“Il sangue degli altri” di Antonio Pagliaro12 aprile 2017
Alle tre e un quarto stava ancora pensando all'affare del casinò di Riga. La Casinò Paradise. Riga, Lettonia. Il morto era lettone. Il casinò doveva essere un affare di Cosa nostra, come poteva essere altrimenti? E quando c'è la mafia, spesso ci sono cadaveri.
Quel lettone - Viktors, così si chiamava - doveva essere una vittima di quell'affare. Più ci pensava, più era certo che fosse così.
Con un rombo che lo risvegliò, se davvero si era appisolato, passò una motocicletta a una velocità da gran premio. Lo Coco si sorprese a sperare di sentire un forte botto e un rumore di lamiere. Ma il rombo si allontanò veloce, e il motociclista sopravvisse alle sue maledizioni.
Finalmente prese sonno, ignaro del fatto che poche ore dopo Cascioferro lo avrebbe chiamato.
«Corrado, che dobbiamo risolvere la guerra di Cecenia qui? Chi sono io, Goldrake? Mi trasformo in un razzo missile con circuiti di mille valvole? Che fa? Ci mando i raggi laser, ci mando? ... Talè, finiscila. Ci pensano gli amici tuoi della jeep. Qui a Palermo siamo, e abbiamo i nostri problemi. Non posso stare dietro al tuo tenente, e a 'sto Kavalè. Dai, oggi c'è pure il playoff di serie C/I. Speriamo che magari stavolta il Trapani ce la fa.»
«Con chi gioca?»
«Con la Ternana, deve recuperare da 2 a 0.»
«Difficile.»
Cascioferro portò la mano destra sotto la scrivania per un gesto scaramantico. Poi aggiunse: «E stasera Giovanna fa pure la caponata, Anzi, vuoi avvicinare e mangi da me?»
«Nino, grazie, non stasera.»
«Non sai che ti perdi... è bellissima la caponata di Giovanna.»
In via delle Sedie Volanti, al numero 33, piano terzo, abitava Andrij Mazurenko, clandestino ucraino.
L'edificio, nel centro storico, era uno di quelli che stanno in piedi per miracolo, o forse perché in qualche modo sorretti da ingombranti impalcature di ferro e travi di legno orizzontali.
Accanto al grande portone in legno del palazzo dove abitava l'ucraino, la strada era sommersa di rifiuti di ogni genere, scorze di mellone, vecchi materassi sfondati, mozziconi di sigarette, kleenex e preservativi. C'era un odore forte, misto di urina, umidità e muffa.
Sul muro di pietra, dietro un ammasso di immondizia, campeggiava la minacciosa scritta: «CHIUNQUE PISCIA O LASCIA LA MUNNIZZA QUI CI DEVE VENIRE UNA MALATTIA SENZA RIMEDIO».
Due scheletri di Vespa erano abbandonati poco più avanti. Giorno dopo giorno, qualcuno ne sottraeva pezzi che in qualche modo dovevano essergli utili. Adesso degli scooter rimaneva ben poco, e quel poco aveva il colore marroncino della ruggine.
Sul citofono, sotto la scritta rossa «SUCA CHI LEGE», non trovarono il nome dell'ucraino. Miola provò a suonare a caso. Il primo a rispondere fu un uomo dall'accento africano. Il maresciallo disse: «Carabinieri, apra il portone.»
L'uomo riagganciò.
Con il secondo, Miola non ripeté l'errore. Disse in tono gentile che stava cercando un ucraino di nome Andrij.
«Telzo piano» si sentì rispondere.
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“Come piante tra i sassi” di Mariolina Venezia30 marzo 2017
La Procura della Repubblica di Matera il sabato mattina assumeva un aspetto sinistro. Senza il solito viavai di belle signore togate, di uscieri, di gente venuta a sbrigare pratiche, di avvocati in abito blu riuniti in circolo come pinguini sulla banchisa, di imputati, testimoni, parenti, carabinieri e poliziotti, saltavano all'occhio tutte le magagne.
I muri sbrecciati e stinti. Lo scotch che imperversava. Marroncino, da pacchi, a sigillare porte, oppure a fissare grossi fogli di carta per oscurare qualche vetrata. Scotch telato penzolante su quadrati di plastica che fungevano da bacheche, con ordini di convocazione e comunicati di servizio attaccati alle estremità. Scotch colorato, giallo o blu, con scritte bianche o nere, che incaprettava macchinari in disuso arenati nei corridoi. Scotch trasparente che teneva insieme vetri rotti di finestre. Scotch appiccicato dove capita e basta.
