foto di Elena Fiorio - Burano maggio 2009
“Le prime luci del mattino” di Fabio Volo
14 aprile 2012

Continuo a preferire il disimpegnato e un po' demenziale "Esco a fare due passi"... mi ricorda un viaggio in treno dove ho continuato a ridere per due ore da sola... dovrei prendere in considerazione l'idea di rileggerlo...

Ci sono momenti in cui la vita regala attimi di bellezza inattesa. (...)
Quando terminano i respiri corti, lasciando spazio a uno lungo profondo che riempie e svuota il petto. In quei momenti non mi manca nulla.

Ho trentotto anni e sto di nuovo imballando la mia vita. Di quanti scatoloni avrò bisogno? Dentro quanti scatoloni sta la mia vita? (...)
Appoggio la tazza del caffè e prendo qualche libro dalla mensola. Mi piace aprirli e vedere le frasi che negli anni ho sottolineato. Scoprire che cosa mi colpiva, cosa sentivo, cosa in fondo cercavo.
Il mio trasloco inizia da qui, dalle pagine del mio diario, dal racconto di quella che ero.

(...) mi sono svegliata e volevo fare una colazione tranquilla, in silenzio: burro, marmellata, succo d'arancia, caffè. Quando sono arrivata in cucina, Paolo aveva smontato l'aspirapolvere rotto e aveva messo sul tavolo dei fogli di giornale con sopra tutti i pezzi. Non ho detto nulla, ho preparato la moka e sono andata in bagno. Poi ho preso il caffè e me ne sono tornata in camera. Ero infastidita, ma non avevo voglia di discutere, così sono rimasta a letto. Dopo qualche minuto, lui è entrato e mi ha chiesto se sapevo dov'era la garanzia dell'aspirapolvere. Ha aperto l'armadio e ha cercato qualcosa in una scatola. Poi ha lasciato spalancate l'anta e la porta della camera ed è tornato in cucina, dove ha continuato a fare rumorosamente i suoi lavori.
In quel momento ho pensato che questa vita non fa più per me. Mi sono sentita come quell'aspirapolvere: un mucchio di pezzi che non riesco più a tenere insieme. (...)
Alcune mattine mi sveglio e mi sento già di cattivo umore, devo uscire subito dal letto perchè perfino le coperte sembrano fatte per imprigionarmi. Non mi era mai successo. Ho paura di diventare una donna cattiva. Mi capita di avere gli stessi atteggiamenti che ho sempre odiato in mia madre.
Non so che fare, non so come uscirne. (...)
Avrei bisogno che qualcuno mi ascoltasse.


Continuo a ripertermi che va tutto bene. Allora perchè mi tremano le mani?

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“I cani di Riga” di Henning Mankell
18 marzo 2012

La spiaggia di Mossby era deserta, i chioschi e i bar erano chiusi per l'inverno, il mare aveva il colore freddo all'acciaio. A parte il rumore delle onde, l'unico altro suono era il cigolio lamentoso delle altalene che dondolavano irregolarmente mosse dalle folate di vento. Quando Wallander scese dall'auto una folata gli sferzò il viso e lo fece rabbrividire. Sulla cima di una duna, fra i ciuffi d'erba senza vita, la figura di una donna si stagliava contro il cielo agitando un braccio. Di fianco a lei, un cane si muoveva irrequieto. Wallander si incamminò con passo rapido. Come sempre, sentiva l'angoscia crescere dentro di sè per quello che avrebbe visto. Non era mai riuscito a evitare un senso di acuto malessere alla vista di persone morte e sapeva che non ci sarebbe mai riuscito. I morti avevano una cosa in comune con i vivi, erano sempre diversi. (...)
Poi pensò che era stata una fortuna che il canotto non si fosse arenato in estate, quando la spiaggia era piena di gente e di bambini che giocavano. Quello che aveva davanti agli occhi non era uno spettacolo gradevole.

