“Il sangue degli altri” di Antonio Pagliaro12 aprile 2017
Alle tre e un quarto stava ancora pensando all'affare del casinò di Riga. La Casinò Paradise. Riga, Lettonia. Il morto era lettone. Il casinò doveva essere un affare di Cosa nostra, come poteva essere altrimenti? E quando c'è la mafia, spesso ci sono cadaveri.
Quel lettone - Viktors, così si chiamava - doveva essere una vittima di quell'affare. Più ci pensava, più era certo che fosse così.
Con un rombo che lo risvegliò, se davvero si era appisolato, passò una motocicletta a una velocità da gran premio. Lo Coco si sorprese a sperare di sentire un forte botto e un rumore di lamiere. Ma il rombo si allontanò veloce, e il motociclista sopravvisse alle sue maledizioni.
Finalmente prese sonno, ignaro del fatto che poche ore dopo Cascioferro lo avrebbe chiamato.
«Corrado, che dobbiamo risolvere la guerra di Cecenia qui? Chi sono io, Goldrake? Mi trasformo in un razzo missile con circuiti di mille valvole? Che fa? Ci mando i raggi laser, ci mando? ... Talè, finiscila. Ci pensano gli amici tuoi della jeep. Qui a Palermo siamo, e abbiamo i nostri problemi. Non posso stare dietro al tuo tenente, e a 'sto Kavalè. Dai, oggi c'è pure il playoff di serie C/I. Speriamo che magari stavolta il Trapani ce la fa.»
«Con chi gioca?»
«Con la Ternana, deve recuperare da 2 a 0.»
«Difficile.»
Cascioferro portò la mano destra sotto la scrivania per un gesto scaramantico. Poi aggiunse: «E stasera Giovanna fa pure la caponata, Anzi, vuoi avvicinare e mangi da me?»
«Nino, grazie, non stasera.»
«Non sai che ti perdi... è bellissima la caponata di Giovanna.»
In via delle Sedie Volanti, al numero 33, piano terzo, abitava Andrij Mazurenko, clandestino ucraino.
L'edificio, nel centro storico, era uno di quelli che stanno in piedi per miracolo, o forse perché in qualche modo sorretti da ingombranti impalcature di ferro e travi di legno orizzontali.
Accanto al grande portone in legno del palazzo dove abitava l'ucraino, la strada era sommersa di rifiuti di ogni genere, scorze di mellone, vecchi materassi sfondati, mozziconi di sigarette, kleenex e preservativi. C'era un odore forte, misto di urina, umidità e muffa.
Sul muro di pietra, dietro un ammasso di immondizia, campeggiava la minacciosa scritta: «CHIUNQUE PISCIA O LASCIA LA MUNNIZZA QUI CI DEVE VENIRE UNA MALATTIA SENZA RIMEDIO».
Due scheletri di Vespa erano abbandonati poco più avanti. Giorno dopo giorno, qualcuno ne sottraeva pezzi che in qualche modo dovevano essergli utili. Adesso degli scooter rimaneva ben poco, e quel poco aveva il colore marroncino della ruggine.
Sul citofono, sotto la scritta rossa «SUCA CHI LEGE», non trovarono il nome dell'ucraino. Miola provò a suonare a caso. Il primo a rispondere fu un uomo dall'accento africano. Il maresciallo disse: «Carabinieri, apra il portone.»
L'uomo riagganciò.
Con il secondo, Miola non ripeté l'errore. Disse in tono gentile che stava cercando un ucraino di nome Andrij.
«Telzo piano» si sentì rispondere.
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“Come piante tra i sassi” di Mariolina Venezia30 marzo 2017
La Procura della Repubblica di Matera il sabato mattina assumeva un aspetto sinistro. Senza il solito viavai di belle signore togate, di uscieri, di gente venuta a sbrigare pratiche, di avvocati in abito blu riuniti in circolo come pinguini sulla banchisa, di imputati, testimoni, parenti, carabinieri e poliziotti, saltavano all'occhio tutte le magagne.
I muri sbrecciati e stinti. Lo scotch che imperversava. Marroncino, da pacchi, a sigillare porte, oppure a fissare grossi fogli di carta per oscurare qualche vetrata. Scotch telato penzolante su quadrati di plastica che fungevano da bacheche, con ordini di convocazione e comunicati di servizio attaccati alle estremità. Scotch colorato, giallo o blu, con scritte bianche o nere, che incaprettava macchinari in disuso arenati nei corridoi. Scotch trasparente che teneva insieme vetri rotti di finestre. Scotch appiccicato dove capita e basta.
E poi pile di scatoloni polverosi in precario equilibrio, con su scritto Elezioni amministrative, fili elettrici che spuntavano dai muri e si arrotolavano come serpenti, lampade al neon agonizzanti.
