“Cosa aspettano le scimmie a diventare uomini”24 novembre 2017
di Yasmina Khadra
È uno splendido mattino, che basta a se stesso come il canto di un usignolo in un mondo di sordi; un mattino d'Algeria, illuminato dal freddo bagliore del sole di dicembre, simile a una gemma incastonata nella volta celeste, inaccessibile ai sogni contorti, alle preghiere bieche e agli Icari dalle ali tarpate.
Il cielo è di un azzurro lustrale. (...)
Sembra di sentire uno sciabordio, ma non ci sono fontane né ruscelli nei paraggi. Nel silenzio della foresta di Bainem tutto è semplice come l'acqua. E tutto è incantevole: la nebbiolina che sale dal burrone, i moscerini che volteggiano in un fascio di luce mescolandosi al pulviscolo scintillante dell'aria, la rugiada sull'erba, i fruscii della boscaglia, la fuga al rallentatore di una donnola. Viene voglia di darsi un pizzicotto. (...)
Dai rami di un salice piangente penzola un lenzuolo di seta. A mezz'asta.
Più avanti, all'ombra di una rupe, tra corone di fiori selvatici, riposa una ragazza. Nuda dalla testa ai piedi. E bella come solo una fata fuggita dalla tela di un artista sa esserlo. È semidistesa su un fianco, il viso rivolto a oriente, un braccio di traverso sul petto. Gli occhi grandi, messi in risalto dal mascara, sono aperti, lo sguardo è schermato da lunghe ciglia che devono aver suscitato innumerevoli emozioni. Mirabilmente truccata, con i capelli costellati di pagliuzze luccicanti, le mani ornate fino ai polsi da arabeschi berberi disegnati con l'henné, si direbbe che la tragedia l'abbia colta di sorpresa nel bel mezzo di un banchetto nuziale. Giace sulla sponda di un torrente asciutto, con il corpo disarticolato, ignara dei rumori che cominciano a levarsi dai cespugli, nient'affatto turbata dal contatto con la biscia che le si è appena insinuata sotto l'anca.
In questo scenario da sogno, mentre il mondo si risveglia ai propri paradossi, la Bella Addormentata ha chiuso con le favole. Ha smesso di credere al principe azzurro. Nessun bacio potrà resuscitarla.
È qui, e basta.
Affascinante e al tempo stesso spaventosa.
Come un'offerta sacrificale...
Yasmina Khadra è lo pseudonimo di Mohamed Moulessehoul, nato in Algeria nel 1956, scrittore stimato e apprezzato in tutto il mondo. Ufficiale dell’esercito algerino, reclutato a nove anni, dopo aver suscitato con i suoi primi libri la disapprovazione dei superiori ha continuato a scrivere usando come pseudonimo il nome della moglie. Dopo aver lasciato l’esercito nel 1999 ha scelto di vivere in Francia.
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“Inquietante delitto in Vaticano”1 novembre 2017
di Flaminia P. Mancinelli
Quando lui le aveva spiegato che le catacombe dipendevano dal Vaticano ovvero dalla Pontificia Commissione per l'Archeologia Sacra, lei aveva reagito con stupore: «Ma
ce n'est pas possible!... tu stai scherzando,
Nicolà, non è possibile che sia il Vaticano a comandare sui ritrovamenti archeologici a Roma».
«Ho chiesto alla Vittorini di informarsi bene, ma credo che la regola - quello che tu chiami
comandare - riguardi tutte le catacombe in territorio italiano».
«
Toute l'Italie? Mais c'est vraiment fou!»
«No, invece, credo sia ovvio: si tratta dei primi cimiteri cristiani. In molti di questi sono stati sepolti i martiri delle persecuzioni romane. E quindi sono luoghi sacri, di cui è normale si occupi la Chiesa».
Marion si zittì, ma solo per qualche istante. Stava riflettendo. Quindi osservò: «Guarda caso, tutti - anche la Pontificia - si dimenticano di questa catacomba. La lasciano andare in rovina per anni... Giusto?»
Nicola si limitò a un cenno di assenso.
«Poi un giorno arriva un prete per fare un'ispezione alla catacomba... e dopo poco, guarda che combinazione, in quella stessa catacomba viene trovata una donna assassinata... Tu puoi pensare quello che vuoi,
mon amour, ma in questo delitto
il y a l'ombre du Vatican!»
«L'ombra del Vaticano?»
«
Ça va sans dire...»
