i profili degli assassini scanosciuti. Nelle pillicule, 'sti psicologi erano sempre bravissimi, di un serial killer che non avivano mai viduto arriniscivano a diri quant'era àvuto, l'età che aviva, se era schetto o maritato, quelo che gli era capitato quanno aviva cinco anni e se viviva birra o coca-cola. E ci 'nzirtavano sempri.

Nota dell'autore.
Tutto quello che è scritto in questo romanzo, nomi e cognomi, situazoni, avvenimenti, sono solo frutto della mia fantasia. Se qualcunosi riconoscerà in un mio personaggio, vuol dire che ha più fantasia di me.

Per visualizzare eventuali immagini legate a questo post cliccare qui.


Commenti
Categorie: lettura
Tags: , , , , , , , , , , ,

“Il saio nero” di Candace Robb
7 luglio 2011

Era prossima la mezzanotte, eppure la luce del crepuscolo indugiava ancora sulle marcite che si stendevano tra il convento di Elcho e il fiume Tay. Risuonavano, sullo sfondo, i gracidii e i richiami delle creature della notte; davanti rumoreggiavano e sciabordavano le acque del Tay e del Willowgate che confluivano sotto l'isola di Friarton. Christiana sentì spaccarsi sotto i piedi nudi la crosta friabile del terreno inaridito dalla siccità estiva, ma al successivo passo affondò nella melma fino alla caviglia. Estrasse il piede con un brivido di disgusto. Aveva trascorso ventitre anni della sua vita coniugale a Perth, più su, lungo il fiume, e in tutto quel tempo non si era mai conciliata con le marcite. Cresciuta tra le montagne, i laghi, le rive scoscese del corso superiore del Tay, rimpiangeva l'aria fresca e frizzante e il suolo solido e compatto di quella contrada. Qui, invece, i campi lungo le rive erano insidiosi, talvolta più acqua che terreno, a seconda delle condizioni atmosferiche, inquietanti come lo erano i suoi pensieri.

Niente di quello che aveva sentito dire di Christiana McFarlane l'aveva preparata alla stanchezza fisica e mentale che l'aveva colta dopo essere stata alla sua presenza. (...) Che una donna così bella, così aggraziata nel portamento, potesse ispirare con la sua semplice presenza tanta paura e disperazione la gettava nello sgomento. Aveva creduto che Margaret fosse una figlia, come ce ne so tante, incline a lamentarsisenza ragione, piena di rancore per le cose che sua madre non voleva darle, ma ora pensava che fosse da ammirare per la sua forza d'animo.

(...) si accinse a riscaldare un po' di vino speziato da offrire alla sua padrona per conciliarle il sonno. Margaret entrò di lì a poco e nervosamente cominciò a tirare le stringhe intorno alla vita e sulle spalle. Appoggiato il boccale, Celia si affrettò ad aiutarla.
"... Mia madre ha chiesto di vedermi domattina prima della partenza."
"Per scusarsi di avervi accolto così male?" borbottò Celia affaccendandosi sui nodi che Margaret aveva ingarbugliato quando per l'impazienza aveva tirato le stringhe.
"Quello di oggi è il suo comportamento normale..."
"La puttana si è ritirata in convento, al sicuro e in mezzo al lusso, mentre i suoi figli sono nel mondo senza che nessuno della famiglia li protegga." (...)
Celia si morse la lingua e versò nel vino speziato qualche goccia della valeriana che aveva portato con sè. Le sembrava che Margaret ne avesse bisogno.

www.candacerobb.com

Per visualizzare eventuali immagini legate a questo post cliccare qui.


Commenti
Categorie: lettura
Tags: , , , , , , , , , , , ,

Antonio Rezza
4 luglio 2011

Serata dedicata alla proiezione di alcuni cortometraggi realizzati in un corso di produzione audiovisiva frequentato da un amico. Guasto tecnico… attesa interminabile… poi l'annuncio “nell'attesa proiettiamo La divina provvidenza di Antonio Rezza”… coro unanime “chissà che rottura di coglioni” invece… una grande rivelazione!



Nato a Novara nel 1965 dopo solo un anno si è trasferito a Nettuno, in provincia di Roma e attualmente vive ad Anzio. E' attore, regista, scrittore e molto di più. Dopo gli esordi teatrali risalenti al 1985 inizia nel 1987 il sodalizio artistico con la pittrice, scultrice e artista multimediale Flavia Mastrella che dura tutt'oggi.