Imma attraversò i corridoi deserti col rumore dei tacchi che rimbombava, oltrepassò la porta con su scritto Bagno chiuso per vandalismo e raggiunse appena in tempo la macchinetta per timbrare i cartellini.
Emanuele Pentasuglia, detto Manolo, era stato uno dei primi fricchettoni di Matera, di quelli che si erano sparati Amsterdam nel periodo caliente, e poi il Messico, dove aveva fatto consumo di peyote e altri funghi allucinogeni, che a quanto pare continuavano a risalirgli un po' alla volta, in una sorta di ruminazione, dai cui fumi si sprigionava un suo personale Olimpo popolato di hobbit, elfi, cherubini e monacelli, in compagnia dei quali passava le giornate e le notti.
Imma se lo ricordava perché c'era una ragazza del liceo che lo frequentava, e anche all'epoca non era un tipo che passasse inosservato. Ogni tanto si presentava all'uscita di scuola, seguito da un paio di cani dal nome esotico.
I cani ce li aveva anche adesso. Un barboncino e una bastardina. Tao e Krishna. Li interpellava mentre parlava come a chiedere conferma di quanto andava dicendo. E quelli rispondevano abbaiando o uggiolando a seconda dei casi. (...)
Quando Imma gli parlò di Nunzio annui e rimase in silenzio.
"Spero che lassù si trovi meglio", disse dopo un po'.
Lassù non si capiva bene dove intendesse, se nel paradiso delle valchirie, nel regno degli hobbit o dove diavolo.
Si erano conosciuti, confermò, perché era venuto a cercare lavoro. E lui, se qualcuno gli chiedeva qualcosa, non sapeva dire di no. Purtroppo quando si era trattato di dargli lo stipendio si era reso conto che non aveva soldi per pagarlo. Poi però erano rimasti amici.
"E che facevate insieme?"
Non rispose subito.
"Che facevamo? Bella domanda. - Sorrise. - Nunzio era un caro ragazzo, se poteva. Quando l'ho conosciuto, portava la maglietta di Che Guevara. Ma non voleva dire molto, anzi, non voleva dire niente. Per lui era una maglietta e basta. E le magliette bisogna cambiarle spesso, no?"
Imma guardò Calogiuri con occhi imploranti, poi ci riprovò.
"Stavate qui, ve ne andavate in giro, come passavate il tempo?"
"Diciamo che ci siamo fatti dei viaggi. Dei bei viaggi..." (...)
Arrivò un altro cane. Un lupo.
E questo come si chiamerà? Si chiese Imma. Siddharta? O Visnù?
Il cane si mise a ringhiare.
"Buono, Tranqui", disse Manolo.
Da qualunque latitudine venisse, questa divinità le mancava. Manolo diede un affettuoso colpetto al cane, poi la guardò.
"La solitudine può essere una compagna ingombrante", disse.
L'indomani Imma si svegliò con una sensazione strana. Qualcuno avrebbe potuto definirla inquietudine, perché quella notte aveva fatto un sogno di cui adesso non si ricordava. Oppure rimpianto, o nostalgia, quella struggente che si può provare per una cosa mai vissuta. Lei le diede un altro nome: fame.
Passando nel corso comprò un pezzo di focaccia alla Casa del Pane e lo mangiò in due bocconi, presentandosi in Procura con un paio di baffi al pomodoro di cui nessuno osò avvertirla. Ma la strana sensazione restava anche a stomaco pieno e le impediva di concludere gran che, forse per via di quel sogno che se ne stava acquattato dietro ogni pensiero, senza mai venire allo scoperto.
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“L’assassino del Marais” di Claude Izner22 marzo 2017
Il campanile della chiesa della Trinité aveva appena battuto le otto del mattino. All'improvviso, una terribile esplosione scosse il quartiere. In pochi secondi, in rue de Clichy, un edificio di cinque piani vacillò sulla propria base, la scala crollò dal mezzanino fino al sottotetto e tutti i vetri andarono in frantumi.
L'onda d'urto fece vibrare il suo corpo. Il suo cervello tradusse: Apocalisse. La strada cominciò a girare su se stessa. La polvere gli pizzicava le narici, ma ciò che lo invadeva era qualcosa di diverso da quell'odore acre: sembrava riemergere dal ricordo di un'esperienza antica, soffocata da molto tempo. L'eco di quello che era successo. Un segno.
