“La briscola in cinque” di Marco Malvaldi20 febbraio 2013
Quando cominci a ciondolarti sulle gambe, quando ti accendi un'altra sigaretta per far passare altri cinque minuti anche se hai la gola che ti brucia e la bocca talmente impastata da credere di aver mangiato un copertone, così anche gli altri se ne accendono una e si sta lì ancora un po', insomma quando è così è veramente ora di andare a letto.
- Cognome e nome?
- Massimo Viviani, cioè Viviani Massimo.
- Nato?
- Certo, sennò non sarei qui.
- Vuol essere così esauriente da dirmi anche dove e quando?
- Pisa, cinque febbraio millenovecentosessantanove.
- Grazie. Professione?
- Barrista.
- E cosa cazzo sono questi esseemmeesse, prima di tutto? - chiese Ampelio che si stava perdendo quello che, a suo giudizio, era il meglio.
- Gli SMS - cominciò il dottor Carli - sono messaggi di testo scritto che vengono mandati attraverso i telefoni cellulari, i computer o anche eventualmente il telefono di casa, se si ha l'apparecchio giusto. I ragazzi li sfruttano molto, anche perché mandarli costa meno che chiamare. E poi va di moda.
Ampelio fece un cenno col mento piuttosto dispregiativo e grugnì.
- Bei tempi! Quand'ero giovane io menomale andava di moda chiava'...
- Ma te sei fissato, lo sai? Sembri mia mamma. Questo fa male alla digestione, quell'altro ti gonfia lo stomaco, quell'altro ancora porta sfortuna... Ma la gente non può fare quello che gli pare?
- Qui, no. In altri bar, forse. Qui, se uno chiede un cappuccino in orario canicolare, gli deve essere spiegato con ferma cortesia che pur rispettando la sua audacia non gli permettiamo di farsi del male. Se gli va bene, è così. Sennò, il cappuccino se lo fa fare al Pennone, così se muore perlomeno muore sul lungomare ed è contento.
(...) il bar si stava beatamente godendo il meritato riposino del dopopranzo. Massimo, dietro il bancone con i piedi a mollo in una tinozza piena d'acqua, stava leggendo (Quel che resta del giorno, di Kazuo Ishiguro, bel libro ma leggetelo in un periodo in cui siete allegri altrimenti vi gettate sotto un tram). (...)
- Be', mi avevano detto che lei è un ottimo osservatore, e avevano ragione. Mi avevano anche detto che lei è decisamente antipatico.
- Sbagliato - disse Massimo continuando a leggere. Io sono molto simpatico, al contrario. Semplicemente detesto che la gente si senta in diritto di rompermi i coglioni, e da quando quella bimba è stata assassinata questo accade piuttosto di frequente. Posso offrirle qualcosa da bere?
- Perché no? Potrei avere un caffè?
- No, è fuori dalla mia portata.
- Come, prego?
- Come può vedere, in questo momento ho i movimenti abbastanza impediti dall'avere i piedi in una tinozza. La macchina del caffè è troppo lontana. Può avere tutto quello che vede da questa parte del banco - tè freddo, birra, acqua e bibite ghiacciate, granita siciliana fatta come Dio comanda con autentici limoni di Erice, oppure al caffè. Non è poco, ne converrà anche lei.
- Ma... una granita al caffè, grazie.
- Con panna o senza?
- Senza, grazie. Dunque...
- Con brioche o senza?
- La granita con la brioche? Questa la sento ora.
- Davvero? - Massimo sembrò sinceramente dispiaciuto. - Che amarezza. Dunque?
- Senza, grazie - disse l'avv. Valenti cominciando a tradire un minimo d'irritazione.
- Io so solo che devo cambiare insegna, evidentemente. Devo levare quella con scritto «Bar» a mettercene una in marmo con scritto «Commissariato» - qui la voce di Massimo cominciò ad alzarsi di tono - così finalmente la gente ricomincerà ad entrare qui e a chiedere un caffè, invece di affettarmi le palle con il delitto! La prossima volta che mi capita di trovare un cadavere in un cassonetto mi costituisco e mi accuso io dell'omicidio, cazzo! Perlomeno forse così riuscirò a stare tranquillo un attimo.
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“Madama sbatterflay” di Luciana Littizzetto10 gennaio 2013
Adesso, quasi quasi, mi faccio un tatuaggio. Sulla coscia. Blu. A forma di vena varicosa, così mi porto avanti col lavoro.
Vogliamo parlare dei maschi che si tingono? Guarda, solo a pensarci mi viene la congiuntivite. Non è tanto il tingersi in sè, che va be', se uno si fa schifo grigio, che cosa vuoi mai dirgli, ma è che le tinte maschili sono sempre orride. Sono sempre colori che non esistono in natura. Smalti da carrozzeria.
... hanno quei neri mantello di Zorro, biondo vimini, mogano cruscotto della Jaguar. (...)
Con sto' castano castoro che persino il castoro, se ti vede, ti dice: "Minchia, esagerato!". Ma com'è che le donne riescono ad avere tinte naturali e i maschi sembrano colorati col trattopen?
Poi, non so se avete notato, ma quelli che si fanno fotografare nudi sono sempre unti... ma perchè? Li devi mica friggere... Te li devi portare a letto, che, oltrettutto, uno così vuncio ti fa subito l'alone sulle lenzuola. Cosa te ne fai? Prima di coricarti lo impani?
... esistono donne insignite della fighitudine imperitura. Che non è questione di bellezza, ma di stato di grazia che ti porti dietro finchè campi, anche a ottant'anni e oltre. La fighitudine, alcune donne ce l'hanno e altre no. Io, per esempio, non ce l'ho.
Sono dotate di fighitudine quelle che si alzano dal letto come se fossero appena uscite dal parrucchiere. Io invece esco dal parrucchiere come se fossi appena scesa dal letto. Rendo l'idea? (...)