E poi pile di scatoloni polverosi in precario equilibrio, con su scritto Elezioni amministrative, fili elettrici che spuntavano dai muri e si arrotolavano come serpenti, lampade al neon agonizzanti.
Imma attraversò i corridoi deserti col rumore dei tacchi che rimbombava, oltrepassò la porta con su scritto Bagno chiuso per vandalismo e raggiunse appena in tempo la macchinetta per timbrare i cartellini.
Emanuele Pentasuglia, detto Manolo, era stato uno dei primi fricchettoni di Matera, di quelli che si erano sparati Amsterdam nel periodo caliente, e poi il Messico, dove aveva fatto consumo di peyote e altri funghi allucinogeni, che a quanto pare continuavano a risalirgli un po' alla volta, in una sorta di ruminazione, dai cui fumi si sprigionava un suo personale Olimpo popolato di hobbit, elfi, cherubini e monacelli, in compagnia dei quali passava le giornate e le notti.
Imma se lo ricordava perché c'era una ragazza del liceo che lo frequentava, e anche all'epoca non era un tipo che passasse inosservato. Ogni tanto si presentava all'uscita di scuola, seguito da un paio di cani dal nome esotico.
I cani ce li aveva anche adesso. Un barboncino e una bastardina. Tao e Krishna. Li interpellava mentre parlava come a chiedere conferma di quanto andava dicendo. E quelli rispondevano abbaiando o uggiolando a seconda dei casi. (...)
Quando Imma gli parlò di Nunzio annui e rimase in silenzio.
"Spero che lassù si trovi meglio", disse dopo un po'.
Lassù non si capiva bene dove intendesse, se nel paradiso delle valchirie, nel regno degli hobbit o dove diavolo.
Si erano conosciuti, confermò, perché era venuto a cercare lavoro. E lui, se qualcuno gli chiedeva qualcosa, non sapeva dire di no. Purtroppo quando si era trattato di dargli lo stipendio si era reso conto che non aveva soldi per pagarlo. Poi però erano rimasti amici.
"E che facevate insieme?"
Non rispose subito.
"Che facevamo? Bella domanda. - Sorrise. - Nunzio era un caro ragazzo, se poteva. Quando l'ho conosciuto, portava la maglietta di Che Guevara. Ma non voleva dire molto, anzi, non voleva dire niente. Per lui era una maglietta e basta. E le magliette bisogna cambiarle spesso, no?"
Imma guardò Calogiuri con occhi imploranti, poi ci riprovò.
"Stavate qui, ve ne andavate in giro, come passavate il tempo?"
"Diciamo che ci siamo fatti dei viaggi. Dei bei viaggi..." (...)
Arrivò un altro cane. Un lupo.
E questo come si chiamerà? Si chiese Imma. Siddharta? O Visnù?
Il cane si mise a ringhiare.
"Buono, Tranqui", disse Manolo.
Da qualunque latitudine venisse, questa divinità le mancava. Manolo diede un affettuoso colpetto al cane, poi la guardò.
"La solitudine può essere una compagna ingombrante", disse.
L'indomani Imma si svegliò con una sensazione strana. Qualcuno avrebbe potuto definirla inquietudine, perché quella notte aveva fatto un sogno di cui adesso non si ricordava. Oppure rimpianto, o nostalgia, quella struggente che si può provare per una cosa mai vissuta. Lei le diede un altro nome: fame.
Passando nel corso comprò un pezzo di focaccia alla Casa del Pane e lo mangiò in due bocconi, presentandosi in Procura con un paio di baffi al pomodoro di cui nessuno osò avvertirla. Ma la strana sensazione restava anche a stomaco pieno e le impediva di concludere gran che, forse per via di quel sogno che se ne stava acquattato dietro ogni pensiero, senza mai venire allo scoperto.
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“L’assassino del Marais” di Claude Izner22 marzo 2017
Il campanile della chiesa della Trinité aveva appena battuto le otto del mattino. All'improvviso, una terribile esplosione scosse il quartiere. In pochi secondi, in rue de Clichy, un edificio di cinque piani vacillò sulla propria base, la scala crollò dal mezzanino fino al sottotetto e tutti i vetri andarono in frantumi.