Come sempre suo padre era intento a dipingere nel vecchio fienile che chiamava il suo atelier. Il locale era pervaso dall'odore di trementina e di colori a olio, e come ogni volta, Wallander ebbe la netta sensazione di entrare nel proprio passato. Quegli odori pungenti che avvolgevano sempre suo padre quando lavorava nel suo atelier erano tra i primi ricordi della sua infanzia e sembravano non cambiare mai, così come rimanava immutabile il soggetto che suo padre dipingeva da sempre. Un paesaggio al tramonto. Di tanto in tanto, senza che Wallander fosse mai riuscito a capire quale strano impulso ne fosse la causa, il padre aggiungeva un gallo cedrone in primo piano sempre a sinistra.
Il padre di Wallender era un pittore della domenica. Un giorno, molti anni prima, aveva deciso di aver conquistato la perfezione della propria arte con quel motivo e non lo aveva più cambiato. Solo più tardi, quando aveva raggiunto la maturità, Wallander aveva capito che quella decisione non era dovuta a pigrizia o a incapacità. Quell'immutabilità dava a suo padre quel senso di sicurezza di cui aveva apparentemente bisogno per continuare ad affrontare la vita.

La risposta del maggiore Liepa lo sorprese.
"Io sono religioso" disse, "ma non credo in un dio. Però a dispetto di questo penso che l'uomo può avere una fede, si può credere a qualcosa che è al di là del limite naturale della ragione. Anche il marxismo incorpora una componente di fede non indifferente, anche se pretende di essere una dottrina razionale e non una semplice ideologia. (...)"

Sono pazzi, pensò Wallander. Pazzi che vivono in un mondo irreale, in un sogno dove hanno perso tutto il senso delle proporzioni. E io rappresento la loro ultima speranza e hanno ingigantito le mie capacità. Il poliziotto svedese come l'ultimo eroe romantico. Improvvisamnte gli sembrò di capire fino a che punto la paura potesse influenzare e cambiare le persone. Erano arrivati a credere che con la sua sola presenza, Wallander avrebbe risolto tutti i loro problemi come un angelo liberatore. Non erano certo dello stampo del maggiore Liepa, che molto realisticamente aveva solo e sempre fatto affidamento su se stesso. Il maggiore Liepa aveva detto di essere un uomo religioso ma non aveva lasciato che la sua fede fosse oscurata da un dio. Aveva capito che la realtà della nazione lettone iniziava e finiva con le ingiustizie che affliggevano la vita di tutti i giorni dei suoi cittadini. Con la scomparsa del maggiore, quelle persone avevano perso l'interlocutore di riferimento e nel loro stato di confusione mentale e smarrimento credevano di aver trovato in Kurt Wallander, il poliziotto svedese inviato dal cielo.

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Ricette proibite
16 marzo 2012

Allora ridateci Bigazzi...

In libreria dal primo di marzo "Ricette proibite. Rane, asini, rondinotti, gatti e tartarughe nella tradizione alimentare" un ricettario sui generis che ha suscitato discussioni e polemiche.

L'autore, Tebaldo Lorini, fiorentino esperto di folklore e tradizioni gastronomiche, passa in rassegna in questo volume tutti i piatti 'politicamente scorretti' della secolare tradizione culinaria italiana, partendo dalle abitudini alimentari dei popoli antichi sino ad arrivare alle usanze più recenti, magari quelle dei nonni, mostrando come pietanze che oggi non verrebbero mai presentate in tavola fossero una volta di uso relativamente comune.

Una cinquanta di piatti descritti e illustrati a colori da Marta Manetti, sono accompagnati anche da consigli sulla preparazione delle carni e sui tempi e metodi di cottura. Cicogna arrosto, volpe alla brace, spezzatino di tasso, porcospino al sugo, stracotto d'asino, cigno con le arance e perfino gatto in umido e ragù di corvo.

Più che legittima la domanda: si può escludere che alcune ricette che oggi sono un classico del pranzo domenicale analogamente un domani potrebbero risultare disgustose, impensabili e proibite?

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“Il danno” di Elsebeth Egholm
11 marzo 2012

La vista della donna morta al porto le ondeggiava nella testa insieme al dolore, finchè non dovette arrendersi e infilare una mano nella borsa alla ricerca dell'aspirina. Andò nella cucina a prendere un bicchiere d'acqua e si fermò davanti al lavandino per inghiottire le pillole, che sapeva avrebbero alleviato solo il picco del dolore. Il punteruolo accuminato che lavorava nel profondo, quello non lo avrebbero eliminato. Cercò invano di accantonare i pensieri, ma le si rovesciavano addosso ugualmente insieme all'immagine della sirena morta col ventre insanguinato. Non poteva accadere. Nessun essere umano avrebbe dovuto finire così la sua vita.