Io con il ciclo ho delle occhiaie come Voldemort mentre loro fanno paracadutismo. Sono quelle che hanno mani lunghe e affusolate senza bisogno di unghie finte. Io una volta ho messo le unghie finte e sembravo uno di quei rastrelli di alluminio da giardino per tirar su le foglie. Quelle che, dopo aver fatto l'influenza, non appaiono sciupate, sono bianco perla. Se faccio io l'influenza, sembra che mi abbia masticato un mastino senza denti.
Io ho quarantotto anni ma me ne sento ottantaquattro portati a stento. Alla sera apro la "Settimana Enigmistica" ma non riesco nemmeno a risolvere il primo rebus. Piego la testa come un papavero e crollo. Quelle che ho intorno agli occhi una volta somigliavano alle crepette che di tanto in tanto trovi sopra i formaggi. Adesso sono più come le venature della pipa, le pieghe della bandiera, i lampi che i monsoni tropicali disegnano nel cielo. Non sono rughe, sono dei plissè.
Anche agli uomini, però, lasciatemelo dire, la stagionatura non porta tutte queste migliorie... Il vostro boy ce li ha già i peli bianchi nell'infracoscie? E il ginocchio coi risvolti in pelle? Il tatuaggio che cola come le scritte dei film dell'orrore? L'allungamento verso il basso degli amici di maria? I peli sulle orecchie che gli crescono già a velocità maggiorata? Gli sono già spuntati i peloni sulle sopracciglia simili alle antenne delle aragoste?
E il vostro boy? E' tornato brontolosauro? Che, se fosse il suo unico difetto, pazienza, una dice: "E' lagnoso, ma ha tanti di quei pregi...". Invece no, la lagnosità è il collante che tiene insieme una caterva di magagne. Convincetelo almeno a farsi un tatuaggio, magari una bella flebo sul braccio.
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“Un Natale in giallo”25 dicembre 2012
di Costa, Flamigni, Giménez-Bartlett, Malvaldi, Pastor, Piazzese, Recami
“Un Natale di Petra” di Alicia Giménez-Bartlett
Mentre tornavo a casa e pensavo a cosa non avrei fatto per amore, di cose me ne vennero in mente parecchie. Non avrei ammazzato nessuno, per esempio. Non mi sarei lasciata umiliare come il povero Sergio, per esempio. E nemmeno manipolare come Sandra. No, l’amore non significa tutto, certo che no. Speravo di non sentirmi in colpa per quelle puntualizzazioni quando mi sarei distesa accanto a Marcos.
Era profondamente addormentato quando arrivai. In tutta la casa aleggiava ancora un soave aroma di tacchino tartufato. Mi infilai nel letto facendo pianissimo ma mio marito mi parlò nel dormiveglia.
“Petra, sei qui? E’ andato tutto bene?”
“Tutto bene Marcos, dormi”.
Lo bacia sulla fronte e mi voltai su un fianco. Lui parlò di nuovo.
“Petra”.
“Dimmi”.
“Buon Natale”.
“Buon Natale, Marcos”.
Ero così stanca che la frase che avevo appena pronunciato mi parve addirittura avere un senso.
“Come fu che cambiai marca di whisky” di Santo Piazzese
Forse l’idea di un po’ di focolare domestico l’allettava quanto una volta avrebbe messo in fuga il sottoscritto. Ne parlo al passato perché per me da qualche tempo non è più così. In epoche non troppo remote, l’idea di una vigilia di Natale in famiglia, tutti insieme appassionatamente, come minimo mi avrebbe scatenato una variante mortale di acne e mi avrebbe fatto allisciare di colpo tutti i capelli. Il Natale mi incattiviva di brutto.
Ora, invece, pensavo all’evento quasi con una sensazione di piacevole aspettativa. Ci doveva del vero nella faccenda del calo ormonale.
“A Natale con chi vuoi” di Carlo Flamigni
E poi arriva l’ora del cenone, a tavola c’erano tutte le persone che con la famiglia avevano o avevano avuto comunione di vita, persino i baliotti, quelli che la nonna aveva allattato assieme ai suoi figli e che erano rimasti più attaccati a lei che ai genitori genetici.
Il cenone di Natale, comunque, Primo se lo ricordava sempre uguale, straripante, ipercalorico.
Prosciutto, musotto, coppa e salsiccia matta per cominciare; due minestre, asciutta la prima e in brodo la seconda, rigorosamente cappelletti; bollito, a dir misto lo si penalizza, cappone, testina di vitello, cervello, cotechino, manzo; poi polli arrosto e salsicce ai ferri, con una varietà di patate, in umido, arrosto, fritte, al forno, e verdure a piacere, dai pomodori alla lattuga; piadina, dall’inizio alla fine; ciambella, zuppa inglese alta una esagerazione e un po’, crema, savoiardi con l’alchermes, cioccolata, savoiardi con l’alchermes, crema… Vino, naturalmente, Trebbiano, Sangiovese, e Albana dolce. Grappa. E alla fine qualcuno recitava poesie di Stecchetti e qualcuno, semplicemente, finiva sotto il tavolo semisvenuto.
“La mossa del geco” di Gian Mauro Costa
“Minchia che camurrìa”.
La filosofia di Enzo Baiamonte sul Santo Natale si riassumeva in quest’unica, fulminante, riflessione. E non si poteva dire che ci fosse arrivato con la maturità dei cinquanta. Perché, anche all’età dell’incantamento infantile, i suoi pensieri erano, minchia in meno e camurrìa in più, gli stessi. Una camurrìa doppia perché, in primis, sua mamma si ostinava, ogni Immacolata, a tirar fuori dal ripostiglio lo scatolone del presepe pieno di muschio rinsecchito, casette di cartapesta e tutti i personaggi annesi e connessi, e lo costringeva a passare un pomeriggio intero a realizzare con lei “il paese di Gesù bambino” sul ripiano della credenza.