L'onda d'urto fece vibrare il suo corpo. Il suo cervello tradusse: Apocalisse. La strada cominciò a girare su se stessa. La polvere gli pizzicava le narici, ma ciò che lo invadeva era qualcosa di diverso da quell'odore acre: sembrava riemergere dal ricordo di un'esperienza antica, soffocata da molto tempo. L'eco di quello che era successo. Un segno.
La fede ardente nell'esistenza di una risolutezza divina, il rispetto delle Scritture e il terrore dei sacramenti provocarono in lui la visione del suo tutore che puntava l'indice rigido verso il cielo oscuro. Era tornato, la sua voce tuonava. Sempre le stesse parole: «Ci fu un violento terremoto. Il sole divenne nero come sacco di crine, la luna diventò tutta del colore del sangue... A sguazzare nell'eresia si ottiene la dannazione! Castigo! Castigo!»
Cocci di vetro cospargevano il selciato. Un vecchio che tremava si era seduto sul bordo del marciapiede. Una donna dai vestiti laceri e coi capelli coperti d'intonaco urlò. Già arrivavano i primi soccorsi.
Poco desideroso di saperne di più, Victor si era vestito e si apprestava a uscire. Avrebbe voluto baciare Tasa, ma non riusciva a decidersi a farlo sotto lo sguardo sarcastico di Laumier.
«E il caffè?» esclamò lei.
«Sono in ritardo, un appuntamento in rue des Saints-Pères. Torno questo pomeriggio.»
«Non sono sicura di esserci...»
«Pazienza », biascicò.
Prima che potesse afferrare la maniglia, la porta si aprì, rivelando un omino con la bombetta, gli occhiali e un sigaro.
Non appena lo vide, Laumier urlò: «Lautrec! Che coincidenza! Sono andato agli Indépendants, l'allesti-
mento è splendido, mi piace terribilmente il vostro La Goulue entra al Moulin-Rouge, un'autentica faccia da sabba!»
Era davvero troppo. Victor percorse in pochi passi la distanza che lo separava dal suo appartamento e andò a chiudersi nella camera oscura. Che cosa importava se Tasa gli rimproverava il suo brutto carattere? Lui non sopportava proprio di saperla circondata da uomini l'uno più volgare dell'altro. Da creativi, sosteneva lei. E il suo talento dove lo metteva? La pittura, la pittura, sempre la pittura! E la fotografia?
Claude Izner è lo pseudonimo letterario delle sorelle Liliane Korb e Laurence Lefèvre, entrambe parigine e libraie, che da diversi anni scrivono romanzi a quattro mani. La loro passione per la storia e i romanzi gialli le ha spinte a creare il personaggio di Victor Legris, libraio e investigatore della Parigi del XIX secolo.
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“La casa di ringhiera” di Francesco Recami2 gennaio 2017
Fu un pomeriggio da dimenticare anche per la figlia di Consonni. Dopo aver avuto un colloquio con le maestre di Enrico, Caterina era abbastanza sottosopra. Le avevano detto che Enrico aveva fatto dei disegni strani, in classe. In particolare aveva raffigurato, pur con i mezzi tecnici e grafici di cui era a disposizione, una persona tutta nuda a cui avevano tagliato il membro maschile. Le maestre si erano allertate per questo e avevano anche rapidamente consultato la psicologa della scuola, che per ovvio protagonismo aveva dato all'episodio un rilievo che forse di per sé non si sarebbe meritato. Comunque, giustamente, le insegnanti avevano segnalato a Caterina i fatti, avvertendola di mantenere la massima sorveglianza sul bambino, sui film che gli lasciavano vedere, sempre che non vi fossero significati psicologici più profondi, sui quali forse sarebbe valsa la pena indagare.
Altro che film, pensò immediatamente Caterina, questo è quel cretino di mio padre. Chissà che cosa ha fatto vedere all'Enrico, o che cosa gli ha raccontato! Lui e il caso della Sfinge di Lentate sul Seveso!
Caterina aveva molta fretta, era già in ritardo per un appuntamento con dei clienti che dovevano vedere un appartamento a Desio, e alle ore 17.07 chiamò suo padre al telefono, per dirgli che il bambino lo lasciava fuori del portone, che venisse a prenderlo.
Però Amedeo non rispondeva, che cavolo starà facendo..., quindi Caterina abbandonò Enrico nell'androne, intimandogli di andare da solo fino all'appartamento del nonno, tanto dov'era lo sapeva benissimo. La madre si assicurò che Enrico fosse sulla strada giusta, lo vide prendere le scale e se ne partì di gran fretta, era già in ritardo di venti minuti.