(...) vide l'uomo entrare in sala pesi. La prima cosa che la colpì fu la sua stazza. Era alto e largo, ma riempiva la stanza anche in un altro, indefinibile modo. Aveva in spalla un borsone verde bottiglia e indossava i jeans e una polo nera a maniche corte. In poche parole era comune, eppure non lo era. Pensò a Bo e alla sua figura ossuta, magra come quella di un gatto; ai capelli lunghi e alla barba che doveva sempre ricordagli di spuntare perchè non somigliasse a un profugo albanese. Pensò alla sua eterna inquietudine, a quanto trasferiva il proprio nervosismo in tutta la casa. E piena di vergogna bramò improvvisamente tranquillità e sicurezza, bramò di affondare nell'abbraccio di un uomo imponente con la voce che suonava come mogano scuro.

Che cos'era quel giro di donne infelici che stava lentamente emergendo dal disegno generale? Da dove cominciava? Dall'offerta di uteri in affitto? Dalla domanda? O in realtà era cominciato il giorno in cui la scienza era riuscita a generare un bambino fuori dall'utero della madre biologica? O il primo giorno della storia del genere umano, quando la donna aveva scoperto la maternità e l'aveva assunta come identità?
Anche lei era cresciuta in un periodo della storia in cui la solidarietà fra donne era una priorità scritta in rosso sugli striscioni delle femministe. E adesso stava lì, nel bel mezzo di un caso in cui alcune donne sfruttavano altre donne nel nome della sacra maternità, e poi si concedevano l'assoluzione. I tempi erano cambiati. La concezione della felicità personale nella casa unifamiliare non era solo diventata una cosa per cui si era pronti a lavorare e a combattere. Era una cosa per cui si era pronti a sfruttare gli altri e forse persino a uccidere.

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Moltalbano e il cibo
26 febbraio 2012

Post(ino) numero cento... chi l'avrebbe mai detto...

Estratti da “La caccia al tesoro” di Andrea Camilleri.

Annò in cucina, raprì il frigorifero e gli cadero le vrazza.
Tanticchia di caciocavallo, quattro passuluna, cinco sarde sottoglio e 'na troffa d'acci, chiuttosto scarso il contenuto. Però meno mali che Adelina il pani frisco glielo aviva accattato.
Raprì il forno. E fici un ululato lupigno di filicità.
'Na porzione bastevole per quattro di milinciane alla parmigiana, fatte con tutti i sacramenti!
Addrumò il forno per quadiarle, annò nella verandina, conzò la tavola, sciglienno 'na buttiglia di vino speciali.
Aspittò che la parmigiana quadiasse bona, e po' se la portò a tavola nella teglia stissa, senza travasarla in un piatto.
Quando finì, un'ora e mezza doppo, alla teglia non ci sarebbi stato nisciun bisogno di lavarla. L'aviva accuraramenti puliziata col pani, il suco era 'na maraviglia.

Alla trattoria di Enzo, pur avenno fatto il proposito di mantinirsi dintra limiti ragionevoli di mangiata, sbracò davanti a un piatto di involtini di pisci spata e sinni fici portari un’altra porzioni, pur avennosi agliuttuto in precedenza ‘na bella varietà d’antipasti di mari e un gran piatto di spachetti alle vongole.
La passiata al molo fino a sutta al faro fu perciò cchiù che necessaria e magari l’assittatina supra allo scoglio chiatto con relativa sicaretta.

Doppo essirsi stipato con pasta al nìvuro di siccia e ‘na mezza chilata di gammaroni, si fici la solita passiata fino al faro, s’assittò supra allo scoglio chiatto e passò ‘na mezzorata bona a scassare i cabasisi a un granchio.
Po’ sinni tornò in ufficio (…)

Forsi Adelina aviva fatto la bella pinsata di celebrari in forma sullenne il so ritorno in servizio.
Fatto sta che raprenno prima di tutto il frigorifero, s’attrovò davanti a ‘na decina d’involtini di pisci spata fatti come piacivano a lui e dù grossi finocchi tagliati e puliziati, quelli che ci volivano per rinfriscari la vucca. E c’era macari ‘na buttiglia di vino in friddo. Nella parti interna dello sportello ci stava ‘mpiccicato un foglio di carta con supra scritto: taliare macari nel forno. E lui taliò.
Dintra al forno risplendeva ‘na teglia di pasta ‘ncasciata!
Manco con l’uso della forza o della seduzioni si sarebbi fatto persuaderi da Ingrid ad annari a mangiare in qualchi ristorante.

