Antica Pizzeria Leone4 maggio 2018
Festeggiamenti con la pummarola 'ncoppa...
Pizza tradizionale napoletana a Milano.
L'
Antica Pizzeria Leone accoglie in un piccolo ingresso con i mattoni a vista, dove c'è il forno a legna, per poi condurre in un'unica ampia sala con in fondo una grande vetrata che affaccia sulla cucina. L'arredo vivacemente colorato è demodé ad arte con tanto di insegna al neon.
Propone pizza napoletana con cornicione alto e mozzarella campana in molteplici farciture (secondo tradizione e non); pizza fritta; pagnottielli; fritti napoletani serviti nel "cuoppo" (zeppoline, crocché di patate, arancini di riso, calzoncini, montanare, chips); taglieri e piatti a base di mozzarella di bufala e dolci prevalentemente partenopei. Unica concessione alla milanesità: le insalatone.
Piacevolissime le piccole sorprese offerte a inizio e fine pasto.
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Categorie: cibo · ristoranti
Tags: Antica Pizzeria Leone, arancini di riso, arredamento, calzoncini, chips, colorato, cornicione, crocché di patate, cucina a vista, cuoppo, demodé, dolci, forno a legna, fritti napoletani, insalatone, Milano, montanare, mozzarella campana, mozzarella di bufala, Napoli, neon, pagnottielli, pizza fritta, pizza napoletana, pizzeria, pummarola 'ncoppa, sorprese, taglieri, tradizione, vetrata, Vivace, zeppoline
“Elogio dell’invecchiamento” di Andrea Scanzi3 maggio 2018
Devo confessare che a me Scanzi piace... Oliver invece non lo sopporta, quando lo vede prende a schiaffi la televisione...
Sul trimestrale «Porthos» ho trovato una massima espressa da un produttore langarolo - anonimo - che vinifica Barolo e Barbaresco, quindi imparziale. La trovo straordinaria. «Il Barbaresco è il vino delle migliori serate della tua vita, non ti tradirà mai; ma per l'ultima notte della tua esistenza, ci vuole un Barolo.»
Domanda: che me ne faccio di tutte queste nozioni? Niente, volendo. Si può benissimo sopravvivere lo stesso. Oppure si può provare a capire su cosa poggi la teoria più credibile riguardo all'abbinamento cibo vino. (...) ed è basata sul doppio binario della concordanza e della contrapposizione.
In linea di massima, quasi tutto è per contrapposizione: a una sensazione del cibo devo opporre una sensazione del vino, e viceversa. (...)
Come tutte le regole, anche quella della contrapposizione presuppone delle deroghe. Si chiamano concordanze (...)
(...) con un cibo dolce si beve vino dolce. Per questo, chiunque vi proponga uno Champagne secco a fine pasto, anche solo per brindare, compie forse un bel gesto ma certo uno scempio enogastronomico.
(...) di solito, il pesce vuole il bianco. È un dogma fastidioso e un po' ignorante, che amo smentire appena posso, ma è un fatto che con una sogliola faccio fatica a berci un Barolo (non è un gran problema: basta evitare di mangiare la sogliola). (...)
E sarebbe anche l'ora di finirla con la storia che gli affettati andrebbero mangiati soltanto con il rosso. È una scemenza, o, per meglio dire, un'abitudine radicata e appagante ma perfettibile: se volete corrompermi mi basta un Pelaverga, e convengo con voi che il salume è di per sé sapido e per questo abbisogna di un vino morbido (e di solito un rosso lo è più di un bianco), ma uno Chablis val bene un San Daniele. Così come una Doc Trento è il trionfo del lardo di Colonnata.
L'abbinamento per concordanza e contrapposizione dà coordinate utilissime. E spiega tante cose. Per esempio, perché il cioccolato mette così in difficoltà, al punto che tuttora i suoi esegeti si dividono in tre specie: quelli che lo mangiano con il vino dolce, quelli che gli preferiscono i superalcolici (rum, whisky) e quelli analcolici che rivendicano i poteri purificanti dell'acqua.
Il cioccolato, in effetti, è un gran casino. (...)
C'è anche chi, con il cioccolato, beve vino rosso secco: è uno dei pochi momenti in cui non capisco chi beve rosso (...)