«Villa Ada è territorio del Comune di Roma... E allora qualcuno deve spiegarmi perché, se io ho bisogno di informazioni su quelle catacombe... Io,
una carabiniera dello Stato italiano, devo farlo per la cortese intercessione di un Istituto alle dipendenze del Vaticano, di una certa Pontificia nonsocchè».
«Vuoi una sigaretta?», le chiese il tenente Serra, porgendole il pacchetto.
«No, grazie, ho smesso».
«Di nuovo? Non lo sapevo».
«Neanch'io! Sono solo cinque giorni e allora non ho fatto pubblicità, perché tanto lo so: poi ricomincerò».
«Grazie alla sua intuizione, cara Vittorini, siamo finalmente arrivati alla vittima zero del nostro serial killer», esclamò la donna, infilandosi i guanti sterili.
«Ne avete la certezza?», chiese Sara, cauta.
«Se si infila un camice e viene dentro, potrà constatarlo con i suoi occhi», la invitò la dottoressa. (...)
Il dottor Lusini era di spalle e stava scattando delle fotografie alla salma.
«Venga, sottotenente, si avvicini. Guardi qui», la disse mostrandole un punto preciso sulla schiena della donna. La pelle, rimasta sepolta per diverse settimane, era quasi del tutto putrefatta, ma nel punto indicatole dal patologo c'era una macchia rossastra.
Vincendo la repulsione, Sara si chinò a guardare e la vide.
«Se volessimo, potremmo dire che questa è la madre di tutti i tatuaggi che il serial killer ha inciso sulle donne assassinate: stessa posizione, analogo disegno», spiegò Lusini avvicinando il cono di luce della lampada. «Qui abbiamo l'originale, esattamente sotto la scapola destra. Solo che si tratta di una voglia mentre sulle vittime è un tatuaggio».
Sara arretrò di un paio di metri. «Allora è lei».
«È lei senz'altro!»
«Vedi, Sara, noi diciamo di avere un'anima, e quest'anima distingue l'essere umano e lo rende superiore agli altri animali... Ma ne siamo certi? O quell'anima che neghiamo agli altri esseri viventi, invece, in loro è molto più pura?»
Sara Vittorini cercò di seguire l'uccello nel suo indaffarato cinguettio, era alle prese con la costruzione del nido, dove a breve la sua compagna avrebbe deposto le uova, e non potè fare a meno di fermarsi a riflettere su quello che aveva appena detto Marion.
Ciao Teo...
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“Questa non è una canzone d’amore”27 ottobre 2017
di Alessandro Robecchi
Il famoso giallo del dito...
Marino Righi è seduto su una poltrona di velluto rosso. Poltrona incongrua, un oggetto che pare fuori posto in una stanza elegante alla maniera del design nordico, legni chiari, toni neutri, tende ecru. Persino i quadri alle pareti hanno colori tenui, niente di sparato, niente che risalti. Ton sur ton, ecco, quella roba lì.
La poltrona, invece, rosso vermiglio.
Scovate l'intruso. (...)
Ora le macchie che stonano nel tripudio di bianco e beige e sfumature pastello sono due: la poltrona rossa e il cerchietto che Marino Righi ha in mezzo alla fronte, da cui cola lentamente un minuscolo rivolo di sangue, rosso anche lui.
Un proiettile calibro 22 non è molto veloce, nè devastante, ma questo non aiuta, anzi. Quando entra ha già fatto il grosso del lavoro. E se non trova una parte molle da cui uscire, rimbalza qualche decina di volte tra le ossa del cranio come una pallina da flipper tra i respingenti.
Gli special, le lucine e tutto il resto, ma non si vince niente.
«Sei una testa di cazzo».
«Apprezzo il giro di parole».
«Dico sul serio, non sono cose che si buttano dalla finestra. Ora offrono venticinque. Venticinquemila a puntata. Trentotto puntate all'anno. Per chissà quanti anni. Se vuoi ti faccio due conti».
«No». (...)
«Non ti immergeresti in un barile di merda per venticinquemila euro», dice lui.
«Sei sicuro?... Beh, ci vorrebbe un barile bello grosso», ride lei.
Una risata roca, qualcosa a metà tra un sospetto di tuono nei preamboli di un temporale e il ruggito del coguaro femmina che difende i cuccioli. Due enormi tette sobbalzano come cocomeri su un tavolo durante il terremoto, le pieghe del collo si stirano come quelle di un'iguana gigante del Borneo durante il pasto. La collana di perle segue il movimento sussultorio e tintinna.