La fede ardente nell'esistenza di una risolutezza divina, il rispetto delle Scritture e il terrore dei sacramenti provocarono in lui la visione del suo tutore che puntava l'indice rigido verso il cielo oscuro. Era tornato, la sua voce tuonava. Sempre le stesse parole: «Ci fu un violento terremoto. Il sole divenne nero come sacco di crine, la luna diventò tutta del colore del sangue... A sguazzare nell'eresia si ottiene la dannazione! Castigo! Castigo!»
Cocci di vetro cospargevano il selciato. Un vecchio che tremava si era seduto sul bordo del marciapiede. Una donna dai vestiti laceri e coi capelli coperti d'intonaco urlò. Già arrivavano i primi soccorsi.
Poco desideroso di saperne di più, Victor si era vestito e si apprestava a uscire. Avrebbe voluto baciare Tasa, ma non riusciva a decidersi a farlo sotto lo sguardo sarcastico di Laumier.
«E il caffè?» esclamò lei.
«Sono in ritardo, un appuntamento in rue des Saints-Pères. Torno questo pomeriggio.»
«Non sono sicura di esserci...»
«Pazienza », biascicò.
Prima che potesse afferrare la maniglia, la porta si aprì, rivelando un omino con la bombetta, gli occhiali e un sigaro.
Non appena lo vide, Laumier urlò: «Lautrec! Che coincidenza! Sono andato agli Indépendants, l'allesti-
mento è splendido, mi piace terribilmente il vostro La Goulue entra al Moulin-Rouge, un'autentica faccia da sabba!»
Era davvero troppo. Victor percorse in pochi passi la distanza che lo separava dal suo appartamento e andò a chiudersi nella camera oscura. Che cosa importava se Tasa gli rimproverava il suo brutto carattere? Lui non sopportava proprio di saperla circondata da uomini l'uno più volgare dell'altro. Da creativi, sosteneva lei. E il suo talento dove lo metteva? La pittura, la pittura, sempre la pittura! E la fotografia?
Claude Izner è lo pseudonimo letterario delle sorelle Liliane Korb e Laurence Lefèvre, entrambe parigine e libraie, che da diversi anni scrivono romanzi a quattro mani. La loro passione per la storia e i romanzi gialli le ha spinte a creare il personaggio di Victor Legris, libraio e investigatore della Parigi del XIX secolo.
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“La casa di ringhiera” di Francesco Recami2 gennaio 2017
Fu un pomeriggio da dimenticare anche per la figlia di Consonni. Dopo aver avuto un colloquio con le maestre di Enrico, Caterina era abbastanza sottosopra. Le avevano detto che Enrico aveva fatto dei disegni strani, in classe. In particolare aveva raffigurato, pur con i mezzi tecnici e grafici di cui era a disposizione, una persona tutta nuda a cui avevano tagliato il membro maschile. Le maestre si erano allertate per questo e avevano anche rapidamente consultato la psicologa della scuola, che per ovvio protagonismo aveva dato all'episodio un rilievo che forse di per sé non si sarebbe meritato. Comunque, giustamente, le insegnanti avevano segnalato a Caterina i fatti, avvertendola di mantenere la massima sorveglianza sul bambino, sui film che gli lasciavano vedere, sempre che non vi fossero significati psicologici più profondi, sui quali forse sarebbe valsa la pena indagare.
Altro che film, pensò immediatamente Caterina, questo è quel cretino di mio padre. Chissà che cosa ha fatto vedere all'Enrico, o che cosa gli ha raccontato! Lui e il caso della Sfinge di Lentate sul Seveso!
Caterina aveva molta fretta, era già in ritardo per un appuntamento con dei clienti che dovevano vedere un appartamento a Desio, e alle ore 17.07 chiamò suo padre al telefono, per dirgli che il bambino lo lasciava fuori del portone, che venisse a prenderlo.
Però Amedeo non rispondeva, che cavolo starà facendo..., quindi Caterina abbandonò Enrico nell'androne, intimandogli di andare da solo fino all'appartamento del nonno, tanto dov'era lo sapeva benissimo. La madre si assicurò che Enrico fosse sulla strada giusta, lo vide prendere le scale e se ne partì di gran fretta, era già in ritardo di venti minuti.
Enrico arrivò alla porta dell'appartamento 8 senza difficoltà, Era socchiusa, ed entrò: «Nonno...» chiamava. «Nonno ... dove sei?». In casa non c'era nessuno. Enrico vide che sul tavolo da pranzo c'erano i soliti ritagli di giornale, quelli che il nonno non gli faceva guardare, ma che lui ogni tanto, quando l'Amedeo andava in bagno, riusciva a sbirciare. Nulla di nuovo, che non avesse già visto. Si mise a giochicchiare con la colla e le forbici, ma senza il nonno che tentava di impedirglielo si annoiò subito. Allora prese il pennarello grosso e vergò qualche vettore a caso sulle fotocopie del nonno. Neanche da questo lavoro ottenne particolare soddisfazione.