“Che mi porti?”.
“Tutto quello che voli”.
“E io tutto voglio”.
“Oggi havi pititto?”.
“Non tanto. Però spilluzzicanno canticchia di tutto, alla fini avrò mangiato a malgrado che non avivo pititto”.
Finì che s’abbuffò suo malgrado. E sinni vrigugnò, per la prima volta nella sò vita.
Po’, mentri s’addirigeva verso il molo, si spiò pirchì si era vrigugnato d’aviri mangiato a tinchitè.

S’arricampò a Marinella che erano squasi le tri del matino. Aviva un pititto che si sarebbi mangiato vivo un liofanti. Dintra al forno, ‘na gran teglia di pasta ‘ncasciata. E otto arancini, ognuno cchiù grosso di ‘n arancio. Mentri sinni annava in bagno a farsi ‘na doccia, si misi a cantare ad alta voci. Stunato come ‘na campana. E quanno finì di mangiare, divitti squasi strascinarisi fino al tilefono per chiamari a Livia (…)

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“Nel nome del padre” di Gianni Biondillo
18 febbraio 2012

"Amore è un po' tardi... ora ti devo portare a casa."
"Di già?"
"Tesoro... siamo andati al parco, poi alle giostre, adesso al cinema..."
"Ma io voglio stare ancora un po' fuori, non voglio tornare a casa subito."
Vorrebbe chederle perchè. Vorrebbe sarere come la tratta Sonia, cosa le dice. Ma non lo fa. Non è giusto, non è corretto nei confronti della figlia.
"Amore, lo vedi che è tardi... inizia a fare freddo... devi mangiare..."
"Andiamo a mangiare una pizza, dai..."
"Alice, io..." Si perde negli occhi della figlia. "Aspetta un attimo."
Tira fuori il cellulare. La bimba gongola. Luca si gira verso il muro come a cercare un po' di intimità.
"Sonia?"
"Luca?" La voce è allarmata. "E' successo qualcosa ad Alice?"
"No, no, non preoccuparti, è tutto a posto."
"Cosa vuoi allora?"
"Senti, volevo dirti che la bimba vorrebbe stare ancora un po' fuori, vorrebbe mangiare una pizza..."
"Non se ne parla neppure. Porta subito Alice qui, a casa."
La bimba saltella su un piede, avanti e indietro.
"Ma dai, poi ci rimane male."
"Domani mattina va a scuola, non voglio che faccia tardi."
"Una pizza, facciamo in fretta."
Gesticola, come se lei lo vedesse.
"Portala subito qui. Non farmi urlare" e lo dice urlando, al punto che la sente pure la figlia.
"Ma cazzo, Sonia, sono il padre, avrò anch'io diritto di..."
"Tu non hai nessun diritto, lo hai capito?" Non la ferma più nessuno, è furiosa. "Porta subito Alice a casa, non farmi incazzare, portala subito qui!"
"Ma perchè devi fare così, non c'è niente di male se si diverte un po'..."
"E già! E' facile per te, la porti al cinema, la porti in pizzeria... poi sono io che devo svegliarla la mattina, poi sono io la cattiva che le deve insegnare le regole... tu fai il papà simpatico, e io sono la stronza!"
"Sonia, non urlare."
Alice lo guarda spaventata.
"Portala qui, entro mezz'ora. Non te lo ripeto più!"