Enrico arrivò alla porta dell'appartamento 8 senza difficoltà, Era socchiusa, ed entrò: «Nonno...» chiamava. «Nonno ... dove sei?». In casa non c'era nessuno. Enrico vide che sul tavolo da pranzo c'erano i soliti ritagli di giornale, quelli che il nonno non gli faceva guardare, ma che lui ogni tanto, quando l'Amedeo andava in bagno, riusciva a sbirciare. Nulla di nuovo, che non avesse già visto. Si mise a giochicchiare con la colla e le forbici, ma senza il nonno che tentava di impedirglielo si annoiò subito. Allora prese il pennarello grosso e vergò qualche vettore a caso sulle fotocopie del nonno. Neanche da questo lavoro ottenne particolare soddisfazione.
Così Enrico uscì dall'appartamento, per vedere se il nonno fosse in giro, da qualche parte.
Nemmeno la porta dell'abitazione accanto era chiusa per bene, era semiaperta. Enrico la fissò, poi, come fanno i bambini, non ebbe esitazioni ed entrò dentro.
C'era abbastanza buio in quella stanza piccola, ma a un certo punto Enrico vide un signore, tutto sudato, che stava infilando dentro un grosso sacco della spazzatura di colore scuro una signora che non portava né i pantaloni né le mutande. Chissà che cosa sarebbe successo se Enrico avesse raffigurato con un bel disegno la scena che si trovava davanti in quel momento, e che cosa avrebbero pensato le sue insegnanti. Di fatto appena Enrico fu dentro la stanza Antonio si bloccò e per una decina di secondi rimase fermo immobile, con il sacco mezzo pieno in mano. Finalmente domandò: «E tu chi cazzo sei?».
«Io sono Enrico, ha mica visto il mio nonno?».
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“La tela del Doge” di Paolo Forcellini9 dicembre 2016
Intrippata dalla serie Italia Noir della biblioteca di la Repubblica-l'Espresso...
In realtà il
Porta a porta del mellifluo Vespa gli serviva solo come sottofondo alle sue meditazioni riguardanti, quella sera come quasi tutte le altre negli ultimi sei mesi, la separazione dalla moglie Regina, quotato medico del reparto di oncologia dell'Ospedale Civile.
(...) da quando la consorte l'aveva mollato e se n'era andata a vivere per conto suo, il commissario aveva cominciato ad alzare il gomito quasi tutte le sere: la tristezza, l'angoscia, lo assalivano nella casa orfana delle chiacchiere reginesche.
Gli mancavano gli apprezzamenti immeritati e i rimproveri garbati della moglie. E sentiva nostalgia delle passeggiate domenicali con lei lungo le rive del Canale della Giudecca e di quelle serali, quando Regina lo andava a prendere in ufficio, in Fondamenta S. Lorenzo. Attraversando la Venezia delle boutique lussuose e degli ambulanti africani, facevano una lunga camminata fino alle Zattere per poi imbarcarsi sul vaporetto.
Aveva nostalgia delle cenette in due, a casa o nelle trattorie circostanti, come quelle estive all'Altanella, affacciata sul Rio del Ponte Longo, o all'Harry's Dolci, in Fondamenta S. Biagio.
E poi, o forse prima ancora, gli mancavano il suo corpo, i suoi abbracci, i suoi fremiti.
Così Manente ora aveva bisogno di stordirsi, di allontanare la disperazione che si faceva strada dentro di lui. L'alcol gli pareva la medicina maggiormente efficace, con in più la proprietà di concedergli qualche ora di sonno pesante che ormai da sobrio era sempre più improbabile.
«(...) Dunque, Furlan mi ha riferito che Bruscagnin e la Scarpa hanno mangiato verso le 13 risotto di pesce e bisato in tecia, acquistati alla rosticceria di Calle della Bissa. Piatti non proprio di facilissima assimilazione. Ho però potuto verificare che il processo digestivo era pressoché ultimato nel momento in cui Bruscagnìri è stato ucciso: questo elemento, assieme alla temperatura e alla rigidità del corpo, mi portano a concludere che la morte è avvenuta intorno alle 17, mezz'ora più, mezz'ora meno. Più preciso di così... Sono certo che mi farai avere al più presto l'encomio solenne che merito.»
«Certamente, Alvise, l'ho appena controfirmato. E sappi che il questore, su mia proposta, ha anche acconsentito che alla prima occasione ti accompagni all'American Bar di Piazza S. Marco per un Negroni. Offri tu, naturalmente. Ciao ciao.»