La seconda camurrìa consisteva nel pranzo del 25 a casa dello zio Ciccio, ogni anno con lo stesso micidiale copione: pasta al forno, castrato con patate a spezzatino, finocchio (“che sgrascia la bocca”) e cassata. Poi, un giro di tombola. E, manco a dirlo, mai che Enzo vincesse un ambo. Per non parlare dei “regalini”: riusciva a rimediare ora un paio di calzettoni, ora un berretto con la visiera, al massimo un paio di guanti o, per cambiare genere, una scatola di biscotti. La giustificazione ufficiale era che i doni per i bambini, a Palermo li portavano i morti, il 2 novembre. E portavano, giusto in tema, pistole, fucili, e tutt’al più bambolotti alle bambine. Ma siccome alla madre di Enzo questa storia degli estinti faceva un po’ d’impressione, lui andava in bianco sia sul fronte dei morti che su quello dei vivi.
Non ci fosse stata Adelina, l’unica parente rimasta e fornita di marito e figli, non solo il Natale non lo avrebbe più festeggiato ma lo avrebbe cancellato dal calendario insieme a Santo Stefano e a un gruppetto di altri martiri della fede.
“L’esperienza fa la differenza” di Marco Malvaldi
Non tutto il male vien per nuocere, questo si sa; quell’anno, però, questo proverbio aveva assunto una notazione particolare quando Ampelio aveva detto a Massimo, il ventitré mattina, che nonna Tilde aveva l’influenza. (…)
E così, per la prima volta da vent’anni, niente cenone in casa di nonna Tilde. Il che significava niente crostini col sugo di fegatini millenari, niente pesce finto (terribilissimo laterizio semicommestibile a base di tonno e patate, di nessun gusto e di ancor meno digeribilità) e nessuna delle mille declinazioni di fritto che caratterizzavano il cenone natalizio da sempre. Al loro posto la cucina di Tavolone: polpo grigliato con purè di patate e finocchi, risotto al prosecco con zucchine e fiori di zucchina fritti, grigliata di gamberi imperiali con fagioli del purgatorio, e per finire il pandoro fatto in casa da Tavolone medesimo, tagliato, scaldato trenta secondi in forno e servito con una coppetta di gelato a parte.
E poi la tombola, certo, subito prima dei regali; chi vinceva la tombola infatti non vinceva nulla, solo il diritto ad essere quello che distribuiva i regali, messi sotto l’albero già dal pomeriggio.
Massimo adorava, per motivi non chiari, quell’assurdo rituale, che non aveva niente di sensato; a partire dal fatto che il delegato a estrarre i numeri era da tempo immemorabile lo zio Italo, il quale non ci vedeva un’ostia nonostante lenti spesse come un tramezzino, e che un Natale aveva chiamato tre volte il cinquantasei.
E, ancora con l’animo del bambino, Massimo adorava i regali; sia farli che riceverli. Gli piaceva, specialmente, trovare il regalo giusto per la persona impossibile, come la volta che aveva regalato ad Ampelio un piccolo cuscino pieno di noccioli di ciliegia, da mettere nel microonde, che poi rilasciava calore per un’ora o due. Suo nonno lo aveva guardato, aveva bofonchiato un ringraziamento a mezza bocca e lo aveva messo lì, salvo poi andarci a dormire tutte le notti da settembre a maggio, e sbraitare se la Tilde tentava di usarlo lei, qualche volta.
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“Cadaveri innocenti” di Kathy Reichs24 novembre 2012
Mi tornò alla mente Elisabeth Nicolet. La sua era stata una vita da reclusa. FEMME CONTEMPLATIVE recitava la targa. Ma ormai non contemplava più nulla da oltre un secolo. E se avevamo recuperato la bara sbagliata? Ecco un'altra cosa a cui non avevo voglia di pensare. Almeno per quella sera.
Apettando di udire la sua casella vocale farfugliai qualcosa di incomprensibile.
"Mamma? Sei tu?"
"Sì. Ciao, come mai sei a casa?"
"Ho un brufolo sul naso grande quanto un criceto. Sono troppo orrenda per uscire. E tu, che cosa ci fai a casa?"
"Mi sembra difficile che tu possa essere orrenda. Quanto al brufolo, no comment." Mi appoggiai a un cuscino e allungai i piedi verso il camino. "Ho passato due giorni a dissotterrare morti e sono troppo stanca per uscire."
"Non voglio sapere nulla." La sentii armeggiare con qualcosa.
"Questo coso fa davvero schifo."
Il mattino seguente mi alzai di buon'ora e andai in istituto. Il lunedì è una giornata molto piena per i patologi perchè durante il fine settimana gli atti di generica brutalità, le bravate incoscienti, i gesti di solitario autolesionismo e la fatale mancanza di tempismo subiscono una decisa e generale accelerazione. E i cadaveri arrivano in obitorio, dove aspettano nelle celle frigorifere l'autopsia del lunedì.
Quel lunedì non faceva eccezione.
In quel momento Birdie fece la sua comparsa, stirandosi una zampa anteriore, poi l'altra, e infine acquattandosi su tutt'e quattro in un rettangolo perfetto. Mi puntò gli occhi dritti in faccia ma non si avvicinò.
"Ehi Bird. Ti sono mancata?"
Nessuna reazione.
"Hai ragione, Pete. E' irritato."
Gettai la borsa sul divano e seguii il mio ex marito in cucina. Le sedie alle due estremità del tavolo erano occupate da pile e pile di posta, per lo più non aperta. Lo stesso poteva dirsi dei sedili sotto la finestra e dello scaffale in legno sotto il telefono. Non dissi nulla. Non era più un mio problema.
