foto di Elena Fiorio - Burano maggio 2009
“L’assassinio di Florence Nightingale Shore”
8 giugno 2018

di Jessica Fellowes
I delitti Mitford. Sei sorelle, una vita di misteri.

Mabel si raddrizzò, quasi fosse in procinto di dire qualcosa, quando colse un movimento alle sue spalle che la fece sussultare. La porta si aprì ed entrò un giovane di ventotto, trent'anni. Portava un completo di tweed marrone chiaro e un cappello. Da quello che Florence riusciva a vedere non indossava il cappotto, come ci si sarebbe aspettati da un viaggiatore diretto sulla costa in gennaio, ma forse lo portava sul braccio e lei non l'aveva visto. Non aveva bagaglio né bastone né ombrello. Si sedette a sinistra, accanto al finestrino, diagonalmente rispetto a Florence e in senso contrario alla direzione di marcia.
Udirono il fischietto del capostazione: partenza tra cinque minuti.
Mabel si mosse verso la porta e l'uomo si alzò. «Mi permetta» disse.
«No, grazie» replicò Mabel. «Faccio da sola».
Abbassò il finestrino tirando la cinghia di pelle, si sporse fuori per girare la maniglia dello sportello e lo spinse per aprirlo. Florence rimase seduta e ignorò il compagno di viaggio; teneva un giornale posato in grembo, gli occhiali da lettura sul naso. Mabel uscì, chiuse la porta e restò sul marciapiede
a guardare dentro. Poco dopo il capotreno soffiò nel fischietto per l'ultima volta. Il treno partì, all'inizio lentamente, poi accelerò e, giunto all'altezza della prima galleria, aveva ormai raggiunto la velocità massima. Fu l'ultima volta che qualcuno vide Florence Nightingale Shore viva.

«Hai un innamorato, Lou-Lou?» chiese Nancy di punto in bianco.
«Cosa?» trasalì Louisa. «No, certo che no». Il pensiero, però, corse a Guy, e avvertì un guizzo nello stomaco.
Nancy sospirò. «Neanch'io. A parte il signor Chopper, naturalmente».
«Il signor Chopper?»
«È l'assistente del signor Bateman, l'architetto di Farve. E' un ragazzo molto serio, non mi guarderebbe neppure se mi dimenassi davanti al camino. Quando viene a casa nostra, all'ora del tè, per mostrare i progetti, rifiuta qualunque forma di distrazione. Dev'essere amore, non credi?» Nancy levò gli occhi al cielo e Louisa la imitò, poi scoppiarono a ridere entrambe.
«Farve dice che c'è scarsità di uomini, oltretutto. Forse non ci sposeremo mai e saremo le "donne di troppo" di cui parlano sempre i giornali. Porteremo calze di lana grossa e occhiali spessi e coltiveremo l'orto. Leggeremo tutto il giorno e non ci cambieremo mai d'abito per la cena, come le sorelle O'Malley».
«Forse». Louisa sorrise. Non le pareva una brutta idea.

«(...) Oh, una cosa tristissima! Tante buone azioni per finire in un modo simile... » Rosa estrasse un fazzoletto non troppo pulito dalla tasca e si asciugò gli occhi.
«Come mai conosceva la signorina Shore?» chiese Guy, con la matita sospesa a mezz'aria.
«Eravamo infermiere insieme, prima della guerra. Lavoravamo al St Thomas'. Ero un po' più giovane di lei e mi aveva preso sotto la sua protezione. Era un'ottima infermiera e coraggiosa, anche. Sa che era andata in Cina da giovane? Non è da tutti. Io non mi sono mai spinta più in là di Dieppe, e mi è bastato. Non sanno fare un tè decente, sul Continente».

Per visualizzare eventuali immagini legate a questo post cliccare qui.


Commenti
Categorie: lettura
Tags: , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , ,

“I biscotti di Baudelaire” di Alice Babette Toklas
25 maggio 2018

Dopo il calendario altro giro con Canva...


Ricette e ricordi, profumi e sapori tra le eccentricità e la grande arte della Parigi tra le due guerre.