Invece che rientrare al commissariato, Manente attraversò il ponte che vi sorgeva dirimpetto e si recò nel suo pensatoio preferito: Campo S. Lorenzo. Una sorta di ampia enclave, attraversata solo da pochissimi abitanti dei dintorni, da qualche vecchietto che coraggiosamente usciva con la badante dalla residenza per anziani che vi si affacciava e da turisti rari come mosche bianche.
In fondo al campo sorge, maestosa, la Chiesa di S. Lorenzo, antichissima, rifatta nel Cinquecento, incompiuta e danneggiata dalla Grande Guerra. Chiusa al culto perché diroccata e utilizzata come magazzino, è preceduta da una breve scalinata dove Manente amava sedersi a pensare nelle giornate soleggiate, con la sola compagnia di qualche micio uscito a crogiolarsi agli amati raggi da una sorta di condominio, fatto di cucce di legno affiancate e accatastate su più piani, tutte ben fornite al loro interno di ceste e copertine per combattere il freddo, che qualche anima buona di gattara aveva poco a poco costruito sul sagrato per gli homeless felini del circondario.
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“La giostra degli scambi” di Andrea Camilleri12 novembre 2016
«Adelì, spiegati meglio».
«Dottori mè, stamatina, quanno che arrivai, attrovai la casa vacante, abbannunata, vossia non c'era e la porta-finestra era rapruta. Qualichi sdilinquenti di passaggio potiva trasiri e arrubbari ogni cosa. Mentri che mi nni stavo 'n cucina, sintii che qualichiduno era trasuto 'n casa dalla verandina. Pinsai che era vossia e m'affacciai. Non era vossia, ma un omo che taliava torno torno. Mi fici pirsuasa ch'era un latro. Allura agguantai 'na padiddra pisanti e tornai ad affacciarimi. Siccome in quel momento mi votava le spalli gli cafuddrai 'na gran padiddrata 'n testa. E iddro cadì 'n terra sbinuto. Allura gli ho ligati mano e pedi con una corda, l'ho 'mbavagliato e l'ho 'nfilato nello stanzino delle scopi».
«Ma sicura sei che si trattava di un latro?».
«E chi nni saccio? Ma uno che trase accussì 'n casa d'autri...»
«Scusa, pirchì doppo avirlo storduto non chiamasti al commissariato?»
«Pirchì prima dovivo dari adenzia alla pasta 'ncasciata».
Montalbano apprezzò la risposta e annò a rapriri la porta dello stanzino. L'omo si nni stava acculato e lo taliava con occhi scantatissimi.
«Senti, Mimì, mi stai stuffanno, io di 'ste storie di machine arrubbate mi nni stracatafotto».
«E nel caso specifico ti sbagli di grosso».
«Ah, sì?»
«Sì» fici Mimì taliannolo a sfida.
«Vabbeni, continua».
«La machina era propio quella dell'ingigneri Cosimato. Avivo pinsato giusto. Ma chi gli ha dato foco l'ha fatto malamenti, la parti posteriori è ristata squasi 'ntatta. Ho aperto il bagagliaio e subito ho viduto 'na cosa stramma».
«Cioè?»
«Un circhietto di mitallo ricoperto di stoffa, quello col quali le fìmmine si tenno fermi i capilli. Allura m'è vinuta 'n'idea: e se il rapitore di picciotte si era sirvuto di quella machina arrubbata?»
«Che hai fatto?»
«Quello che dovivo fari. Ho tilefonato alla Scientifica, ho aspittato che arrivassiro e sugno vinuto ccà».
«Come sei ristato d'accordo?»
«Che mi chiamano nel doppopranzo».
«Mimì, tu non puoi accapiri quanto sforzo mi costano le paroli che sto per diriti: sei stato veramenti bravo e...»
«Fermati ccà, masannò per lo sforzo trimenno che stai facenno capace che ti veni l'ernia».
Enzo, viduto con quanta soddisfazioni si era mangiato la pasta al nìvuro di siccia, gli misi davanti dù secunni: le solite triglie di scoglio e 'na frittura di calamaretti accussì netti e croccanti che parivano grissini appena sfornati.
«Sciglissi».
«Tu l'accanosci la famusa storia dello scecco di Buridano? gli spiò Montalbano.
«Nonsi».