(...) lo Champagne va con l'ostrica. Sì, ma chi lo dice? I francesi. Appunto (...) Lo Champagne spicca in acidità, effervescenza. Quindi va bene con cibi grassi e a tendenza dolce. È grassa un'ostrica? No. Ha tendenza dolce? No. Ha senso berci lo Champagne? No. Ameno che non vi offrano entrambi: in quel caso, valutati i costi dell'uno e dell'altra, il sacrificio si può fare.
C'è poi l'abbinamento per psicologia. È quello che preferisco. È quello che riconosce potere supremo all'ospite. (...)
Così, mentre sei lì che cucini, e il piatto cresce, ed è quasi finito, e tu hai raggiunto la certezza che - davvero - il vino perfetto per quel cibo è solo il Sauvignon erbaceo (ma sì, sborone per sborone, a dirla tutta pensavo a un Pouilly-Fumé della Loira, quello che nelle guide dicono avere sentori di pietra focaia), mentre sei lì che inevitabilmente godi, arrivano gli amici. Agli amici non hai detto cosa avresti cucinato, perché ami le sorprese. E gli amici, tutti, hanno comprato il loro vino.
Uno, l'esterofilo, sarà rimasto folgorato sulla via del Pinotage sudafricano. L'altro, il casalingo, avrà rubato il vino del contadino dagli scaffali del suocero (nooooo!). Il terzo, che ama la Toscana, ti avrà portato per la sesta volta in un mese il solito Chianti del supermercato. Il quarto, che la Toscana la odia, vi sparerà a sorpresa un Nero d'Avola che potrebbe essere lisergico come pure indigeribile.
La babele dei vini, la Waterloo delle regole. Si chiama abbinamento per psicologia, anche se io preferisco definirlo trionfo del caso. Dell'istinto. Della convivialità.
Serate che vanno giù come il migliore dei vini, così perfette da abbinarsi da sole.
Credo che il Brunello di Montalcino Biondi Santi Riserva 1983 lo aprirò il giorno in cui sarà tutto perfetto. Forse domani, forse mai. (...)
Credo. che invecchierò. Non credo bene come il Brunello di Biondi Santi. Non credo bene come Biondi Santi.
Credo che raccontare un vino sia raccontare il passato, comprendere il presente, scrutare (non senza sgomento) il futuro.
Credo che elogiare l'invecchiamento sia una buona rivoluzione.
Credo che il vino sia, come la musica, uno splendido cavatappi per le emozioni.
Credo, sempre di più, che nell'eterna lotta tra figli e padri, gli unici a vincere siano i nonni. A distanza. Con discrezione. Quasi immortali, certo indimenticabili.
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Categorie: bere · cibo · lettura
Tags: abbinamento, affettati, amici, Andrea Scanzi, Barbaresco, barolo, Biondi Santi, brindare, brunello di Montalcino, cavatappi, Chablis, champagne, chianti, cibo, cioccolato, concordanza, contrapposizione, convivialità, costi, cucinare, deroghe, dolce, domani, ebaceo, Elogio dell'invecchiamento, emozioni, figli, futuro, immortali, indimenticabili, invecchiare, istinto, lardo di Colonnata, libro, mai, musica, nero d'Avola, nonni, ospite, ostrica, padri, passato, Pelaverga, perfetto, pesce, pietra focaia, pinotage, Porthos, pouilly-fumé, presente, produttore, prosciutto San Daniele, psicologia, regole, riserva, sacrificio, sauvignon, sborone, scempio, sensazione, sentori, sogliola, sorprese, teoria, Trento DOC, trionfo del caso, vino, vino bianco, vino del contadino, vino dolce, vino rosso
Miao29 aprile 2018
Regalo effetto nostalgia... un numero di Miao del 1971... bellissimo!
Le ochette
Al mattino presto presto,
non appena il sole è desto,
van le ochette a fare il bagno
dentro l'acqua dello stagno.
Ed osservano per bene
ogni norma dell'igiene:
prima lavan le zampette,
la testolina, poi le alette,
esclamando "Qua, qua, qua,
oh che gran felicità!".
L'una i tuffi vuole fare,
l'altra finge di affogare,
l'altra ancora, birichina,
fa: "Ciao, ciao" con la zampina.
E felici in compagnia
fanno ognor la pulizia,
insegnando ai bambinetti
capricciosi e sudicetti,
che dell'acqua fresca e pura
non si deve aver paura,
perchè dona, ben si sa,
la salute e la beltà!