"Fammi entrare."
"No!"
"Sonia, eravamo d'accordo, non farmi incazzare. Il Natale l'ha passato da te, ora mi prendo la bimba e me la porto via."
"Non ci provare neppure."
Prova a chiudergli la porta in faccia, ma lui la blocca con un piede.
"Sonia, sto perdendo la pazienza. Vesti Alice e falla uscire, subito."
"Ti ho detto di no. La bambina ha la febbre, io non la faccio uscire con questo freddo."
Lui sbuffa, alza gli occhi al cielo.
"Sono in macchina, la porto a casa, con me, non prenderà freddo."
"Non dirlo neanche per scherzo."
"Ma insomma che cazzo vuoi da me? Vuoi farmi impazzire?"
E' a una spanna dal suo volto, sembra voglia mangiarglielo.
"Non fare il pazzo."
Lui cerca di calmarsi.
"Allora fammi entrare, resto qui tutto il giorno" lei sgrana gli occhi, "non preoccuparti, sto in camera con lei."
"Non ti voglio in casa mia."
"Cosa? COSA? Questa non è casa tua, lo vuoi capire? Non è tua, non l'hai comprata tu! Non lo stai pagando tu il mutuo!"
Ha scelto lei i mobili, ha discusso lei con l'architetto, ha curato lei il giardino. E questo Luca lo sa.
"Vallo a dire al giudice, se ne hai voglia."
Lui le dà le spalle, cerca di contenere le lacrime, non vuole farsi vedere debole hai suoi occhi. Le mani sono strette nei pugni, le nocche sono praticamente senza sangue.
"Sonia. Ti prego." Si gira ancora verso la donna, è più calmo. "Non ti preoccupare per Alice. La copro, la porto a casa, le faccio una camomilla calda."
"Ma cosa dici? Non sai neppure di cosa parli... l'hai mai curata tu? Sai di cosa ha bisogno se le sale la febbre? Sai quale è il suo peluche che tiene sotto le coperte quando è malata? Non sapresti distinguere una supposta da un'aspirina, smettila!"
"E allora aiutami tu. Dimmi cosa devo fare."
"Ci dovevi pensare prima."
"Non puoi farmela pagare per sempre, lo capisci? Come posso imparare ad essere suo padre se tu continui a negarmelo?"

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“Testimone inconsapevole” di Gianrico Carofiglio
5 febbraio 2012

Abdou Thiam era un uomo molto bello, con una faccia da cinema e occhi profondi. Tristi e distanti.
Rimase in piedi davanti alla porta fino a quando mi avvicinai, gli diedi la mano e gli dissi che ero il suo avvocato.
La stretta di mano di una persona dice un sacco di cose, se uno ha voglia di farci attenzione. La stretta di Abdou diceva che non si fidava di me e, forse, che non si fidava più di nessuno. (...)
Ci sedemmo sulle due sedie e mi accorsi quasi subito che non sarebbe stata una conversazione facile.
Poi per la prima volta da quando eravamo insieme in quella stanza Abdou Thiam mi guardò come se esistessi realmente. Parlò a voce bassa.
"Non ho ucciso Ciccio. Lui era mio amico". (...)
Esitò un attimo ma fu lui il primo ad allungare la mano per stringere la mia. La stretta era leggermente, solo leggermente diversa da quella di circa un'ora prima.

Parlò solo dopo aver finito la sigaretta, quando il silenzio stava diventando insopportabile.
"Se facessimo il rito abbreviato, posso anche essere assolto?"
Era fin troppo intelligente. Facendo il giudizio abbreviato sarebbe stato sicuramente condannato. Non lo avevo detto ma lui l'aveva capito.
Risposi a disagio.
"Teoricamente, teoricamente sì".
"Che vuol dire?"

"Sei intelligente, avvocato. Io ho sempre pensato di essere più intelligente degli altri. Questo non è una fortuna, ma è difficile capirlo. Se pensi di essere più intelligente degli altri non capisci molte cose, fino a quando non ti cadono addosso. Allora è tardi".

La domanda me l'aspettavo, e infatti arrivò.
"Tu credi che questo ragazzo senegalese sia innocente?"
"Non lo so. In un certo senso non è un problema mio. Ci tocca difenderli meglio che possiamo, siano innocenti o colpevoli. La verità, se esiste, la devono trovare i giudici. Noi dobbiamo difendere degli imputati.
Scoppiò a ridere.
"Complimenti. Cos'era, la prolusione al corso La nobile professione dell'avvocato? Vuoi entrare in politica?" (...)
"Hai ragione ero ridicolo. Io credo che Abdou sia innocente, ma ho paura a dirlo".
"Perchè?"
"Perchè lo penso in base ad una mia intuizione, alle mie fantasie. Lui mi piace e allora penso che sia innocente. Perchè vorrei che fosse innocente. E poi ho paura che venga condannato - ed è probabile che sia condannato - sarà un brutto colpo, per me. Bhe, sarà un colpo peggiore per lui".
"Perchè ti piace?"
Mi sorpresi a rispondere senza pensare. E a scoprire la risposta nel momento stesso in cui la dicevo.
"Perchè riconosco qualcosa, di me, credo".