Trascorremmo una piacevole oretta mangiando spaghetti e parlando di Katy e di altre questioni familiari. Gli dissi che sua madre mi aveva chiamata lamentando di sentirsi trascurata. Pete rispose che avrebbe offerto a lei e a Birdie un pacchetto assistenza legale cumulativo. Gli consigliai di farsi sentire e lui disse che l'avrebbe fatto.
Alle otto e mezzo portai Birdie in auto e Pete mi seguì carico di tutto il suo corredo: il mio gatto è abituato e spostarsi con più bagaglio di me.
Mentre aprivo la portiera, appoggiò la mano sopra la mia.
"Sei sicura che non vuoi fermarti qui?"
Me la strinse e con l'altra mano mi accarezzò delicatamente i capelli.
Ero sicura? Il suo tocco era talmente gradevole, e cenare con lui mi era sembrato così normale, mi aveva fatta sentire così a mio agio. Qualcosa dentro di me cominciava a sciogliersi.
Rifletti, Brennan. Sei stanca. E arrapata. Meglio andare a casa.
"E adesso, che facciamo?" domandai.
"Bè, io non ho mai mangiato quella roba... hush puppy, si chiama così, vero?"
"Parlava delle indagini. Quanto alla cena, considerati libero. Io ho intenzione di rientrare in barca, farmi una doccia e prepararmi un delizionso piatto di maccheroni già pronti. Esattamente in quest'ordine."
"Gesù, Brennan, ma quella roba ha più conservanti del cadavere di Lenin."
"Ma che casa promette?"
"Hai centrato il punto. Non tutte le sette sono religiose. Si tende ad avere questa idea perchè negli anni Sessanta e Settanta qui da noi molti gruppi dichiaravano di avere fini religiosi per non pagare le tasse. Ma le sette sono entità di tutti i tipi e di tutte le dimensioni e promettono ogni genere di beneficio. Una gita nello spazio. L'immortalità."
"Continuo a non capire come sia possibile che qualcuno con più di un grammo di cervello possa credere a queste stronzate."
"Attenta. Non sono solo le persone marginali a rimanere invischiate nelle sette. Secondo alcuni studi, circa due terzi degli adepti venivano da famiglie normali e dimostravano di avere una condotta adeguata all'età prima di entrare in questi gruppi." (...)
"Per caso le tue ricerche dicono qualcosa di utile sul perchè le persone cercano questi movimenti?"
"Spesso non li cercano affatto. Sono i gruppi a cercare le persone. E come ho detto, i loro leader sanno essere terribilmente affascinanti e persuasivi." (...)
"Quante sette esistono negli Stati Uniti?" domandai a Red.
"Dipende dalla definizione che dai di una setta." Sorrise e allargò le braccia. "Diciamo fra le tre e le cinquemila."
"Stai scherzando?" (...)
"L'idea di far parte di un'élite è molto affascinante. Ci si sente scelti. E quasi tutte le sette convincono i loro membri che solo loro sono gli illuminati e tutti gli altri sono esclusi. Inferiori, in un certo senso. Vedi bene che siamo di fronte a roba potente."
"Bird?" lo chiamai sottovoce, sporgendo un braccio verso di lui.
Sollevò la testa e scrutò la mia faccia con gli occhi gialli. Scoccò un lampo. Birdie si alzò, inarcòla schiena e emise un: ""Prrrrr".
Voltai il palmo verso l'alto. "Forza , Birdie, vieni qua", sussurrai.
Lui esitò, poi venne vicino, si strusciò contro la mia coscia a ripetè il suo "Prrrrrrr".
Lo presi in braccio, lo strinsi forte e rientrai di corsa a casa.
Birdie aveva affondato le zampe anteriori nella mia spalla e si premeva contro di me come un cucciolo di scimmia contro la madre, facendomi sentire le unghiette attraverso la camicia zuppa di pioggia.
Dieci minuti dopo avevo finito di asciugarlo. I suoi peli bianchi fluttuavano nell'aria e coprivano gli stracci che avevo usato. Per una volta non c'erano state proteste.
Birdie trangugiò una scodella del suo cibo preferito e un piattino di gelato alla crema, poi lo portai di sopra, in camera da letto. S'infilò sotto le coperte e si allungò contro la mia gamba. Sentii il suo corpo teso che si rilassava e infine si accoccolava nella posizione più comoda. Il pelo era ancora umido ma non m'importava. Il mio gatto era ancora con me.
"Ti voglio bene. Birdie", dissi alla notte che mi circondava.
Mi addormentai cullata dal rumore delle fusa e dal ticchettio della pioggia.
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“Il senso del dolore” di Maurizio de Giovanni6 ottobre 2012
Vedeva i morti. Non tutti e non a lungo: solo quelli morti violentemente, e per un periodo di tempo che rifletteva l'estrema emozione, l'energia improvvisa dell'ultimo pensiero. Li vedeva come in una fotografia che fissava il momento in cui si era conclusa la loro esistenza, con i contorni che andavano man mano sbiadendo fino a scomparire: anzi come in una pellicola, di quelle che aveva visto qualche volta al cinematografo, che però replicava sempre la stessa scena. L'immagine del morto con i segni delle ferite e l'espressione dell'ultimo attimo prima della fine; e le ultime parole, ripetute incessantemente, come a voler finire un lavoro cominciato dall'anima prima di essere strappata via.
Sentiva l'emozione, più di tutto: coglieva di volta in volta il dolore, la sorpresa, la rabbia, la malinconia. Perfino l'amore: ricordava spesso, nelle notti un cui la pioggia batteva alla sua finestra e lui non riusciva a prendere sonno, la scena di un delitto in cui l'immagine di un bambino, seduto nel catino in cui era morto affogato, allungava la mano proprio verso il punto in cui si trovava la madre, a cercare aiuto dalla sua stessa assassina. Ne aveva percepito tutto l'amore incondizionato ed esclusivo. Un'altra volta si era trovato davanti al cadavere di un uomo pugnalato dall'amante pazza di gelosia nel momento dell'orgasmo: ne aveva colto l'intensità del piacere ed era dovuto uscire in tutta fretta dalla stanza, il fazzoletto premuto sulla bocca.