Così Enrico uscì dall'appartamento, per vedere se il nonno fosse in giro, da qualche parte.
Nemmeno la porta dell'abitazione accanto era chiusa per bene, era semiaperta. Enrico la fissò, poi, come fanno i bambini, non ebbe esitazioni ed entrò dentro.
C'era abbastanza buio in quella stanza piccola, ma a un certo punto Enrico vide un signore, tutto sudato, che stava infilando dentro un grosso sacco della spazzatura di colore scuro una signora che non portava né i pantaloni né le mutande. Chissà che cosa sarebbe successo se Enrico avesse raffigurato con un bel disegno la scena che si trovava davanti in quel momento, e che cosa avrebbero pensato le sue insegnanti. Di fatto appena Enrico fu dentro la stanza Antonio si bloccò e per una decina di secondi rimase fermo immobile, con il sacco mezzo pieno in mano. Finalmente domandò: «E tu chi cazzo sei?».
«Io sono Enrico, ha mica visto il mio nonno?».
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“La tela del Doge” di Paolo Forcellini9 dicembre 2016
Intrippata dalla serie Italia Noir della biblioteca di la Repubblica-l'Espresso...
In realtà il
Porta a porta del mellifluo Vespa gli serviva solo come sottofondo alle sue meditazioni riguardanti, quella sera come quasi tutte le altre negli ultimi sei mesi, la separazione dalla moglie Regina, quotato medico del reparto di oncologia dell'Ospedale Civile.
(...) da quando la consorte l'aveva mollato e se n'era andata a vivere per conto suo, il commissario aveva cominciato ad alzare il gomito quasi tutte le sere: la tristezza, l'angoscia, lo assalivano nella casa orfana delle chiacchiere reginesche.
Gli mancavano gli apprezzamenti immeritati e i rimproveri garbati della moglie. E sentiva nostalgia delle passeggiate domenicali con lei lungo le rive del Canale della Giudecca e di quelle serali, quando Regina lo andava a prendere in ufficio, in Fondamenta S. Lorenzo. Attraversando la Venezia delle boutique lussuose e degli ambulanti africani, facevano una lunga camminata fino alle Zattere per poi imbarcarsi sul vaporetto.
Aveva nostalgia delle cenette in due, a casa o nelle trattorie circostanti, come quelle estive all'Altanella, affacciata sul Rio del Ponte Longo, o all'Harry's Dolci, in Fondamenta S. Biagio.
E poi, o forse prima ancora, gli mancavano il suo corpo, i suoi abbracci, i suoi fremiti.
Così Manente ora aveva bisogno di stordirsi, di allontanare la disperazione che si faceva strada dentro di lui. L'alcol gli pareva la medicina maggiormente efficace, con in più la proprietà di concedergli qualche ora di sonno pesante che ormai da sobrio era sempre più improbabile.
«(...) Dunque, Furlan mi ha riferito che Bruscagnin e la Scarpa hanno mangiato verso le 13 risotto di pesce e bisato in tecia, acquistati alla rosticceria di Calle della Bissa. Piatti non proprio di facilissima assimilazione. Ho però potuto verificare che il processo digestivo era pressoché ultimato nel momento in cui Bruscagnìri è stato ucciso: questo elemento, assieme alla temperatura e alla rigidità del corpo, mi portano a concludere che la morte è avvenuta intorno alle 17, mezz'ora più, mezz'ora meno. Più preciso di così... Sono certo che mi farai avere al più presto l'encomio solenne che merito.»
«Certamente, Alvise, l'ho appena controfirmato. E sappi che il questore, su mia proposta, ha anche acconsentito che alla prima occasione ti accompagni all'American Bar di Piazza S. Marco per un Negroni. Offri tu, naturalmente. Ciao ciao.»
Invece che rientrare al commissariato, Manente attraversò il ponte che vi sorgeva dirimpetto e si recò nel suo pensatoio preferito: Campo S. Lorenzo. Una sorta di ampia enclave, attraversata solo da pochissimi abitanti dei dintorni, da qualche vecchietto che coraggiosamente usciva con la badante dalla residenza per anziani che vi si affacciava e da turisti rari come mosche bianche.
In fondo al campo sorge, maestosa, la Chiesa di S. Lorenzo, antichissima, rifatta nel Cinquecento, incompiuta e danneggiata dalla Grande Guerra. Chiusa al culto perché diroccata e utilizzata come magazzino, è preceduta da una breve scalinata dove Manente amava sedersi a pensare nelle giornate soleggiate, con la sola compagnia di qualche micio uscito a crogiolarsi agli amati raggi da una sorta di condominio, fatto di cucce di legno affiancate e accatastate su più piani, tutte ben fornite al loro interno di ceste e copertine per combattere il freddo, che qualche anima buona di gattara aveva poco a poco costruito sul sagrato per gli homeless felini del circondario.