«Un tali, di nomi Buridano, aviva 'no scecco. Un jorno volli fari un esperimento. Priparò da un lato un muntarozzo di fieno frisco, dall'autro un muntarozzo di garrubbe e 'n mezzo ci misi allo scecco. Il quali, non sapenno che scegliri tra dù cose che gli piacivano assà, si nni ristò fermo, talianno ora a dritta ora a manca. E accussì, non sapenno arrisolvirisi, finì col moriri di fami».
Enzo si ripigliò il piatto con i calamaretti.
«Che fai?»
«Ci lasso le triglie, non voglio ca mi mori di fami».
«E ti pari che io sugno lo scecco di Buridano? Posa i calamaretti, che me li mangio doppo le triglie».
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“La casa buia” di Dennis Lehane15 settembre 2016
Eravamo al Live Bootleg, una minuscola bettola sul confine fra Boston Sud e Dorchester, senza insegna sull'entrata. L'esterno di mattoni era dipinto di nero, e l'unica indicazione che il bar avesse un nome era scarabocchiata con la vernice rossa sull'angolo inferiore destro del muro davanti a Dorchester Avenue. In apparenza proprietà di Carla Dooley, nota anche come «L'adorabile Carlotta» e suo marito, Shakes, il Live Bootleg era in realtà il bar di Bubba, e non avevo mai visto il locale vuoto o la gola di qualcuno secca. Era anche una bella clientela; nei tre anni da che Bubba l'aveva aperto, non c'era mai stata una rissa o una fila per il bagno perché qualche drogato ci metteva troppo tempo a farsi una dose nel cesso. Naturalmente, tutti sapevano chi fosse il vero proprietario e come reagiva se qualcuno dava un pretesto agli sbirri per bussare alla porta, e così, nonostante il suo interno buio e la sua dubbia reputazione, il Live Bootleg era pericoloso quanto la tombola del mercoledì sera alla parrocchia di San Bartolomeo.
La casa davanti a cui Bubba parcheggiò era a un isolato di distanza dalla spiaggia, le case da ambo i lati erano pericolanti e inclinate verso il terreno. Nel buio, l'edificio pareva sul punto di crollare, e mentre non riuscivo a capire molto dei dettagli, avvertivo una spiacevole sensazione di degrado.
L'anziano che venne ad aprirci la porta aveva una barba rada che si rifiutava ostinatamente di crescergli sotto il mento. Era più o meno fra i cinquanta e i sessanta, con una gobba nodosa sulla schiena scheletrica che lo faceva sembrare ancora più vecchio. Portava un consunto berretto da baseball dei Red Sox che pareva troppo piccolo anche per la sua testa minuta, una mezza T-shirt gialla che lasciava esposto un addome grinzoso e pallido, e un paio di calze lunghe da ballerina di nylon nero talmente strette intorno all'inguine che gli organi genitali sembravano un pugno chiuso.
L'uomo si spinse sulla fronte la tesa del berretto da baseball e chiese a Bubba: «Sei Jerome Miller?».
Jerome Miller era lo pseudonimo preferito di Bubba. Era il nome del personaggio interpretato da Bo Hopkins in
Killer Elite, un film che Bubba aveva visto circa undicimila volte e che poteva citare a memoria.
«Tu che pensi?» Il corpo enorme di Bubba torreggiava sull'uomo smilzo e me lo toglieva dalla vista.
«Sto chiedendo» ribatté l'uomo.
«Io sono il Coniglio Pasquale che sta in piedi alla tua porta con una borsa da ginnastica piena di pistole.» Bubba si sporse sopra il vecchio. «Facci entrare, porca puttana.»
Il vecchio si fece da parte, e attraversammo la soglia per entrare in un salotto buio che puzzava di tabacco. Il vecchio si piegò sul tavolino in basso, sollevò una sigaretta accesa da un portacenere stracolmo, succhiò il filtro, e ci fissò attraverso il fumo, gli occhi pallidi che risplendevano nel buio.
«Allora, fatemi vedere» disse.
«Vuoi accendere una luce?» chiese Bubba.
«Niente luce qui» sibilò l'uomo.
Bubba gli rivolse un sorriso ampio e gelido a trentadue denti. «Portami in una stanza che ce l'ha.»
L'uomo scrollò le spalle ossute. «Come volete.»
Mentre lo seguivamo lungo un corridoio stretto, notai che il cinturino sul retro del berretto da baseball penzolava slacciato. Tentai di pensare chi mi ricordava quell'uomo. Poiché non conoscevo molti anziani che indossavano mezze T-shirt e calzamaglia, avrei dovuto immaginare che la lista delle possibilità sarebbe stata piuttosto corta.