Ricciardi (...) gli dava un'emozione particolare. A vederlo da lontano era un uomo senza caratteristiche evidenti: statura media, corporatura media, abbigliamento di medio valore. Ma don Pierino ne aveva incrociato lo sguardo, quando era arrivato sulla scena del delitto. E quegli occhi, quegli occhi avevano raccontato tutto. Don Pierino, abituato a cercare e trovare la verità dietro l'espressione, aveva avuto l'impressione di affacciarsi su un panorama multiforme.
C'era dolore: un dolore vecchio ma sempre vivo. Un dolore che era un antico compagno. Solitudine. Intelligenza e una vena di ironia, di sarcasmo, col sovrintendente che gli balbettava vicino. Era stato solo un attimo, ma il prete aveva intuito una personalità complessa e travagliata.
"Siamo tutti sconvolti, commissario. Il teatro è un posto di gioia e di sentimento, a teatro la gente trova, e deve trovare, requie dalla follia della vita quotidiana. E di questi tempi di follia ce n'è tanta, non trovate? Allora non te lo aspetti, che la follia arrivi ad un passo dalla scena. Sembra proprio Pagliacci, con Canio che uccide Nedda e Silvio in scena, e la gente non capisce subito se è realtà o finzione. Non capisce mai subito, se è realtà o finzione".
"La dannazione. Credetemi, padre, se vi dico che la dannazione per voi è solo una parola. Credetemi se vi dico che la dannazione è la percezione quotidiana del dolore. Il dolore degli altri che diventa tuo, che ti brucia sulla pelle come una frustata, che ti lascia una ferita che non guarisce, che continua a sanguinare, che ti infetta il sangue".
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“Lezioni di vita randagia” di Susan Wilson16 settembre 2012
E' risaputo che la mia è una razza difficile da piazzare. La nostra reputazione di cani aggressivi, gli usi a cui veniamo notoriamente destinati ci impediscono di essere adottati facilmente. Nessuna vecchietta bisognosa di compagnia sceglierà di portarsi a casa un pit-bull, nemmeno se è un incrocio, come lo sono io. Tanto per cominciare sembriamo troppo forti. Secondo, sembriamo feroci. Terzo, non siamo per niente belli. Insomma, alle vecchiette lasciamo i cagnetti dal pelo lungo e vaporoso. Poi ci sono i giovanotti che vengono a farsi un giro in cerca di un cane virile. Niente da fare. Le autorità non sono mica nate ieri. Non si vendono combattenti di secoda mano, qui. Restano le coppie più giovani che vogliono prendere un cane dalla cattiva reputazione e con problemi di relazione. Non è che ce ne siano molte, a dire il vero, e noi invece siamo tantissimi.
Adam aguzza le orecchie, per capire se riesce a localizzare dov'è, nel mezzo acro di quel terreno incolto. Ma è scomparso. Scappato. Adam pensa alle ciotole vuote sul pavimento della cucina.
Arrotola il guinzaglio. Non può nemmeno chiamarlo, perchè non ha nome. Ha quel cane da quasi tre settimane e si è rifiutato di chiamarlo in qualsiasi modo che non fosse "bello", "amico", o "tu". Si è rifiutato di considerarlo qualcosa di più di un ospite fastidioso. "Vieni, bello. Qui, amico."
La sensazione della pelliccia morbida era come raso sotto le sue dita. La cosa più morbida che abbia mai toccato dopo la pelle di Ariel appena nata.
In lontananza coglie il suono di un fiutare forsennato.
"Ehi. bello!"
E dal buio spunta il cane, che agita la coda.
Un incredibile senso di sollievo inonda Adam e gli trema un po' la mano quando riaggancia il guinzaglio al collare. "Bravo, bello." E gli accarezza la testa.
"Forse dovresti chiamarlo Chance. In fondo tu gliene stai offrendo una, no? E credo che anche lui ne stia dando una a te." Gina arrossisce un po'(...)
"Una chance per cosa?"
Gina si allontana, recupera il retino e torna a spostare i pesci. Qualunque cosa pensi, non ha intenzione di dirla, e Adam si chiede se forse non sia imbarazzata anche lei della propria presunzione.
"Chance. Sì. Forse. A te piace? Ehi, Chance!"
Il cane, che stava ficcando il naso nell'espositore di cibo per pesci, piega la testa guardando Adam e la sua bocca enorme si apre in un sorriso canino.
"Credo che gli piaccia."
Gina appende di nuovo il retino e si avvicina a Adam (...) Si china sul cane. "Ehi, a quanto pare abbiamo qui un vincitore." Carezza la grossa testa, poi sfiora l'avambraccio di Adam. "Stai facendo una buona cosa."
Ora è il suo turno di arrossire. Gli piace quel tocco, così semplice, così umano. Svela una solitudine che è il tema centrale della sua vita.
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“Il centenario che saltò dalla finestra e scomparve”21 agosto 2012
di Jonas Jonasson
Di certo Allan Karlsson avrebbe potuto pensarci prima e, magari, comunicare agli interessati la sua decisione. In effetti non aveva mai riflettuto troppo sulle cose. Ecco perchè quell'idea non ebbe neanche il tempo di fissarsi nella sua testa che già aveva aperto la finestra della stanza al pianterreno della casa di riposo di Malmköping, nel Sörmland, per poi sgusciare fuori e atterrare nell'aiuola sottostante.