Teatro
Nuove parabole (1988)
Barba e cravatta (1990)
I Vichinghi elettronici (1991)
Seppellitemi ai fornetti (1992)
Pitecus (1995)
Io (1998)
Fotofinish (2004)
Bahamut (2006)
7-14-21-28 (2009)

Cortometraggi e lungometraggi
La beata mancata (1990)
Fratello Kraus (1990)
Suppietij (1991)
La divina provvidenza (1992)
Il vecchio dentro (1992)
Confusus (1993)
Torpore Internazionale (1993)
L'orrore di vivere (1993)
Larva (1993)
De civitate rei (1994)
Il piantone (1994)
Praeoccupatio (1994)
Evolutio (1994)
Fiorenzo (1995)
Psicosi multipla (1995)
Schizzopatia (1995)
Represso (1995)
Raptus (1995)
Il telefonetto (1995)
Mongana (1995)
Zero a zero (1995)
Escoriandoli (1996)
Critico e critici (1996)
Virus (1997)
L'handicappato (1997)
Hai mangiato? (1997)
Porte (1997)
Il Mosè di Michelangelo (1999)
Turo (1999)
Troppolitani (1999)
Delitto sul Po (2002)
Samp (2002)
Fotofinish - documento a vita bianca (2006)
Ipotesi di film su Cristo Morto (2008)
Il passato è il mio bastone (2008)

Romanzi
Non cogito ergo digito (1998)
Ti squamo (1999)
SON[N]O (2005)
Credo in un solo oblio (2007)

“Mi piace far ridere il pubblico, non compiacerlo. E la fantasia è l'arma di cui mi servo.” (Antonio Rezza)

“Qui non si racconta la storiella della buonanotte, qui si porge l'altro fianco. Che non è la guancia.” (Antonio Rezza)

Da un'intervista di Luigi Farina
“Cosa vuoi trasmettere agli spettatori?”
“Niente, assolutamente niente. Non è che si fa una cosa, almeno noi, per trasmettere qualcosa. Noi facciamo le cose per noi stessi, se poi lasciano qualcosa nel pubblico, forse è l'unico limite dell'arte, quello di lasciare delle sensazioni al pubblico, di non essere completamente staccata dal pubblico. Non prevediamo la sensibilità del pubblico, saremmo appunto dei miserabili se prevedessimo che cosa suscita nel pubblico quello che noi facciamo. Lo facciamo per noi stessi, se poi hanno e danno qualcosa bene, ma mai messi nella testa del pubblico, mai, nemmeno una volta. Cioè l'artista che crea un ponte fra se e il pubblico è un pezzente, non è un'artista. Purtroppo siamo inquinati da questa miseria d'animo e non ce ne accorgiamo. Tutta l'arte che prevede il giudizio del pubblico a priori è arte misera, è l'arte di cui siamo abituati. Quindi il pubblico diventa copartecipe dello spettacolo e il biglietto dovrebbe costare la metà, perchè si fanno interi spettacoli basandosi sul gusto del pubblico, e ripeto mi sembra altamente scorretto tutto ciò.” (Antonio Rezza)

www.rezzamastrella.com

Per visualizzare eventuali immagini legate a questo post cliccare qui.


Commenti
Categorie: cinema · lettura · persone · teatro
Tags: , , , , , , , , , ,

“Tutta colpa dello scirocco” di Maria Di Piazza
24 giugno 2011

Storie di ordinaria prevaricazione per 7 fermate. Subway Letteratura.

E' stata una brutta notte, una di quelle notti, afosa, opprimente, spennellata di un mal di testa in lento inesorabile crescendo, gocce di dolore che stillavano nelle vene come farmaco da una flebo, sempre più frequenti pungenti lancinanti in misura proporzionale all'avvicendarsi di cifre digitali rosse sulla radiosveglia (...)

Lillo ha fatto la sua parte, mettendosi a piangere tre volte, infastidito dalle zanzare, dal caldo da serra per orchidee, una volta anche da un motorino che è passato scoppiettando sotto la finestra che avevi lasciato aperta per creare una parvenza di ventilazione, aria bollente in movimento sopra il comò e le poltroncine gemelle foderate di stoffa crema, sopra il letto matrimoniale e la culla con i pizzi e le trine voluta dalla madre di Silvana quando si era scoperto che aspettavate un bambino e lei era sicura, assolutamente sicura, che sarebbe stata una femmina; prendeva un'aria ispirata, tua suocera, quando ripeteva questa frase, un'aria ebete da predicatrice-santona di tv privata che a te stringeva lo stomaco in maniera quasi violenta. Silvana, dal canto suo, faceva sì con la testa e mormorava con un tono da prefica che sua madre queste cose le sapeva, se le sentiva. Appunto, sette mesi dopo era nato Lillo.