Nel Crockett's Last Stand una notte, Rachel Smith si unisce a una conversazione da ubriachi su quello per cui vale la pena morire.
«La patria» dice un ragazzo fresco di servizio militare. Egli altri fanno un brindisi.
«L'amore» dice un altro ragazzo, e si becca una scarica di sghignazzi.
«I Dallas Mavericks» urla qualcun altro. «Stiamo morendo per loro fin da quando sono entrati nell'NBA.»
Ridono.
«Vale la pena di morire per un sacco di cose» dice Rachel Smith, mentre si avvicina al tavolo, avendo concluso il turno, con un bicchiere di scotch in mano. «La gente muore ogni giorno» dice lei. «Per cinque dollari. Per aver fissato la persona sbagliata al momento sbagliato. Per i gamberetti.»
«Morire non dà la misura di una persona» dice Rachel.
«Cosa lo dà allora?» grida qualcuno.
«Uccidere» dice Rachel.
C'è un momento di silenzio. Gli uomini scrutano attentamente Rachel, e quella sua voce dura è pari a quella cosa che compare a volte nei suoi occhi e che vi può far diventare nervosi se guardate troppo da vicino.
Elgin Bern, capitano della Blue's Eden, la migliore nave per gamberetti di Port Mesa, dice alla fine: «Tu per cosa uccideresti, Rachel?».
Rachel sorride. Alza il bicchiere di scotch così che la luce fluorescente sopra il tavolo da biliardo si rifletta nei cubetti di ghiaccio.
«Per la mia famiglia» dice Rachel. «Solo per la mia famiglia.»
Qualcuno ride nervosamente.
«Senza pensarci due volte» aggiunge Rachel. «Senza guardarmi indietro.»
«Senza la minima pietà.»
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Agosto in città2 agosto 2016
Estratto dal Capitolo primo (Agosto in città) di "Crêuza degli ulivi" di Bruno Morchio.
Era un'altra notte di passione. Una di quelle notti che a Genova vengono sul finire di agosto, schiacciate da una calura viscida e spugnosa di umidità. Quando ogni cosa appare sospesa in un'immobilità senza respiro e non si avverte neppure un alito, una bava d'aria.
Dallo stradone saliva un'afa che rimbalzava contro il muro dell'antico convento di San Silvestro. Ed entrava tutta in casa mia. L'unica luce accesa nel deserto del mio palazzo disabitato. Da ore ormai mi crogiolavo in un inferno dilatato e immenso, come il silenzio della notte. Non un'auto, un motorino nè una voce umana nella città addormentata. C'era solo da aspettare il nuovo giorno. E le frustate del solleone, sempre più incarognito, come se si piccasse di lasciare il segno prima di passare le consegne alla Vergine.
Avevo fatto la spola tra il terrazzino e il fastidio inutile del letto, cercando invano un po' di refrigerio. Neanche il ventilatore a piantana dello studio-ufficio, che avevo sistemato in camera da letto, riusciva a lenire la morsa dell'afa. Eppure era acceso al massimo. Pensieri sconnessi si rincorrevano nella mia testa. E si arrotolavano nelle lenzuola sudate, nel letto sfatto.
- Che giorno è? Probabilmente sabato. Già sabato, e poi domenica. Odore marcio di weekend. Solo come un cane rognoso. Odore marcio di weekend e di un cane rognoso chiamato Bacci Pagano.
Crêuza: termine ligure che indica un viottolo stretto fuori dalla città che taglia la strada principale e porta alle case.
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Un sorso di Gatão31 agosto 2015
Grazie Giuliana e grazie a tutti i meravigliosi gatti rossi...
Gatão Bianco
Giallo chiaro. Leggermente frizzante. Giovane e fruttato. Delicato, morbido e fresco. E' un vino semisecco da bere giovane.
Regione: Vinho Verde (Portogallo)
Tipo: vino bianco
Alcol: 9%
Dimensione bottiglia: 750 ml.
Vitigno: Azal, Pedernã, Trajadura, Avesso, Loureiro
Enologo: José Maria Machado
In una regione temperata dall'influenza dell'Atlantico, dove il paesaggio rimane verde anche in piena estate, nasce un vino con una freschezza e morbidezza senza confronto. Gatão è un vino fresco e liscio, giovane, divertente e audace. Un vino ideale per ogni giorno che allieta lo spirito con la sua naturale freschezza.
Conservazione e consigli: servire a una temperatura tra 6° e 8°.