La manovra richiedeva un certo fegato, dal momento che Allan compiva cent'anni proprio quel giorno. Solo un'ora dopo nella sala comune della casa di riposo avrebbero avuto inizio i festeggiamenti. Sarebbe stato presente persino il segretario comunale. E l'inviata del giornale locale. E tutti gli ospiti dell'ospizio. E tutto il personale, capitanato dalla ringhiosa e arcigna infermiera Alice.
Soltanto il festeggiato non aveva la benchè minima intenzione di partecipare.
Il festeggiato rideva tra sè quando con la coda dell'occhio si accorse che qualcuno si stava avvicinando. Era il giovane dalla corporatura esile, i capelli lunghi, biondi e unti, la barba incolta e un giubbotto di jeans con la scritta "Never Again" sulla schiena. Si stava dirigendo proprio verso di lui, trascinando la grossa valigia con le rotelle. Allan concluse che il rischio di dover conversare con il capellone era notevole, tuttavia la cosa avrebbe anche potuto risultare interessante: si sarebbe fatto un'idea del modo di ragionare dei ragazzi d'oggi.
In effetti un dialogo ebbe luogo, e nemmeno così complesso. Il giovane, dopo essersi fermato a qualche metro di distanza da Allan, sembrò studiarlo prima di dire:
"Senti un po'."
Allan rispose educatamente con un buongiorno e chiese in che modo potesse esserergli d'aiuto. Ecco. Il giovane voleva che gli tenesse d'occhio la valigia mentre andava al gabinetto. O stando alle sue parole:
"Devo andare a cagare."
Allan rispose educatamente che, nonostante fosse vecchio e malandato, la vista gli funzionava bene, pertanto non reputava troppo impegnativo dare un'occhiata alla valigia. Detto questo, lo esortò a espletare i propri bisogni con una certa celerità dal momento che lui era in attesa del pullman.
Quel pomeriggio il pullman diretto a Strängnäs era tutt'altro che affollato. Sul fondo sedeva una donna di mezz'età salita a Flen, al centro c'era una giovane madre che a Solberga aveva sudato sette camicie per introdursi nel veicolo con i due figli, uno dei quali ancora in carrozzina, mentre davanti c'era un uomo molto vecchio partito da Malmköping, che si stava giusto chiedendo la ragione per cui aveva appena rubato una grossa valigia grigia dotata di quattro rotelle. Forse perchè non gli era costato niente? O forse perchè il proprietario era uno zotico e un villano? O, ancora, perchè la valigia poteva contenere un paio di scarpe , chissà mai, anche un cappello? O forse perchè non aveva niente da perdere? No, Allan non era in grado di darsi una spiegazione. Di tanto in tanto bisognava prendersi qualche libertà - ecco quello che pensò prima di mettersi comodo.
La sera si fece notte a la notte mattino. Aperti gli occhi, Allan non riusciva a capire dove fosse. Era finalmente morto durante il sonno?
Una baldanzosa voce maschile prima gli augurò il buongiorno, poi lo informò che aveva due notizie da comunicargli, una buona a una cattiva. Quale desiderava sentire per cominciare?
Innanzitutto Allan voleva capire dove si trovasse, e perchè. Gli facevano male le ginocchia, quindi nonostante tutto era ancora vivo. (...) I tasselli tornarono al loro posto: Allan era sveglio. Era sdraiato a terra su un materasso, nella camera da letto di Julius, che ora gli stava ripetendo la domanda. Voleva sapere prima la notizia buona o quella cattiva?
"Quella buona," rispose Allan. "La cattiva puoi tralasciarla."
Ok, assentì Julius, e lo informò che la buona notizia era che la colazione era pronta. Caffè, tartine con arrosto d'alce e uova del vicino.
Assaporare ancora una volta una colazione che non fosse zuppa d'avena prima di morire: questa sì che era una buona notizia! Seduto al tavolo della cucina, Allan si dichiarò pronto ad ascoltare quella cattiva.
"La cattiva notizia..." disse Julius abbassando leggermente il tono. "La cattiva notizia è che con la sbornia ci siamo dimenticati di spegnere la ventola della cella frigorifera."
"E?"
"E... il tipo là dentro è morto stecchito."
Allan si grattò preoccupato la nuca prima di decidere che in nessun modo quella penosa notizia gli avrebbe rovinato la giornata.
"Brutta storia," commentò. "Però devo dire che l'uovo è cotto in modo perfetto, né troppo né troppo poco."
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“Il rifugio dei cuori solitari” di Lucy Dillon5 luglio 2012
"Ma smettila. Rachel, quello è per te."
Lei guardò il panino e le venne l'acquolina in bocca.
"Per me?"
"Sì! Prepariamo sandwich al bacon per tutti i volontari che vengono a portare fuori i cani nel weekend, fa parte dell'accordo. Non posso certo permetterti di uscire a stomaco vuoto." Megan spuntò una voce sul suo elenco e distribuì qualche biscotto ai cani. "Mentre mangi quello, lascia che ti spieghi rapidamente come funziona la cosa."
Rachel esitò. Normalmente non mangiava pane - o meglio, non si permetteva di tenerlo in casa - ma quello aveva un profumo delizioso. E, in fondo, era improbabile che le capitasse presto di infilarsi di nuovo in qualche capo di biancheria intima La Perla donatole da Oliver. Prima di poterselo impedire, aveva preso il panino e ne aveva strappato un boccone squisito, stillante ketchup. Le sue papillle gustative vacillarono per il piacere.
Come pronosticato da Megan, Rachel si sentì meglio grazie all'aria fresca che le riempiva i polmoni e, nonostante le iniziali proteste delle sue gambe che camminavano a papera con gli stivaloni di riserva di Dot, scoprì che tenere il passo con l'andatura spedita di Megan non le faceva scorrere in tutto il corpo soltanto il sangue: sembrava farle funzionare meglio anche il cervello e, per la prima volta da giorni, un pensiero portò a un altro invece di continuare a girare e rigirare in tondo, in una spirale opprimente.