Lei è Katia Sironi, nè più nè meno.
Katia Sironi sarebbe l'agente di questo Monterossi che sta seduto lì. Cura i suoi affari, intasca il quindici per cento di cifre che lui, senza di lei, non riuscirebbe a mettere insieme nemmeno rapinando banche; pesa, a occhio, come Tyson con in braccio Foreman, e ha quel sottile senso dell'umorismo che potreste trovare in una sala bigliardo della bassa Brianza, ma un po' più grezzo. (...)
«È un'idea del cazzo», aveva detto Katia Sironi.
Poi aveva aspirato due tonnellate d'aria alla sua maniera, tipo mantice dell'ltalsider, e aveva preso il volo:
«Così del cazzo che gli può piacere. Ma piacere tanto. Fammici lavorare un po'. Mandami tutto scritto, così come me l'hai detto. Un po' pomposo, non devo insegnarti i trucchi. Trasforma questo stronzo in un cioccolatino con la carta dorata e proviamo a venderlo».
L'aveva venduto.
Bene.
Benissimo.
Hanno trovato Marino Righi.
Morto stecchito, in casa sua, seduto in poltrona. Con un buco di calibro 22 nella fronte. Sta diventando un classico.
E con un dito nel culo.
Carino, eh?
Il dito - lo diranno le analisi, ma sono quasi sicuri - della signora Lodovica Repici, uccisa lunedì sera.
Martedì sera è toccato al Righi.
Lui era programmato per mercoledì.
Carlo Monterossi, l'Uomo Scampato Alla Morte.
Parla il sovrintendente Semproni. Il lavoro sul campo deve fargli un gran bene, perché ora sembra vivo e vegeto, non come prima che giocava alla mummia di Similaun.
«Quindi la nostra arguta deduzione è che il dito indice di Marino Righi doveva finire nel culo suo».
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“Once Upon a Zombie. Il colore della paura”1 ottobre 2017
di Billy Phillips e Jenny Nissenson
All'improvviso, due delicate mani fredde e morte la afferrarono per le spalle.
Caitlin si ritrovò strattonata indietro e sentì un naso gelido che le annusava la nuca.
«Non provarci neanche, Cindy!» esclamò la ragazza dai lunghi capelli.
«Giusto un assaggio?» replicò la voce a cui corrispondevano quelle mani graziose.
«Un assaggio non basta mai!» ribatté Lunga Chioma. «Lo sai che un morso tira l'altro. Guarda che non sto scherzando, Cenerentola! Lasciala andare!»
Ma che...
Cenerentola?
Le delicate mani morte voltarono di scatto Caitlin, che si ritrovò a fissare dal vivo il volto della vera...
Cenerentola?
Solo che Cenerentola non era proprio viva, anzi. Aveva la carnagione grigio bianca della morte, le guance appena incavate e gli occhi cerchiati di scuro, come un demone uscito dal sepolcro. Eppure manteneva integra una sfuggente bellezza. E per quanto fosse in via di decomposizione, i suoi capelli biondi e le unghie lucide parevano ben curati. Caitlin aveva sempre adorato la fiaba di Cenerentola. Rimase lì a fissarla con ammirato stupore. (...)
La morta dalla lunga chioma fece guizzare un sorriso di scuse.
«Vi prego di perdonarmi, ho dimenticato le buone maniere: non mi sono ancora presentata. Mi chiamo Raperonzolo.»
La bimba che c'era in Caitlin si ritrovò doppiamente colpita... e sorpresa.
Come ho fatto a non riconoscerla dopo aver visto quelle lunghe e meravigliose trecce dorate?
«Dove mi trovo?» domandò Caitlin. (...)
Raperonzolo lanciò uno sguardo di disapprovazione a Cenerentola. Proprio in quel momento, un'altra zombie apparve dal nulla. La nuova arrivata era piacevolmente snella e aveva capelli nero corvino, labbra rosso ciliegia e un volto pallido, di un bianco lucente.
Bianco come... come... la neve? Non poteva essere! O invece sì?
«Sono Biancaneve.» disse la zombie facendo la riverenza. «Piacere di conoscervi.»
Caitlin sbatté gli occhi.
Raperonzolo sfoderò un gran sorriso. «C'è ancora un'amica che voglio presentarti. Guarda dietro di te.» Caitlin si girò di scatto e poco distante vide un'attraente zombie dai capelli biondo cenere.