R. Banzi da "Mondo piccino"
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Tags: 150 lire, 1971, bambini, colorare, costruire, disegnare, farfalla, filastrocca, gatto, genitori, giornalino, giraffa, incollare, ippopotamo, Istituto di pedagogia dell'Università di Roma, Le ochette, leggere, leone, Luigi Roveri, Miao, montare, pappagallo, personaggio, piegare, pubblicazione, quattordicinale, ritagliare, scimmia, serpente, storie
Frida. Oltre il mito26 aprile 2018
Oggi senza prenotare e senza coda...
Frida. Oltre il mito
Mudec - Museo delle Culture, Milano, dal 1 febbraio 2018 al 3 giugno 2018
Il Museo delle Culture di Milano celebra
Frida Kahlo (1907–1954) con una grande e nuova retrospettiva. Un’occasione per vedere in un’unica sede espositiva dopo 15 anni tutte le opere provenienti dal Museo Dolores Olmedo di Città del Messico e dalla Jacques and Natasha Gelman Collection, le due più importanti e ampie collezioni di Frida Kahlo al mondo, e con la partecipazione di autorevoli musei internazionali che presteranno alcuni dei capolavori dell’artista messicana mai visti in Italia.
Grazie anche all’Archivio di Casa Azul, scoperto nel 2007 e oggetto di studi effettuati dal curatore della mostra Diego Sileo, la mostra proporrà nuove chiavi di lettura dell’artista messicana. Le opere scelte per l’esposizione delineeranno, in questa retrospettiva presentata al Mudec, una trama inedita attorno a Frida Kahlo, riconsiderandone la figura “oltre il mito”, come dice il titolo stesso della mostra.
"Spero che la fine sia gioiosa e spero di non tornare mai più" queste le ultime parole di Frida Kahlo scritte nel suo diario prima di morire. Aveva quarantasette anni.
Autoritratto con collana di spine e colibrì, 1940
http://www.mudec.it/ita/frida/
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Fish Flops Slippers25 aprile 2018
A proposito di pescivendoli...
Una ciabatta carpa per sentirsi un po' Sampei.
Il sito Good Times recita: "Le Fish Flops originali sono tornate solo per un periodo limitato. Le ciabatte indispensabili per ogni pescatore sono incredibilmente dettagliate e lucenti tanto da sembrare pesci veri! Realizzate con materiali di alta qualità sono il regalo perfetto per te e tutta la tua famiglia".
In vendita anche su altri siti in differenti colori. Come resistere?
shopgoodtimes.co
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“4 3 2 1” di Paul Auster20 aprile 2018
Complesso... e in questo periodo la concentrazione non è il massimo, ma sono contenta di averlo letto...
Lo so, lo so, sono l'uomo più fortunato della terra, ripetendo a bella posta le parole pronunciate da Lou Gehrig allo Yankee Stadium dopo aver scoperto che stava morendo della malattia che avrebbe preso il suo nome. Sei in una botte di ferro, disse la madre di Ferguson. Si, infatti, proprio una botte di ferro, e com'era grande e meraviglioso il mondo se non ti fermavi a guardarlo troppo da vicino.
Ferguson (...) avrebbe inventato altre tre versioni di se stesso e raccontato le loro storie insieme alla sua storia (grossomodo la sua storia, perché anche lui sarebbe diventato una versione romanzata di se stesso), e scritto un libro su quattro persone identiche ma diverse con lo stesso nome: Ferguson.
Un nome nato da una barzelletta sui nomi. La battuta finale di una barzelletta sugli ebrei polacchi e russi che avevano preso una nave ed erano venuti in America. Senza dubbio una barzelletta ebraica sull'America (...)
Stava ancora percorrendo le due strade che aveva immaginato a quattordici anni (...) e sempre, fin dall'inizio della sua vita consapevole, con la sensazione costante che i bivi e le parallele delle strade prese e non prese fossero tutti percorsi dalle stesse persone nello stesso momento, le persone visibili e le persone ombra, che il mondo effettivo fosse solo una piccola parte di mondo, poiché la realtà consisteva anche in quello che sarebbe potuto succedere ma non era successo, che una strada non fosse né meglio né peggio di un'altra, ma il tormento di vivere in un solo corpo stava nel fatto che dovevi essere sempre su una strada soltanto, anche se avresti potuto essere su un'altra, in viaggio verso un posto completamente diverso.