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“Squadra speciale Minestrina in brodo”24 novembre 2016
di Roberto Centazzo
«Meno trenta!» esclamò Pammattone sollevando il flûte dello spumantino.
Andavano in quel bar da anni, solitamente di mattina presto per il primo caffè della giornata, o all'ora di pranzo per un piatto di spaghetti o un'insalata. Era un bar elegante, rimodernato da poco in toni provenzali, situato sotto i portici di piazza della Vittoria.
Quel giorno si lasciarono tentare dagli stuzzichini, pizzette, focaccia e tartine, e ordinarono un aperitivo. Anche Santoro, che pure avvertiva pericolosi bruciori allo stomaco. Fecero tintinnare i bicchieri.
«Prosit!» disse Mignogna.
«Siamo arrivati alla fine. Ancora non mi sembra vero», constatò Pammattone.
«Ho già la barca pronta. Tra un mese a quest'ora sarò su qualche spiaggetta a cucinarmi una bella grigliata di pesce appena pescato», disse Santoro, che era di Genova e come quasi tutti i liguri amava il mare.
«Io me ne torno nel mio paese, a Pietrabbondante, in Molise», seguì Mignogna.
«E che ci vai a fare? Manco l'acqua avete!» lo sfotté Santoro.
«Sì, prendi in giro. Che ci sto a fare qui, piuttosto? Mia figlia si è sposata, e io le sono soltanto d'impiccio. Da quando mia moglie è mancata, sono una palla al piede per lei. Beati voi che...» Avrebbe voluto aggiungere: «che siete senza figli», ma si bloccò subito.
Luc Santoro, benché non fosse sposato, di figli, anzi figlie, ne aveva messe al mondo tre. E ognuna con una donna diversa. Tanto da guadagnarsi, sul campo, l'appellativo di Inseminator. Ormai erano tutte grandi, ma Luc, soltanto di alimenti, si era rovinato. Con le sue stesse mani.
Quanto a Pammattone, dal punto di vista sentimentale, era quello messo peggio. Originario di Udine, dopo i primi anni di apprendistato, aveva scelto di fare servizio alla Squadra mobile, e lì non c'è più vita: orari strampalati, notti insonni, appostamenti... Non era mai riuscito a farsi una famiglia. Si era adattato a vivere in caserma, come una giovane recluta, in una stanza che, soltanto per rispetto alla sua età e al suo ruolo, gli avevano lasciato in uso come singola, benché avesse quattro letti come tutte le altre.
«Beati voi, che non capite un cazzo», concluse Mignogna con una sterzata improvvisa.
«Beati noi una minchia! Io dovrò cercarmi una casa da qualche parte o sposarmi qualche vecchia vedova, magari ricca», replicò Pammattone e scoppiò a ridere.
«Figuriamoci se un ispettore come te, anzi, un sostituto commissario come te, non trova una donna», lo sfotté Santoro.
«Mi sono comperato una bicicletta da corsa, lo sai?»
Marika sgranò gli occhi. «Lasci la Polizia?»
«L'ho già...» Si interruppe, non aveva nessuna voglia di dare spiegazioni. Se avesse detto a Marika che aveva lasciato la Polizia ed era in pensione, lei gli avrebbe domandato: «Come mai indaghi lo stesso, allora?»
Che cosa avrebbe potuto dirle? Che lui, Ferruccio Pammattone, nome in codice Semolino, insieme con altri due ex colleghi, Eugenio Mignogna, nome in codice Kukident, e Luc Santoro, nome in codice Maalox, di stare a casa a far nulla non ne avevano voglia? Che lontani dal lavoro si annoiavano? Poteva raccontarle che avevano messo su una sezione non ufficiale della Squadra mobile? Un ufficio fantasma che operava in gran segreto, denominato con affetto Squadra speciale Minestrina in brodo? No, non poteva. «L'ho già provata», si corresse in tempo, «è una bomba».
Ora, ai tanti casi risolti nella loro lunga carriera, di cui poter parlare rivangando il passato, avrebbero potuto aggiungere quello da poco concluso. Un'operazione coi fiocchi, che non solo aveva consolidato la loro amicizia, ma anche consacrato la nascita di una nuova squadra, la Squadra speciale Minestrina in brodo. Pur non contemplata in nessun organigramma, funzionava a meraviglia. (...)
«Sarà meglio che adesso ci prendiamo una bella vacanza da qualche parte, però», disse Semolino in tono grave, facendo intendere che quel caso lo aveva impegnato molto.