I suoi occhi scintillarono di stupore. «Tu sei... La Bella Addormentata!»
Bella tese la mano pallida. «È un onore conoscerti, Caitlin.» (...)
La Bella Addormentata tirò fuori uno specchietto compatto e iniziò a picchiettarsi sul naso un piccolo piumino da cipria.
«Il nostro incarnato è sempre minacciato dalla muffa. Provate voi a essere all'altezza del nome Bella quando il viso tende a marcirvi.»
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Curiosità sulla pasta15 settembre 2017
Alcune curiosità tratte dalla
"Cronologia della pasta" dei Musei del Cibo di Parma.
Federico II, stando alla testimonianza del poeta Walter von der Vogelweide (1165-1230 ca.), amava particolarmente
i maccheroni dal sugo dolce, conditi cioè con lo zucchero, come si usava allora.
Fra’ Salimbene da Parma (1221-1282) parlando nella sua
Cronica di un frate grosso e corpulento, tal Giovanni da Ravenna, annota:
“non vidi mai nessuno che come lui si abbuffasse tanto volentieri di lasagne con formaggio”.
Giovanni Boccaccio (1313 ca.-1375) nel suo
Decamerone, raccontando le delizie del paese del Bengodi, dove chi più dorme più guadagna, descrive una montagna di formaggio parmigiano grattugiato, dal quale rotolano giù maccheroni e ravioli cotti in brodo di cappone.
Sull’origine del tortellino scrive Alessandro Tassoni (1565-1635) nella
Secchia Rapita:
“Marte sostò a Castelfranco con la sorella Venere, di cui l’oste ammirò la bellezza senza veli… l’oste ch’era guercio e bolognese imitando di Venere il bellico, l’arte di fare il tortellino apprese”.
Ne
Il Malmantile racquistato, poema del pittore fiorentino Lorenzo Lippi (1606-1674), molto interessante dal punto di vista linguistico per la sua ricchezza di vocaboli, modi di dire e locuzioni tipiche della parlata fiorentina del tempo, viene riportata l’espressione
“ognun può far della sua pasta gnocchi”, cioè disporre delle proprie cose come meglio si crede, per lo più a sproposito.
Nell’ottobre del 1743 Giacomo Casanova (1725-1798), all’età di 20 anni, sostò a Chioggia per tre giorni. Vi compose e recitò un sonetto in onore dei maccheroni. E ne mangiò una tale quantità che fu chiamato Principe dei Maccheroni.
Il corpo di Santo Stefano viene rinvenuto in una madia in cui era stato sepolto di nascosto e per questo viene assunto quale protettore dei Pastai.
Jacopo Vittorelli (1749-1835) nativo di Bassano del Grappa (VI), scrive il poemetto giocoso
I maccheroni in cui, oltre ad attribuire a Pulcinella l’invenzione di
“tal cibo che rallegra gli animi”, specifica che, mentre un tempo la pasta si faceva a mano, i vari formati
“ora li spreme il torchio e in più di dodici fogge diverse”.
La pasta si sposa al pomodoro per la prima volta in una ricetta contenuta nella
Cucina teorico-pratica del napoletano Ippolito Cavalcanti (1787-1859) Duca di Buonvicino. Il segreto del successo dei vermicelli con il pomodoro sta nel far restringere con cura la salsa, nel cuocere al dente la pasta e nel far saltare il tutto in padella, dando
ogni tanto una rivoltata fino a raggiungere il perfetto condimento.
Il 7 settembre 1860 il generale Giuseppe Garibaldi (1807-1882), dopo aver conquistato la Sicilia, entrava in Napoli e nulla ormai avrebbe potuto impedire l’unità d’Italia. Cavour (1810-1861), Capo del Governo italiano, ne dava notizia, scrivendo nel rapporto ufficiale:
“I maccheroni sono cotti e noi li mangeremo”.
Nella corrispondenza di Giuseppe Verdi (1813-1906) fu pubblicata una lettera della moglie Giuseppina Strepponi all'impresario Corticelli nella quale ammette che ci sarebbero voluti
“i tagliatelli e i maccheroni ben perfetti per renderlo di buon umore in mezzo al ghiaccio e alle pellicce” in occasione della prima de
“La forza del destino” a San Pietroburgo.