Il campanello suonò e lei balzò in piedi. "Dev'essere Rachel, quella del rifugio per cani. Trovi opportuno che io sia in tailleur?" Arricciò il naso. "Mi fa sembrare troppo pignola per tenere un cane? Aspetta, vado a cambiarmi. Tu falla accomodare, mostrale la casa. Preparale un tè o qualcos'altro."
Si fiondò fuori dalla stanza e lui sentì la serie di tonfi prodotti dai suoi piedi scalzi su per le scale.
Guardò verso la porta da cui era uscita, sbigottito. Come diavolo facevano le donne a passare, nell'arco di dieci secondi, da un totale collasso emotivo al pensiero dell'abbigliamento più adatto per accogliere una sconosciuta che salvava cani abbandonati? Come poteva Natalie preoccuparsi più del fatto che la casa fosse abbastanza pulita per un cane che per il proprio licenziamento? Scuotendo il capo, tornò nell'ingresso e aprì la porta.
"Assistenza diurna? Per un cane? Parla con il mio avvocato." Era quello il nuovo slogan di David, insieme a: "Dobbiamo passare attraverso i debiti canali." (...)
"E' piccolo, non lo si può lasciare solo per tutto il giorno, e sai che io devo lavorare a tempo pieno. Be', evidentemente lo sai che devo lavorare a tempo pieno, visto che hai appena dimezzato il nostro assegno per il mantenimento."
David si voltò a guardarla, il suo sorriso conciliante che gli si allargava sul volto, e le posò una mano sulla spalla: un gesto che un tempo la faceva sentire sicura e protetta. Il gesto andrà-tutto-bene che, adesso lo aveva capito, non significava assolutamente nulla.
"Non essere ridicola, Zoe, è un cane! Non puoi semplicemente trovare una tua vicina disposta a occuparsene? Insomma, avanti" disse. "E' un periodo difficile per tutti. Io ho comprato quel coso, non hai idea di quanto costino!"
"Toffee non è un coso" sbottò Zoe. "E' un cane."
David fece un mezzo sorriso. "Okay, come preferisci. E' un cane."
"Cosa c'è che non va in Zoe?" Johnny fece la sua faccia non-capisco-le-donne. "E' carina, è giovane, e ha quell'adorable cucciolo! Cos'ha che Bill non possa amare?"
Erano imbottigliati nel traffico e aveva iniziato a piovere. Natalie azionò i tergicristalli e tentò di stabilire cosa ci fosse in Zoe che non andava bene per Bill. (...)
"Non lo so" ammise alla fine. "Forse è perchè lui è sempre stato così specifico riguardo a ciò che vuole."
"E ha fatto davvero uno splendido lavoro nel trovarlo, finora. Si è innamorato di un barboncino quando era andato al canile per uno spaniel, giusto?" osservò Johnny.
"E guarda com'è finita."
"Vero."
"E noi che non siamo andati là per prendere un cane ora abbiamo Bertie il tritarifiuti canino, qui dietro. Le persone non capiscono mai cos'è giusto per loro finchè non lo incontrano (...)"
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“Lupo mangia cane” di Martin Cruz Smith15 giugno 2012
Ivan era arrivato alle 9.28 di sera, era salito direttamente a quello che veniva considerato l'appartamento più sicuro di tutta Mosca e alle 9.48 si era schiantato a terra. Arkady aveva misurato la distanza del corpo dall'edificio. Di solito, se si trattava di omicidio, la caduta avveniva in verticale, visto che la vittima aveva speso quasi tutte le sue energie per evitare di essere catapultata all'esterno. I suicidi, invece, erano più motivati e atterravano più lontano. Ivanov era finito quasi sulla carreggiata.
"Perchè non crede che si tratti si suicidio? Cosa c'è che non la convince?"
"Non mi sembra di aver detto nulla del genere."
"Eppure c'è qualcosa che non le torna."
Arkady rimase un attimo a riflettere. "Recentemente il suo amico non era più quello di prima, vero?"
"Forse era depresso."
"Ha traslocato due volte negli ultimi tre mesi. I depressi non hanno l'energia per spostarsi di continuo. Di solito se ne stanno fermi." La depressione era un argomento in cui Arkady era piuttosto ferrato. "Secondo me aveva paura."
Tornò verso il letto (...) spostandosi verso la cabina armadio. Quando l'aprì, le luci illuminarono di un bagliore lattiginoso lo strato di sale che copriva ancora il pavimento. La superficie mostrava gli stessi segni che Arkady aveva già notato: qualche concavità, la traccia di qualcosa che vi era stato appoggiato. (...) Arkady aprì un cassetto in cui erano riposte delle camicie con le cifre in varie sfumature di colori pastello. Le passò una per una e non vide niente, ma quando richiuse il cassetto sentì che qualcosa scivolava sul fondo.
Lo aprì di nuovo e dietro, sotto le camicie, trovò un fazzoletto sporco di sangue avvolto intorno a un dosimetro, uno strumento che serviva a misurare la quantità di radiazioni, grande quanto una calcolatrice. Le cuciture dell'astuccio di plastica rossa erano incrostate di sale. Tenendolo ai bordi per evitare di lasciare impronte, lo accese e osservò i numeri sul display scorrere rapidamente fino a diecimila. Dal suo addestramento nell'esercito Arkady ricordava che la radioattività naturale non era mai superiore a cento. Ma ora, più avvicinava lo strumento al sale, più il numero cresceva. Arrivato a a cinquantamila il dosimetro si bloccò.
Il rumore attutito prodotto da un gufo che si alzava in volo e un fruscio, forse causato da un rapido movimento di un topo, gli fecero drizzare le orecchie. (...) La natura si stava riappropriando di Chernobyl. In certi momenti strisciava sotto i suoi occhi.