«Deve essere un posto in cui permettono l'ingresso ai cani», si premurò di precisare Kukident.
«Vecchi e cani... Io me ne sto a casa», scherzò Maalox, che aveva sempre la battuta pronta.
«Potremmo andare alle terme», propose Semolino.
«Sai che allegria, tutto il giorno in accappatoio con un bicchiere d'acqua in mano», replicò Maalox.
«Io avrei proprio bisogno di un bel massaggio, una settimana di cure termali non la escluderei», disse Kukident.
«E se invece...» Semolino si interruppe subito.
«Se?»
«Se realizzassimo il sogno che avevamo a vent'anni?»
«Il giro dell'Europa col pulmino Volkswagen?»
«Sì col mitico T2!»
Ne avevano parlato più di una volta, ma era un desiderio mai realizzato. A vent'anni non avevano i soldi, a trenta non avevano il tempo, a quaranta non avevano ferie, a cinquanta si sentivano stanchi... O adesso o mai più.
«Va bene, ma...»
«Ma?»
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“La giostra degli scambi” di Andrea Camilleri12 novembre 2016
«Adelì, spiegati meglio».
«Dottori mè, stamatina, quanno che arrivai, attrovai la casa vacante, abbannunata, vossia non c'era e la porta-finestra era rapruta. Qualichi sdilinquenti di passaggio potiva trasiri e arrubbari ogni cosa. Mentri che mi nni stavo 'n cucina, sintii che qualichiduno era trasuto 'n casa dalla verandina. Pinsai che era vossia e m'affacciai. Non era vossia, ma un omo che taliava torno torno. Mi fici pirsuasa ch'era un latro. Allura agguantai 'na padiddra pisanti e tornai ad affacciarimi. Siccome in quel momento mi votava le spalli gli cafuddrai 'na gran padiddrata 'n testa. E iddro cadì 'n terra sbinuto. Allura gli ho ligati mano e pedi con una corda, l'ho 'mbavagliato e l'ho 'nfilato nello stanzino delle scopi».
«Ma sicura sei che si trattava di un latro?».
«E chi nni saccio? Ma uno che trase accussì 'n casa d'autri...»
«Scusa, pirchì doppo avirlo storduto non chiamasti al commissariato?»
«Pirchì prima dovivo dari adenzia alla pasta 'ncasciata».
Montalbano apprezzò la risposta e annò a rapriri la porta dello stanzino. L'omo si nni stava acculato e lo taliava con occhi scantatissimi.
«Senti, Mimì, mi stai stuffanno, io di 'ste storie di machine arrubbate mi nni stracatafotto».
«E nel caso specifico ti sbagli di grosso».
«Ah, sì?»
«Sì» fici Mimì taliannolo a sfida.
«Vabbeni, continua».
«La machina era propio quella dell'ingigneri Cosimato. Avivo pinsato giusto. Ma chi gli ha dato foco l'ha fatto malamenti, la parti posteriori è ristata squasi 'ntatta. Ho aperto il bagagliaio e subito ho viduto 'na cosa stramma».
«Cioè?»
«Un circhietto di mitallo ricoperto di stoffa, quello col quali le fìmmine si tenno fermi i capilli. Allura m'è vinuta 'n'idea: e se il rapitore di picciotte si era sirvuto di quella machina arrubbata?»
«Che hai fatto?»
«Quello che dovivo fari. Ho tilefonato alla Scientifica, ho aspittato che arrivassiro e sugno vinuto ccà».
«Come sei ristato d'accordo?»
«Che mi chiamano nel doppopranzo».
«Mimì, tu non puoi accapiri quanto sforzo mi costano le paroli che sto per diriti: sei stato veramenti bravo e...»
«Fermati ccà, masannò per lo sforzo trimenno che stai facenno capace che ti veni l'ernia».
Enzo, viduto con quanta soddisfazioni si era mangiato la pasta al nìvuro di siccia, gli misi davanti dù secunni: le solite triglie di scoglio e 'na frittura di calamaretti accussì netti e croccanti che parivano grissini appena sfornati.
«Sciglissi».
«Tu l'accanosci la famusa storia dello scecco di Buridano? gli spiò Montalbano.
«Nonsi».
«Un tali, di nomi Buridano, aviva 'no scecco. Un jorno volli fari un esperimento. Priparò da un lato un muntarozzo di fieno frisco, dall'autro un muntarozzo di garrubbe e 'n mezzo ci misi allo scecco. Il quali, non sapenno che scegliri tra dù cose che gli piacivano assà, si nni ristò fermo, talianno ora a dritta ora a manca. E accussì, non sapenno arrisolvirisi, finì col moriri di fami».