La governante di Rossini, Giulia Barbenoire, che era entrata al suo servizio a 18 anni, nel 1920 rilascia una affettuosa intervista dove ricorda:
“Ogni sabato v’era il famoso pranzo: 15 coperti erano sempre pronti; veniva chi voleva: il fedele maestro Carafa, Tamburini, la Patti, d’Alboni, il pianista Diemer… E tutti andavano in estasi per i famosi maccheroni che Rossini preparava con le proprie mani” e la cui ricetta recitava:
“Perché i maccheroni riescano appetitosi occorre buona pasta, ottimo burro, salsa di pomodoro e Parmigiano eccellenti, e una persona intelligente che cuocia, condisca e serva”.
www.museidelcibo.it
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“La segreta alchimia” di Gaetano Savatteri1 settembre 2017
Dalla raccolta "Viaggiare in giallo" di Giménez-Bartlett, Malvaldi, Manzini, Recami, Robecchi, Savatteri
«Saverio, perché non ti fai un giro? Qui accanto c'è un bel negozio di pentole».
«Ragione hai, Peppe. Mi serve proprio una padella antiaderente».
«Ecco, bravo. Ci vediamo tra mezz'ora».
In testa gliela sbatterei una padella antiaderente. Tanto lo so come finisce: Peppe Piccionello da anni dice di voler comprare un televisore, fa un bel giro in un negozio, si informa su tutti gli ultimi modelli e poi non prende mai niente.
A me personalmente questo vizio non sembra nemmeno così grave, ce ne sono di più turpi, come mettersi in fila alle tre di notte per conquistare l'ultimo modello di iPhone. Il problema è che stavolta Peppe mi ha chiesto di accompagnarlo e non ho trovato una scusa già confezionata per dirgli di no. (...)
Una padella antiaderente costa ventotto euro e settanta centesimi. Sinceramente, mi sembra peccato sprecare tanti soldi per spaccarla sulla testa a Peppe, anche se la commessa - molto graziosa, seppure con unghie ricostruite e troppo sbrilluccicanti - mi spiega che ha il fondo in pietra ollare. Provo a immaginare il rumore della pietra ollare, che non so manco cos'è, inferta con la forza di circa quaranta chili espressa dal mio braccio a una velocità di circa diciannove chilometri all'ora sul cranio di Piccionello. Secondo me suonerebbe meglio quella classica di acciaio, ma la ragazza con le unghie Swarovski mi spiega che non ne fanno più, e me ne propone altre di pietra lavica, di ceramica smaltata
o a particelle di granitech. Non ci sono più le padelle di una volta, questa la dico anche se è una stronzata, ma la commessa ride e scopro che uno Swarovski le brilla pure sull'incisivo laterale destro superiore. Troppo perfino per me.
WhatsApp mi deposita, caldo caldo, un messaggio di Suleima.
«Ancora con le tv di Peppe?» chiede.
«L'ho lasciato che flirtava con un Samsung».
«E tu?»
«Vorrei la verità: meglio una padella in pietra ollare o lavica?».
Attendo. Suleima sta rimuginando, ormai lo capisco dal tempo che impiega a rispondere.
«Saverio, la verità. Com'è?»
«La padella?».
«Non fare lo scemo. La commessa del negozio di padelle».
«Normale».
«Stai attento. Vengo lì e vi prendo a padellate, prima a te e poi a quella».
Le spedisco una serie di cuori e di smile.
Sto diventando pazzo, lo so. L'ho letto su «Robinson», l'inserto di «Repubblica», che si comincia così, sentendo le voci; era successo pure ad Alda Merini.
«Allora, dobbiamo perdere l'aereo?»
Un'altra voce, è di Piccionello.
Mi volto e capisco che, oltre alle voci, soffro di allucinazioni.
Davanti a me c'è uno che assomiglia allo Zeb Macahan del telefilm Alla conquista del West.
Chiudo gli occhi. Appena li riaprirò non ci sarà più niente e sarò tornato in me, sarà stato solo un sogno a occhi aperti.
«Sei diventato più scimunito del solito?» mi chiede l'uomo mascherato.
«Peppe, come cazzo ti sei impupato?»
«Classico ma informale» e si gira su se stesso.
Riesco a diagnosticare un paio di stivaletti Camperos El Charro pitonati a punta stretta con tacco da quattro centimetri, jeans stonewashed, camicia di velluto blu a righine strette, giacca di renna con frange.
Cerco a tentoni una sedia, mi tremano le gambe. Già mi immagino per le strade di Praga accanto all'ultimo dei mohicani.
«Che ne dici? La classe non è acqua» fa Piccionello.