La zona di Chernobyl poteva essere considerata come una sorta di bersaglio, con i reattori al centro e attorno due cerchi concentrici, a distanza di dieci e trenta chilometri dal punto centrale. La città morta di Pripjat era compresa all'interno del primo cerchio, mentre la vecchia città di Chernobyl, da cui la centrale nucleare aveva preso il nome, era in realtà più lontana, nel cerchio esterno. Insieme i due cerchi componevano la "Zona di esclusione".
"Quindi ti se dato un compito impossibile in un deserto radioattivo. Delle due l'una: o sei un malato di mente o hai votato la vita al lavoro."
"Buona la prima."
"Beviamoci sopra." Alex riempì di nuovo i bicchieri. "Sai che l'alcol protegge dalle radiazioni? Elimina l'ossigeno che potrebbe essere ionizzato. Certo, la mancanza di ossigeno non è uno scherzo, ma per gli ucraini l'alcol è un toccasana..."
"La verdura è coltivata in luogo?" Ripetè Alex, assaporando la frase come se fosse il fumo della sua sigaretta.
"Anche se non siamo ancora pronti per apporvi l'etichetta "Prodotto DOC", le rispondo di sì. Gran parte di quello che consumiamo viene raccolto nei dintorni." (...)
Un'altra domanda circolò tra i commensali prima che Alex si sedesse.
"Ah, volete sapere se il cibo è radiattivo? La risposta dipende da quanta fame avete.
(...) il latte è pericoloso, ma il formaggio no, perchè i radionuclidi restano nell'acqua e nell'albumina. I molluschi sono nocivi e i funghi ancora di più. Ci sono funghi oggi?" (...)
A quel punto Alex si alzò di nuovo. "Alla vodka, in prima linea per la difesa dalle radiazioni."
Tutti si unirono al brindisi.
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“Tempesta solare” di Asa Larsson2 maggio 2012
"(...) Qualcuno lo ha ammazzato. E non si è risparmiato, per così dire. Il morto è Viktor Strandgard, o il Ragazzo del Paradiso, come lo chiamavano. Era l'attrazione principale di questa congregazione. Nove anni fa ha avuto un terribile incidente. E' morto all'ospedale. Il suo cuore ha smesso di battere, ma lo hanno rianimato e lui ha raccontato cosa era successo durante l'operazione e la rianimazione, per esempio che al dottore erano caduti gli occhiali e cose del genere. E ha raccontato di essere stato in paradiso. Di avere incontrato Gesù e tutti gli angeli. Già, e poi una delle infermiere e la donna che lo aveva investito sono diventate credenti, e in un batter d'occhio Kiruna si è trasformata in un raduno di fanatici religiosi. Le tre congregazioni principali della città si sono unite in una nuova chiesa, la Fonte della Forza. La nuova congregazione si è ingrandita sempre di più e negli ultimi anni ha costruito questa chiesa, ha aperto una scuola, un asilo-nido e ha organizzato grandi incontri di risveglio. Fanno un sacco di soldi e attirano gente da tutto il mondo. Viktor Strandgard è, o meglio era, un dipendente a tempo pieno della congregazione (...)"
Si alzò a sedere sul letto ma rimase avvolta nella coperta. Faceva freddo in cucina.
Tutto qui dentro mi ricorda la nonna, pensò. Mi sembra ieri che dormivo con lei nel divano letto e al mattino potevo restare al caldo sotto le coperte mentre lei si alzava ad accendere la stufa e a preparare il caffè.
Le sembrava di vedere Theresia Martinsson seduta al tavolo a ribalta ad arrotolarsi la prima sigaretta del mattino. Usava carta di giornale al posto delle cartine, che secondo lei costavano troppo. Strappava accuratemente il margine di una pagina del "Norrbottenskurir" del giorno prima. Era della larghezza giusta e senza inchiostro, perciò perfetto per lo scopo. Ci spargeva sopra una presa di tabacco e arrotolava una sigaretta sottile tra i pollici e gli indici. Indossava il grembiule a scacchi blu e neri aveva capelli argentei accuratamente infilati sotto il fazzoletto. Nella stalla le vacche muggivano per chiamarla. "Buon giorno pikku-piika" le diceva con un sorriso. "Sei sveglia?" (...)
Dovrei dedicare più tempo a pensare alla nonna, si disse. Chi ha detto che è meglio concentrarsi sul presente? Nella mia memoia ci sono molte stanze abitate dalla nonna. Ma non passo mai un po' di tempo con lei. E cos'ha da offrire il presente?
"Hai detto alla polizia che è stato Viktor e svegliarti, che è per quello che sei andata lì."
Sanna alzò gli occhi e fissò Rebecka.
"Lo trovi davvero così strano? Credi che tutto finisca solo perchè il corpo smette di funzionare? Era in piedi accanto al mio letto, Rebecka. Aveva l'aria incredibilmente triste. E mi sono resa conto che non era lì fisicamente. Così ho capito che era successo qualcosa."
No, non lo trovavo affatto strano, pensò Rebecka. Sanna ha sempre visto più cose di tutti noi. Un quarto d'ora prima che qualcuno le facesse un'improvvisata, lei metteva su il caffè.
"Sta arrivando Viktor" diceva semplicemente.
"E' Curt Backstrom. E' lui che ci ha dato un passaggio fino a qui. Credo sia un po' innamorato di me. Ma è davvero gentile. Assomiglia vagamente a Elvis. Forse potrebbe essere il tuo tipo Rebecka."
"Piantala" disse Rebecka in tono deciso.
"Cosa c'è? Cos'ho fatto?"
"Hai sempre fatto così da quando ti conosco. Attiri un sacco di fuori di testa e poi dici che sono i tipi per me. No, grazie."
"Scusami" rispose Sanna in tono ferito.
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