(…) Silvana davanti e te preparava l’ennesimo biberon. Hai provato a ricordarle che il pediatra aveva detto di non accontentare il bambino appena inizia ad agitarsi, ma di provare a farlo piangere un po’. Aveva consigliato di impostare l’ora del sonno in maniera uguale, una successione di canzoni e ciucci e pacche, orsetti sul cuscino, carillon con le api di plastica a cui dare la carica a intervalli di tempo regolari per poi guardare gli insetti giocattolo mentre girano inquietanti sopra la culla. Api che svolazzano su tuo figlio addormentato, che assurdità, appena l’hai visto ti è sembrato un congegno inquietante, ma era stata Loredana a regalarvelo, e, mentre tu avresti preferito aspettare per vedere se qualcun altro vi avrebbe omaggiato di un carillon più rassicurante, magari non a contenuto entomologico, Silvana ti aveva fatto trovare accanto alla culla il foglio dell’imballaggio con le istruzioni per montare la casetta con l’ape regina e tutte le altre piccole immonde creaturine. Il pediatra, allo studio, non aveva mai smesso di sorridere.

Eri andato via trascinando Silvana, il bambino avvolto in una coperta per non fargli prendere freddo in una giornata appena tiepida. Avevi riflettuto su quanto questa fosse stata l’ennesima umiliazione auto-inflittavi, uno sconosciuto che vi fa notare come vi facciate tenere in pugno da un bambino che vi ricatta strillando perché lo si nutra e culli e consoli; ti era sembrato più interattivo del solito. Lillo, dotato finalmente di un comportamento intellegibile anche se volto alla distruzione del vostro sonno e della vostra serenità, del vostro matrimonio.

Per visualizzare eventuali immagini legate a questo post cliccare qui.


Commenti
Categorie: lettura
Tags: , , , , , , , ,

Subway Letteratura
23 giugno 2011

Quella di quest'anno è la decima edizione di Subway Letteratura, manifestazione letteraria nata a Milano per promuovere la creatività e premiare il talento di scrittori e poeti esordienti, rigorosamente under 35, pubblicando e distribuendo gratuitamente le loro opere in tutta Italia.

La distribuzione gratuita dei libretti Subway Letteratura 2011 delle opere vincitrici, tutte introdotte da una prefazione d’autore a firma di uno dei membri della giuria, è iniziata anche quest'anno a Milano.

Gli ormai famosi Juke-Box Letterari sono presenti dal 16 giugno al 7 luglio nelle stazioni della metropolitana milanese e si trasferiranno successivamente nelle altre città del sempre più ampio circuito Subway (Bologna, Napoli, Palermo, Roma, Treviso e Venezia).

La tiratura complessiva dei 19 volumetti, stampati su carta riciclata al 100%, supera quest’anno i 5 milioni di copie.

Il comitato che ha selezionato le opere vincitrici è composto da Davide Franzini e Oliviero Ponte di Pino (curatori della manifestazione) e da: Andrea Bajani, Erica Berla, Caterina Bonvicini, Massimo Cacciapuoti, Roberto Carnero, Alessandra Casella, Pepa Cerutti, Maurizio Cucchi, Roberto Deidier, Luca Doninelli, Davide Federici, Giulia Ichino, Lucrezia Lerro, Paola Loreto, Francesco Lucioli, Raul Montanari, Enrico Palandri, Andrea G. Pinketts, Davide Rondoni, Stefano Salis, Alberto Samonà, Flavio Soriga, Francesco Paolo Ursi e Alessandro Zaccuri.

Questi i 12 scrittori, gli 8 poeti e i 13 illustratori che si sono aggiudicati il diritto di pubblicazione e distribuzione nazionale delle proprie opere:
Poeti
Anna Ruotlo, Antonio Pensiero, Silvia Patrizio, Francesco Iannone, Nicoletta De Angelis, Enzo Comin, Riccardo Fabiani, Viola Marongiu.
Scrittori
Maria Di Piazza, Elena Tea Russo, Francesca De Pascale, Loredana De Vitis, Francesco Cancellato, Astrid Mazzola, Susanna Combusti, Elena Cattaneo, Daniela Zuccotti, Giovanni Locatelli, Martina Botti
(Under 19), Luigi Fattore (Premio 80anni di ATM).
Illustratori
Sergio Di Petrillo, Daniele Fabiani, Simona D'agostino, Margherita Morotti, Anna Paola Bevilacqua, Graziano Leoni, Mariagiovanna Di Iorio, Licia Martina Tommaso, Adriano Berera, Annalisa Cocozza, Silvia Mauri, Ilaria Rebecca Lamanna, Salvatore Zanfrisco.


www.subway-letteratura.org

Per visualizzare eventuali immagini legate a questo post cliccare qui.


Commenti
Categorie: eventi · lettura
Tags: , , , , , , , , ,