«Acqua».
«Appunto, non è acqua».
«Peppe, un bicchiere d'acqua, per piacere. Avverto un'improvvisa secchezza delle fauci».
Bevo. Guardo con attenzione l'urban outfit di Peppe. Era meglio in mutande e infradito. Ogni dettaglio in sé è spaventoso, ma l'insieme è terrificante.
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“In crociera col Cinghiale” di Marco Malvaldi20 agosto 2017
Dalla raccolta "Viaggiare in giallo" di Giménez-Bartlett, Malvaldi, Manzini, Recami, Robecchi, Savatteri
Da: cinghialereale@loggiadelcinghiale.it
A: loggiadelcinghiale@loggiadelcinghiale.it
Oggetto: operazione «Crociati dei Caraibi»
Carissimi,
come sapete la cena sociale annuale del XX anno dell'era del Cinghiale è stata da tempo tramutata in Gita Sociale, stante l'importanza della ricorrenza decennale e la concomitante causa di divorzio del confratello Barbadori, per festeggiare adeguatamente il doppio lieto evento.
Tra le varie proposte giunte, è stato scelto di effettuare la Gita Sociale sotto forma di crociera a bordo della m/n Hesperion Garden, in vista del fatto che:
a) il confratello Viviani ha interesse a passare su detta nave un lasso di tempo non indifferente per via che glielo ha chiesto la fidanzata per motivi di sicurezza nazionale, e senza la nostra compagnia tale lasso di tempo gli risulterebbe insopportabile;
b) mentre due anni fa siamo stati buttati fuori dall'albergo ad Amsterdam quando il Paletti mise il peperoncino nell'impianto d'aerazione, stavolta buttarci fuori da una nave sarebbe, oltre che disdicevole, anche parecchio difficile, e quindi possiamo veramente sfogarci.
Memori del nostro statuto, e specialmente dell'articolo 5, che vi ricordo dire testualmente «Perché le donne son bone e care ma ogni tanto rompono il cazzo», vi invito a raccogliere la chiamata del confratello Viviani Massimo e a rispondere compatti e grufolanti. Il nome «Crociati dei Caraibi» è stato scelto perché, nonostante la crociera sia alle Canarie, suona parecchio meglio di «Crociati di Tenerife», e chiunque abbia da ridire è pregato di attaccarsi a questo manico.
Vostro aff.mo,
Leonardo Chiezzi
La Loggia del Cinghiale si era già fatta notare all'inizio del viaggio, durante la presentazione dei crocieristi, quando il comandante in seconda aveva dato nel suo migliore inglese il benvenuto al gruppo più numeroso, «thirty persons from Follonica, Italy», che avevano salutato il resto della ciurma con un poderoso rutto del Tenerini che non aveva alcun bisogno di traduzione; e, durante il corso del viaggio, le cose erano andate peggiorando. In maniera costante, ma con alcuni picchi. Anche a causa, va detto, dell'equipaggio della motonave, poco propenso ad accogliere i suggerimenti della Loggia per quanto riguardava le iniziative ludiche di bordo.
La proposta di organizzare un concorso di bellezza femminile volto a premiare la più antipatica della crociera, a cui donare la bellissima fascia con la scritta MISS TAI SUI COGLIONI stampata dal Ghini in eleganti caratteri oro, era stata inspiegabilmente bocciata dagli animatori; parimenti, la richiesta della Loggia di poter proiettare la pellicola Moana principessa dei vampiri sul maxischermo del cinema da 300 posti in occasione del compleanno del Bottoni era stata rigettata senza fornire giustificazione alcuna. Le cose erano andate quindi lentamente deteriorandosi fino al giorno della cena sociale, ovvero il presente sabato, nel corso della quale i trenta erano stati fermati dai più nerboruti membri dell'equipaggio e rinchiusi agli arresti in cabina fino al termine della crociera.
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“Il testimone” di Francesco Recami14 agosto 2017
Dalla raccolta "Viaggiare in giallo" di Giménez-Bartlett, Malvaldi, Manzini, Recami, Robecchi, Savatteri
Andarono a giocare al parco giochi, un giardinetto spelacchiato. Raul pisciava lontanissimo e sapeva fare dei rutti lunghissimi, dopo essersi riempito di coca-cola. Coca-cola? Per Enrico si trattava di una sostanza proibitissima, la mamma non gliela aveva mai fatta neanche vedere da lontano e lui era certo che a berla si andava all'inferno o anche peggio. E a quel bambino permettevano di bersene un bottiglione! Enrico era sbalordito. Quello beveva a bottiglia, senza fermarsi mai. Ma com'è che non moriva sul colpo?