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“Donne informate sui fatti” di Carlo Fruttero
15 gennaio 2012

La bidella.
C'erano in vista altre tre persone, ma lontane, due donne e un uomo, che già stavano facendo nel prato quello che ero venuta a fare io, cioè raccogliere una verdurina selvatica che noi chiamiamo i girasoli, che non sono i veri girasoli, ma dei ciufetti rasoterra, bianchi e verdi, da mangiare in insalata con le uova sode. Roba da poco, ma Cesare ci fa tutta una festa di stagione, li vuole tutte la primavere. Per di più adesso è diventata una specie di primizia ecologica, pochi banchi al mercato la tengono e te la fanno pagare un casino. (...)
Poco dopo sono arrivate altre macchine e un'ambulanza. Quei tre che raccoglievano i girasoli sono venuti di corsa a curiosare ma li hanno tenuti lontano con belle maniere, prego, non c'è niente da vedere eccetera. E intanto recintavano il posto con quelle strisce bianche e rosse.

La barista.
Bisogna capirla, bisogna saperla perdonare, mio dolce Nerino, quella rotta in culo di bidella, l'egregia signora Covino. Poteva starsene zitta, farsi gli affari suoi, ma figurati se la spiona perde l'occasione di fare una spiata, soprattutto contro di me per il semplice fatto che suo marito viene sovente al bar e scherza volentieri, fa un po' lo scemo, fa le battutine sulle mie cosiddette curve, che magari ne avessi un po' di più. Gelosa alla grande, e poi per niente, per meno di niente, perchè Cesare è un brav'uomo ma non ce lo vorrei nemmeno sulla classica isola deserta, una mezza sega di pensionato over sessanta almeno, pelato, con le gambe storte (...)
E così ci hai patito tu, povero Nerino, te ne sei rimasto delle ore senza la sua padrona, vieni qui che ti coccolo, amore, e ti spiego un po'. Lo so che il fieno è la dieta giusta ma un bel muchietto di erba fresca una volta all'anno ti fa impazzire e non può farti male, non ti fa gonfiare il pancino, coniglietto mio. E per questo sono andata in quel prato della madonna, ho visto il corpo e sono corsa via senza dire niente a nessuno. (...)
Mi mettevano le foto, solo la faccia, sotto il naso, una bella ragazza anche se piuttosto sbiancata, piuttosto livida, poveretta, perchè è un fatto che l'obitorio non dona.

La carabiniera.
Le due donne, da donna a donna, devo dire che non mi sono piaciute, nè la bidella nè la barista con il suo coniglio. Ma quando una ha un capo ostile e comunque sfottente è meglio se le sue impressioni se le tiene strette. (...)
Altre due donne nell'indagine e nemmeno queste tanto entusiasmanti. La figlia, con il suo papà, papà, povero papà e l'altra, più vecchia (una parente? un'amica?) più contegnosa. Aveva lei la situazione in pugno, si vedeva subito. (...)
Una parola sulla povera morta, povera Milena, io non gliel'ho sentita dire per tutto il tempo che siamo rimaste nell'ufficio del capo.

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Lorenzo Ferri del quarto piano
14 gennaio 2012

Estratti da “Le luci nelle case degli altri” di Chiara Gamberale.

Non ho aspettato nemmeno che Lorenzo mi invitasse ad entrare, per fare quella domanda che ormai mi rimbalzava in testa da ore (...) "Come si fanno i bambini?"
Lorenzo allora ha allargato gli occhi (uno verde e l'altro marrone, tutti e due grandissimi), e mi ha detto andiamo di là, in salotto.
Mi ha invitato a sedermi su una poltrona, è sprofondato su un'altra e ha cominciato a prepararsi una sigaretta, con una cartina, del tabacco e quella che all'epoca mi sembrava solo una strana pallina di gomma (...)
"La vita umana cara Mandorla, è una pazzia" ha cominciato. "C'è chi crede, pensa a te: alle decisioni che prende, alle cose che fa... come se avessero senso! E invece non ce l'hanno, tocca abituarsi: siamo tutti, nessuno escluso, frutto del sogno di un vecchio ubriaco che non sa che cosa cazzo dice, figuriamoci se sa che cosa sogna."
"Si, ma i bambini? Come si fanno?" ho insistito.
"Un attimo, adesso ci arrivo." (...)
"Come" ha dato un ultimo tiro alla sigaretta che poi ha spento in una tazzina di caffè, sul bracciolo della poltrona.
"Vuoi sapere proprio come, nel senso di: praticamente?"
"Si." C'era bisogno che lo ribadissi? Parlare con quell'uomo pareva impossibile.
"Le donne hanno quella cosa, fra le gambe: la maledizione di noi uomini che altrimenti passeremmo il tempo a fare cose interessantissime"
"Tipo?" (...)