Enzo si ripigliò il piatto con i calamaretti.
«Che fai?»
«Ci lasso le triglie, non voglio ca mi mori di fami».
«E ti pari che io sugno lo scecco di Buridano? Posa i calamaretti, che me li mangio doppo le triglie».
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Psicologia della pizza4 novembre 2016
Oggi calzone a' scarurella con scarola, olive di Gaeta, capperi, alici, pinoli e pepe nero...
Estratti da
Breve trattato di psicologia della pizza dal libro
"La pizza per autodidatti" di
Cristiano Cavina.
MARGHERITA
La margherita è la pizza ordinata dai veri intenditori; la semplicità del condimento consente loro di concentrarsi sull'impasto.
Appena hanno finito di concentrarsi sull'impasto, vengono a spiegarti cosa ne pensano e che sapori ci hanno trovato.
Il mangiatore seriale di margherita è così esperto che il più delle volte sente nel tuo impasto delle cose che tu nemmeno hai mai visto o pensato in vita tua, ma è così sicuro di sé e felice di averti smascherato che tu gli dai ragione, pur di non spezzargli il cuore.
Del resto, ogni pizzaiolo professionista adora a prescindere i clienti che ordinano la margherita; gli fanno risparmiare un sacco di tempo.
La semplicità della margherita sottolinea spesso l'erudizione di chi la ordina.
Aparte le persone anziane, che la preferiscono perché senza condimenti è più facile da digerire, da quello che ho potuto vedere, sono in maggioranza le persone molto istruite a sceglierla.
Il titolare solo di licenza media inferiore, per dire, non può vivere senza seppellire la pizza sotto montagne di condimenti.
Scegliere la pizza più semplice è un'attitudine da mistico, da asceta o da filosofo.
Serve almeno una laurea.
QUATTRO STAGIONI
La quattro stagioni è una pizza particolare.
È presente in ogni menù dell'universo, ma in nessun menù è uguale all'altra. Alcuni la fanno con funghi, olive, prosciutto cotto e carciofi; altri al posto delle olive mettono la salsiccia. Da noi c'è l'uovo sodo e il prosciutto non è quello cotto ma quello crudo.
È come il dialetto, cambia ogni venti chilometri e ogni cento metri di dislivello sul mare. Proprio perché non esiste una formula standard, la quattro stagioni è la pizza di chi, pur di non finire nella categoria degli indecisi, preferisce non decidere.
MARINARA
La marinara è, in linea di massima, una pizza con solo pomodoro, prezzemolo, acciughe e una tempesta di aglio.
La versione originale napoletana prevede invece pomodoro, aglio, olio e origano.
In ogni caso, oltre a un palato sopraffino, ordinare una marinara denota il raggiungimento di una certa pace dell'anima e di un grande equilibrio di coppia.
È la certificazione del raggiungimento del karma.
Buddha mangerebbe la marinara.
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“La pizza per autodidatti” di Cristiano Cavina23 ottobre 2016
Anche a fissarla molto intensamente, una pizza non cuoce più in fretta.
Se non la fisserete molto intensamente, si brucerà.
Quando siete in ritardo, il tempo smette di scorrere dentro il forno, mentre vola per chi aspetta a tavola.
Quando tutto fila liscio, non ci sarà mai nessuno a guardarvi.
Appena si presenterà un qualsiasi problema, un divertito spettatore si materializzerà al vostro fianco.
Quando comprerete un condimento particolare che tenete tanto a far assaggiare, nessuno lo vorrà.
Il giorno in cui deciderete di non comprarlo più, sarà il giorno in cui ve lo chiederanno.
Quando finirete un qualsiasi condimento, sarà proprio quello di cui i vostri ospiti all'improvviso non potranno fare a meno.
Se dopo cinque minuti il suo piatto non è arrivato, l'umanità in generale aspetta a tavola come se fosse seduta su una sedia elettrica.
Non abbattetevi: nella vita non si smette mai di sbagliare.
Fare le pizze è come amare qualcuno.
Deve venire facile.
Quando si inizia a faticare vuol dire che c'è qualcosa che non va.
E in entrambe queste cose nella mia vita, quando non veniva facile era solo colpa mia, ma ero sempre troppo distratto e inquieto per rendermene davvero conto.
Forse non imparerò mai come impastare gli ingredienti dell'amore, ma con le pizze, alla fine ho capito come si fa.
Nasciamo tutti autodidatti in questo mondo, e alcuni le cose ci mettono un po' più di tempo a impararle.
Diedi la mia prima intervista proprio in pizzeria, a un giornalista del «Corriere della Sera».