Ma invece di morire quello faceva dei rutti spaziali e ruttando diceva «Alabuenadedios» o qualcosa del genere.
«Me la fai assaggiare?» riuscl a chiedere intimorito l'Enrico, controllando che la mamma non stesse guardando da quella parte.
Raul gli offrì il boccione, continuando a fare rutti smisurati.
Enrico sollevò il bottiglione e dette alcune piccole sorsate, e in breve fu l'estasi.
La coca-cola era una bibita meravigliosa, che ti riempiva la bocca e il naso di un gas dai poteri mega e ti faceva sentire benissimo. Enrico ne dette altre sorsate, sempre più consistenti. E poi l'effetto magico, il rutto. Anche Enrico proruppe in un colossale, se proporzionato al suo fisico mingherlino, rutto, che uscì mezzo dalla bocca e mezzo dal naso. Era questa la droga?
I grandi ti proibiscono sempre le cose migliori.
Insomma Enrico si ambientò e trascorse due giorni di sano divertimento coi suoi amici, passando il tempo a fare la pipì nella piscina e a tirarsi le borse di plastica piene d'acqua. L'unico timore di Enrico era che la mamma venisse a scoprire che lui aveva bevuto (e continuava a bere!) coca-cola. Lo avrebbe messo in prigione?
Partirono con la Doblò a fare un giro. Prima andarono alla Punta delle Oche, dove le oche non c'erano. Poi arrivarono al faro di Capo Sandalo, dove di sandali non ce n'era neanche uno spaiato, poi alle saline dove il sale non c'era, invece c'erano tanti uccelli col becco a punta. Infine raggiunsero le tonnare, e la signora Grazia spiegò che le tonnare lì non c'erano più. Insomma, in quel posto i nomi li davano a caso. Però erano tutti bellissimi e fantastici, Enrico avrebbe desiderato una macchina da presa per girare dei filmini, così si risparmiava la fatica di fare i disegni.
La tonnara fu il posto che lo magnetizzò di più, anche perché il nonno gli spiegò, in modo un po' semplicistico, come facevano a catturare i tonni. Li facevano entrare in certi canali, li imprigionavano lì e poi li prendevano a mazzate. Il mare si tingeva di rosso, per via di tutto il sangue. Enrico ne rimase molto impressionato.
Sulla punta c'era una piazzola panoramica da dove si vedeva un'isoletta minuscola e spoglia. «Quella si chiama Isola Piana» ed era effettivamente piana, non c'era una collinetta a pagarla oro. Meno male, pensò Enrico.
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“Senza fermate intermedie” di Antonio Manzini11 agosto 2017
Dalla raccolta "Viaggiare in giallo" di Giménez-Bartlett, Malvaldi, Manzini, Recami, Robecchi, Savatteri
«Allora che fa, Schiavone?» il questore lo sorprese alle spalle. Rocco si voltò con il bicchierino di plastica ancora pieno a metà. «Mi prendo un caffè!»
«Non fraintenda», Costa infilò la pennetta nel distributore, «mi riferisco a giovedì» e spinse il pulsante.
Schiavone prese tempo sorseggiando la ciofeca amarognola dal colore paludoso. «E non lo so. Giovedì?» non ricordava minimamente cosa sarebbe accaduto giovedì di così importante.
«Eh sì, giovedì» insistette il questore osservando il suo bicchierino che si stava riempiendo di quella sostanza giallastra che la macchinetta si ostinava a chiamare cappuccino, ma che al cappuccino somigliava come un trattore a una Ferrari.
«Giovedì, giovedì, giovedì... »
«Schiavone!» sbuffò il superiore. «Giovedì c'è l'inco...?» e lo guardò intensamente, aspettandosi che il vicequestore proseguisse, ora che l'aveva instradato.
«C'è l'incontro...?»
Costa annuiva. «Ottimo, Schiavone. Perché c'è l'incontro per la fe...»
«Per la fede?» azzardò Rocco.
«Ma quale fede e fede! Comunicare con lei mi debilita».
«Dottor Costa, le confesso che non ho la più pallida idea di cosa mi stia parlando».
«La festa del centosessantunesimo anno dalla fondazione della polizia di stato!»
«Ammazza, sò già passati 161 anni? Come vola il tempo, dottore».