Identici ma diversi, ovvero quattro ragazzi con gli stessi genitori, lo stesso corpo e lo stesso corredo genetico, ma che vivevano ognuno in una casa diversa in una città diversa in circostanze a sé stanti. Sballottati qua e là dagli effetti di queste circostanze, i ragazzi avrebbero cominciato a differenziarsi con il procedere del libro, gattonando o camminando o galoppando attraverso infanzia, adolescenza e prima età adulta come personaggi sempre più distinti, ognuno per la propria strada, eppure tutti quanti ancora la stessa persona, tre versioni immaginarie di sé, con l'aggiunta di se stesso in qualità di Numero Quattro, l'autore del libro, ma a quel punto lui ancora ignorava i dettagli del libro, avrebbe capito cosa stava cercando di fare solo dopo avere iniziato a farlo, l'essenziale era amare quegli altri ragazzi come se fossero veri, amarli quanto amava se stesso (...)
Dio non era in nessun luogo, si disse, ma la vita era ovunque, la morte era ovunque, e i morti e i vivi erano uniti.
Solo una cosa era certa. Uno alla volta, i Ferguson immaginari sarebbero morti (...) ma solo quando avesse imparato ad amarli come se fossero veri, solo quando il pensiero di vederli morire gli fosse diventato insopportabile, e poi sarebbe stato di nuovo solo con se stesso, l'ultimo sopravvissuto.
Di qui il titolo del libro: 4 3 2 1.
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Ricetta: rotolino squacquerone e prosciutto crudo15 aprile 2018
Per me questo è il rotolino del "sudaticcio", per quanto il nome non sia allettante, non potrei chiamarlo diversamente... ricordando il barista più scorbutico che si possa immaginare...
Rotolo di piadina con squacquerone e prosciutto crudo
4 rettangoli di piadina (o pan di sfoglia Gecchele)
140 gr. di prosciutto crudo a fette sottili
260 gr. di squacquerone
2 manciate di rucola
Spalmare abbastanza generosamente i rettangoli di piadina con lo squacquerone evitando i bordi, poi adagiare le fette di prosciutto (circa due o tre tagliate molto sottili per piadina).
Aggiungere mezza manciata di rucola al centro di ogni rettangolo e arrotolarli abbastanza strettamente partendo dal lato lungo.
Ottenuti i quattro rotoli di piadina scaldarli a piacere su una piastra di ghisa o un testo romagnolo.
Il rotolino è perfetto quando la piadina è leggermente croccante, lo squacquerone ben caldo e il prosciutto privo di sentore di rosolato. Il gusto della semplicità.
www.gecchele.com
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Commenti disabilitati su Ricetta: rotolino squacquerone e prosciutto crudo
Categorie: cibo · ricette
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Affettuosità feline13 aprile 2018
Sembra proprio Cleopazza in tutta la sua dolcezza...
Vignetta tratta da
"Cat getting out of a bag and other observations" a cat book by Jeffrey Brown.
Jeffrey Brown è un fumettista nato nel 1975, a Grand Rapids nel Michigan, che vive e lavora a Chicago. In tema felino ha scritto "Cat getting out of a bag and other observations" seguito da "Cats are weird and more observations".
www.jeffreybrowncomics.com
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Strani giorni di Dylan Dog7 aprile 2018
Un bellissimo Dylan Dog Color Fest trovato in metropolitana...
"IL MIO NOME E' DOG."
"DYLAN DOG!"
"IL MIO NOME E' DOG. DYLAN DOG."
"SAREI UN INDAGATORE DELL'INCUBO."
"ANCHE SE SPESSO SONO GLI INCUBI CHE INDAGANO ME. A VOLTE MI SEMBRA DI NON POTERGLI NASCONDERE NIENTE. SONO SENZA SEGRETI, PER LORO."
"QUANDO ARRIVANO, PROVO A SVEGLIARMI NEL GRIGIORE DELL'ALBA..."
"... SE CI RIESCO, NON URLO."
"NON VORREI OFFENDERLI."
“Di mostri, incubi e ragazze” testo e disegni: Alessandro Baggi.
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Categorie: fumetti e vignette · lettura
Tags: alba, Alessandro Baggi, capire, Di mostri incubi e ragazze, disegni, Dylan Dog, Dylan Dog Color Fest, fantasmi, fumetto, giardino, incubi, indagatore dell'incubo, lei, nascondere, pace, paura, segreti, Strani giorni, svegliarsi, testo, tomba, urlare