La prima domanda che mi fece, la prima domanda in assoluto a cui ho mai dovuto rispondere come scrittore, è stata se il mio libro era inventato o c'era qualcosa di autobiografico.
Il libro era ambientato a Casola, gli amici del protagonista avevano i nomi dei miei amici, la sua bicicletta era la mia bicicletta, perfino il suo indirizzo coincideva con il mio.
"C'è qualcosa di autobiografico?" mi chiese il giornalista.
"Niente" risposi io.
Non sapevo come rispondere. Di solito gli scrittori nelle interviste che mi capitava di leggere parlavano di come fosse necessario allontanarsi dalla propria vita per raccontare il mondo da un punto di vista universale, e io invece ero completamente impastato nel mio mondo: non conoscevo nient'altro.
La seconda domanda fu cosa si provasse a essere uno scrittore.
Io mi guardai intorno.
Avevo la sala piena, stavo rispondendo mentre sfornavo le pizze.
"Ma io faccio il pizzaiolo..." mi permisi di far notare.
Sono passati più di dieci anni da quel giorno, e non è che sia cambiato molto, se non che ormai non so più chi sono, di preciso. (...)
Quando mi chiedono che mestiere faccio, rispondo il pizzaiolo, anche se molti non ci credono più.
Soprattutto non ci credono i giornalisti.
Quando mi intervistano, hanno questa idea che per me sia solo un vezzo, quello di spacciarmi per pizzaiolo. Pensano che l'abbia fatto per due mesi, d'estate, da ragazzo.
E accompagnano questi loro pensieri con un sorriso malizioso, come se avessero scoperto un mio peccato di gioventù.
Ci sono lettori che vengono apposta su a Casola per controllare se è vero.
E sono molto soddisfatti quando mi vedono vestito di bianco dietro il bancone, sembrano sollevati e felici e io sono contento, perché so di non aver tradito la loro fiducia.
Non si può insegnare a fare la pizza.
Al massimo, si può avvertire degli errori che si faranno.
Spiegare da dove arriveranno e perché.
È una scuola solitaria, che frequentiamo in compagnia delle nostre mani, dei nostri occhi, del nostro palato e del nostro naso. Tutto qua.
Quando alla fine ci riusciamo, non abbiamo imparato a fare la pizza.
Abbiamo imparato a fare la nostra pizza, diversa da tutte le altre.
Credo che sia proprio questo il bello.
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“Monsieur Ibrahim e i fiori del Corano”30 settembre 2016
di Eric-Emmanuel Schmitt
(...) Brigitte Bardot fa il suo ingresso in drogheria.
"Buongiorno. Avete acqua?"
"Certo, signorina".
E qui succede l'inimmaginabile: monsieur Ibrahim va di persona a prendere una bottiglia d'acqua dallo scaffale e gliela porge.
"Grazie. Quanto le devo?"
"Quaranta franchi, signorina".
Brigitte ha un sussulto. Io pure. Una bottiglia d'acqua costava due franchi, all'epoca, non quaranta.
"Non sapevo che l'acqua fosse così rara, da queste parti".
"L'acqua non è rara, signorina, ma le vere dive sì".
L'ha detto con un tale charme, con un sorriso talmente irresistibile che Brighitte Bardot arrossisce leggermente, tira fuori i quaranta franchi e se ne va.
Non ci posso credere.
"Certo che ha una bella faccia tosta, lei, monsieur Ibrahim!"
"Eh, caro Momo, in qualche modo bisogna pure che rientri di tutte le scatolette che mi porti via".
Quel giorno siamo diventati amici.
"Perchè non sorridi mai, Momo?" mi domandò monsieur Ibrahim.
La domanda era come un cazzotto, un vero e proprio cazzotto al fegato, non c'ero preparato.
"Sorridere è roba da gente ricca monsieur Ibrahim. Io non ho i mezzi".
Naturalmente lui cominciò a sorridere, tanto per farmi girare le scatole. (...)
"Monsieur Ibrahim, quando dico che il sorriso è roba da ricchi, intendo dire che è roba per gente felice".
"Ecco, è qui che sbagli. E' il sorriso che rende felici".
"Allora, quand'è che mi adotta, monsieur Ibrahim?"
E lui, ridendo quanto me, ha risposto: "Anche domani, se vuoi, mio piccolo Momo!"
E' stata una dura lotta. Contro il mondo ufficiale, quello dei timbri, delle autorizzazioni, dei funzionari che diventano aggressivi se uno si permette di disturbarli. Nessuno voleva saperne di noi. Ma Ma monsieur Ibrahim non si lasciava scoraggiare.
"Il no ce l'abbiamo già in tasca, Momo. Ora non ci resta che ottenere il sì".
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