Costa non apprezzò. Tolse la bevanda ormai pronta dal distributore. «E la celebriamo come sempre in questura. Ho fatto girare la circolare, lei non legge le circolari?».
«Sempre, dottore». (...)
«Vada, vada» finalmente sorseggiò il cappuccino.
Una smorfia di disgusto si dipinse sul volto abbronzato del questore. «Schiavone, lei crede che ci siano i termini per una denuncia ai gestori di questa macchinetta per tentato omicidio? Questo è veleno!»
«Credo proprio di sì» e sorridendo Rocco si avviò verso la sua stanza. (...)
«Dove l'ho messa? Sono sicuro che era qui. L'ho ricevuta l'altro ieri! ». Altri fogli misteriosi, appunti presi con una grafia da medico condotto. Niente, non trovava niente. Aprì un cassetto. Agende, post it da riempire, penne e pennarelli. «Giuro che era qui! Chi tocca le mie cose?» urlò, sapendo perfettamente che nessuno, neanche le donne delle pulizie, osavano sfiorare quella scrivania. Poi la vide. La lettera da Roma. Sorridendo e con gli occhi illuminati la alzò verso il soffitto, come fosse il Graal. L'ossigeno tornava nei polmoni. «Eccola!»
Era la convocazione che aveva ricevuto una settimana prima dal condominio di via Poerio, Monteverde Vecchio, Roma, casa sua. Veniva indetta una importantissima riunione per il rifacimento della facciata storica del palazzo. Giorni prima, appena l'aveva letta, aveva imprecato. (...)
La riunione in seconda convocazione era proprio per giovedì! Lo ricordava bene. Non aveva intenzione di parteciparvi, una riunione condominiale si stanziava all'ottavo grado della scala delle rotture di coglioni. Ma rispetto a una festa della polizia in questura, nono grado pieno con una tendenza al nove e mezzo, l'assemblea condominiale era una passeggiata. E poi una spesa così esagerata richiedeva la sua presenza.
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“Mi ricordo di te” di Yrsa Sigurdardottir14 luglio 2017
Finalmente un libro inquietante dove non solo il cane non è il primo a morire ma è forse l'unico che si salva...
«Com'è tranquillo, qui». Garòar ruppe il silenzio che la barca aveva lasciato. «Credo di non essere mai stato in un posto così isolato». Si chinò e la baciò sulla guancia chiazzata di salsedine.
«Ma è indubbio che ci abiti gente in gamba».
Katrin gli sorrise e non gli chiese se aveva dimenticato quella malaticcia di Lif. Volse le spalle al mare, dove non desiderava affatto vedere la barca sparire del tutto alla vista, e osservò invece la riva e la terra. Lif si era alzata in piedi e si sbracciava verso di loro. Katrin sollevò la mano per farle un cenno a sua volta, ma la lasciò cadere quando vide qualcosa muoversi velocemente alle spalle dell'amica vestita di bianco. Era un'ombra nera come la pece, molto più scura dell'ambiente in penombra.
Sparì altrettanto in fretta com'era apparsa, così Katrin non riuscì a distinguere chi fosse. Però le era parsa simile a una persona di bassa statura. Si aggrappò forte al braccio di Garòar.
«Cos'era?»
«Cosa?» Garòar aguzzò la vista seguendo l'indicazione di Katrin. «Vuoi dire Lif?»
«No. C'era qualcosa che si muoveva dietro di lei».
«No». Garòar la guardò stupito. «Non c'è niente. Solo una donna con il mal di mare e una tuta da sci addosso. Magari era solo il cane, no?»
Katrin cercò di apparire tranquilla. Poteva anche darsi che avesse avuto un abbaglio. Ma quello non era Putti, di questo era certa, era davanti a Lif e annusava l'aria. Forse il vento aveva spostato qualche oggetto. In ogni modo, non spiegava la rapidità con cui era sfrecciato, anche se naturalmente poteva essere arrivata una raffica improvvisa o una corrente. Lasciò il braccio di Garòar e si concentrò a respirare lentamente per il tratto che le restava da percorrere lungo il pontile. Non disse nulla nemmeno
quando ebbero raggiunto Lif. Si sentì un fruscìo e la vegetazione secca e ingiallita davanti a loro scricchiolò, come se qualcuno l'avesse calpestata. Né Garòar né Lif sembravano aver notato niente, ma Katrin non poté fare a meno di pensare che non fossero da soli, lì a Hesteyri.
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