Abbinamenti: ottimo con pesce e crostacei, ideale come aperitivo leggero.
Gatão Rosè
Rosa chiaro. Leggermente frizzante. Giovane e fruttato. E' delicato, morbido e fresco.
Regione: Tras-os-Montes (Portogallo)
Tipo: vino rosato
Alcol: 10,5%
Dimensione bottiglia: 750 ml.
Vitigno: vitigni portoghesi
Enologo: José Maria Machado
Gatão Rosè ha la freschezza e la giovinezza tipica anche di Gatão Bianco che rappresenta infatti un punto di riferimento. E' un vino ricco di emozioni indicato per persone giovani.
Conservazione e consigli: servire a una temperatura tra 8° e 10°.
Abbinamenti: ottimo con grigliate di carne magra, pasta e pizza, ideale come aperitivo.
www.portugalvineyards.com
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“La sirena” di Camilla Läckberg6 novembre 2014
Il vestito sapeva ancora di lei. Christian se lo portò al naso e inspirò le microscopiche tracce di profumo rimaste impigliate nel tessuto. Chiudendo gli occhi, con l'odore nelle narici riusciva a rivederla ancora. I capelli lunghi fino alla vita che portava raccolti in una treccia o in uno chignon. Pettinature da vecchia signora, ma non su di lei.
Si muoveva come una ballerina, anche se aveva appeso le scarpe al chiodo. Le mancava la volontà, diceva. Il talento c'era, ma non la volontà di anteporre la danza a tutto il resto, di sacrificare amore, tempo, risate e amici. Voleva vivere intensamente.
Così aveva smesso di ballare. Ma quando si erano conosciuti aveva ancora la danza nel corpo e così era stato fino alla fine. Gli capitava di restare seduto a guardarla per ore, a osservarla mentre girava per casa, sistemava qualcosa e canticchiava un motivetto, muovendo i piedi con una grazia tale che sembrava non sfiorassero nemmeno il pavimento.
Avvicinò di nuovo il vestito al viso. Era così liscio sulla guancia calda e febbricitante, resa ruvida dalla barba un po' lunga. L'aveva indossato per l'ultima volta alla festa di mezz'estate. Il colore faceva risaltare l'azzurro degli occhi e la treccia che le ricadeva sulla schiena era lucida come il tessuto.
Era stata una serata fantastica. Uno dei rari solstizi d'estate benedetti da un sole spendente. Avevano mangiato in giardino, aringhe e patate novelle. Avevano preparato tutto insieme. Il piccolo era all'ombra con la zanzariera ben chiusa sulla carrozzina, in modo che non entrassero insetti. Era al sicuro.
Il nome del bambino gli balenò nella mente, facendogli fare un salto come se si fosse punto con uno spillo. Si costrinse a pensare ad altro: bicchieri appannati, gli amici che li sollevavano in un brindisi all'estate, all'amore, a se stessi. Pensò alle fragole che lei aveva portato fuori in una grande zuppiera. La ricordava seduta al tavolo della cucina a pulirle mentre lui la prendeva in giro perchè ogni tre o quattro che metteva nel recipiente una finiva tra le sue labbra. Le avrebbe servite agli ospiti accompagnate dalla panna, montata dopo averci aggiunto un pizzico di zucchero come le aveva insegnato la nonna materna. Lei aveva accolto le sue battutine con una risata, e l'aveva attirato a sè per baciarlo con le labbra che sapevano di fragole mature.
Stringendo il vestito tra le mani si lasciò scappare un singhiozzo. Non riuscì a trattenersi. La stoffa si scurì in più punti per le lacrime, e lui la asciugò con la manica della maglia. Non voleva sporcarla, non voleva rovinare quel poco che gli era rimasto di lei.
Rimise delicatamente il vestito nella valigia. Era l'unica cosa che restava di loro, l'unica cosa che fosse riuscito a tenere. Chiuse la valigia e la spinse nell'angolo. Sanna non doveva trovarla. Il solo pensiero che l'aprisse, ci guardasse dentro e toccasse il vestito gli faceva rivoltare lo stomaco. Sapeva che era sbagliato, ma aveva scelto Sanna per un'unica ragione: non le somigliava. Sanna non aveva labbra che sapevano di fragole e non si muoveva come una ballerina.
Ma non era servito. Il passato l'aveva agguantato lo stesso, con la stessa malvagità di quando aveva agguantato lei, la donna con il vestito azzurro. E adesso non vedeva via di scampo.
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