"Dunque" ha sospirato, "da tutte le parti ci arriva il messaggio che amare è bello. Pensa alle favole che raccontano a voi femmine quando siete piccole. Biancaneve e la Bella Addormentata avrebbero dormito tutta la vita se non arrivava il Principe Azzurro a svegliarle. E Cenerentola? Avrebbe continuato a pulire cessi. O no?"
"Si?" Che potevo dire?
"Si. O meglio: no. Cioè: si, siamo martellati dalla promessa che quando troveremo l'amore potremo dirci davvero realizzati, ma no: non è vero. Chi l'ha deciso che imboccare i figli del Principe Azzurro per Biancaneve sia stato meglio che dormire tutta la vita, circondata però dall'affetto dei suoi amici nani che sicuramente, una volta diventata madre, è stata troppo occupata con la casa, i pannolini e tutto il resto per poter anche solo sentire al telefono? Eh? Chi l'ha detto?"
"Ma poveri nani..." non potevo che considerare.
"Poveri nani, Mandorla, brava! Poveri nani. Perchè, le tre fatine della Bella Addormentata? Quante volte pensi che andrà a trovarle, quella stronza, quando dovrà stare dietro all'argenteria del castello dove andrà ad abitare, o quando dovrà iscrivere i bambini a equitazione, perchè vuoi che non sappiano andare a cavallo, i figli del re?"
"Povere fatine!"
"Povere fatine, certo. Ma..." e ha dato l'ultimo tiro al mozzicone di canna che ormai gli stava bruciando i polpastelli "ma è proprio chi tifa per i sette nani e per le tre fatine che può farcela."

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Tina Polidoro del primo piano
13 gennaio 2012

Estratti da “Le luci nelle case degli altri” di Chiara Gamberale.

Se gli esseri umani possono dividersi fra quelli che si sentono in diritto di esistere e quelli che invece si sentono in dovere di farlo, lei sicuramente era fra questi ultimi. Le era proprio impossibile considerare un'ingiustizia che la sua vita, a guardarla bene, apparisse come una lunga, ininterrota sequenza di rogne: anzi. Si sentiva perfino fortunata per non essersi mai trovata fra i piedi il tranello di una speranza, così da potersi abituare senza inutili distrazioni alla solitudine che si era piantata subito nella sua vita per germogliare in giorni, mesi: sessantanove anni.
Non pensava di meritarsi niente di buono, tutto qui e non perchè avesse mai fatto qualcosa di male. Questo no. Ma perchè ci sono quelli che vengono fuori di testa e ce ne sono pochi che invece vengono fuori di piedi: Tina era uscita di piedi. Causando subito difficoltà, all'ostetrica e a quella poveraccia di sua madre, che per tutta la vita non aveva mai smesso di rinfacciarglielo. (...)

Tornava a casa e si scaldava otto tortellini, ogni sera: la mattina alle sei e cinquanta insieme al caffè metteva una pentola d'acqua sul fuoco e ne faceva bollire sedici. Era un'abitudine che aveva preso ai tempi della scuola, prima di andare in pensione, di modo da poter tornare a casa anche alle due se c'era la riunione con i genitori, e trovare comunque ad accoglierla un pranzo già pronto. Bastava scaldarli, i sedici tortellini. E gli otto che rimanevano già le assicuravano la cena.
A volte li condiva con il sugo, a volte con il burro. Dipendeva. C'erano giorni in cui percepiva di essere fra quelli che se non c'è del pomodoro non consideravano un primo piatto un primo piatto, altri in cui si includeva fra quelli per cui fa lo stesso, basta che si mangi.

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