I libri di cucina mi sono sempre piaciuti, mi hanno sempre incuriosita. Quando ero una dilettante dei fornelli li leggevo tutti, anche quelli noiosi, dalla prima all'ultima pagina, come Gertrude Stein con i libri gialli.
Quando cominciammo a leggere Dashiell Hammett, Gertrude Stein osservò come, nei suoi libri, la vera novità consistesse nel fatto che di solito le vittime morivano prima dell'inizio della storia vera e propria. Innumerevoli delitti seguivano poi inevitabilmente il primo. Così succede anche in cucina. (...) Ecco perché cucinare non è un passatempo soltanto piacevole. (...)
Il solo modo di imparare a cucinare è cucinare, e per me, come per tanti altri, cucinare divenne all'improvviso, inaspettatamente, una sgradevole necessità durante la guerra e l'occupazione. Fu in condizioni di razionamento e scarsità di cibo che imparai non solo a cucinare seriamente ma anche a fare acquisti in circostanze difficili senza sprecare troppo tempo per entrambe le cose, dato che ce n'erano altre molto più importanti e più divertenti da fare. Fu allora, quindi, che cominciarono gli assassinii in cucina.
La prima vittima fu una bella carpa, portata ancora viva in cucina in un cestino coperto dal quale nulla poteva scappare. Il pescivendolo che me la vendette disse di non aver tempo di ammazzarla, toglierle le scaglie e pulirla, né mi volle dire con quale di queste tre orribili e necessarie incombenze fosse meglio cominciare. Non fu difficile capire quale fosse la più repellente. Quindi, avanti con l'assassinio e facciamola finita. (...) Mi venne subito in mente un bel coltello affilato, l'arma classica, perfetta. Detto fatto: con la mano sinistra avvolta in uno strofinaccio, perché poteva darsi che l'animale avesse denti affilati, afferrai la mascella inferiore della carpa, e col coltello stretto nella destra cercai attentamente la base della colonna vertebrale. Vibrai il colpo fatale senza esitare, poi lasciai andare il pesce e guardai. Orrore degli orrori. La carpa era morta, uccisa, assassinata, assassinio di primo, secondo e terzo grado. Mi lasciai andare, priva di forze, su una sedia, e con le mani ancora sporche afferrai una sigaretta, la accesi e aspettai che arrivasse la polizia ad arrestarmi. Dopo una seconda sigaretta mi tornò un po' di coraggio e mi mossi per preparare la povera signora Carpa per il suo ingresso in sala da pranzo. Grattai via le scaglie, tagliai le pinne, le aprii la pancia e la svuotai di un sacco di roba che preferii non guardare, la lavai accuratamente, la asciugai e la misi da parte mentre preparavo la

CARPA RIPIENA DI CASTAGNE

Per una carpa di circa 1 kg e mezzo, tritare una cipolla di media grandezza e soffriggerla lentamente in 3 cucchiai di burro. Aggiungere una fetta di pane spessa circa 5 cm imbevuta di vino bianco secco, strizzata e tagliata a cubetti, 1 cucchiaio di prezzemolo tritato, 2 scalogni tritati, 1 spicchio d'aglio pestato, 1 cucchiaino di sale, un quarto di cucchiaino di pepe appena macinato, un quarto di cucchiaino di macis in polvere, lo stesso di alloro e di timo e 12 castagne bollite e sbucciate. Mescolare bene, lasciar freddare, aggiungere un uovo crudo, riempire la pancia e la testa del pesce con il composto, chiudere accuratamente con stecchini, legare la testa in modo che il ripieno non esca durante la cottura. Lasciar riposare per almeno un paio d'ore. Versare 2 tazze di vino bianco secco in una terrina, metterei il pesce, salare a piacere. Cuocere in forno per 20 minuti a 190 gradi. Ungere il pesce e coprirlo con uno spesso strato di pane grattugiato, cospargere con 3 cucchiai di burro fuso e cuocere per altri 20 minuti. Servire ben caldo con un contorno di pasta. Per 4 persone. La testa della carpa è enorme. È considerata un boccone prelibato da molti europei.

Per visualizzare eventuali immagini legate a questo post cliccare qui.


Commenti
Categorie: cibo · lettura · ricette
Tags: , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , ,

“Elogio dell’invecchiamento” di Andrea Scanzi
3 maggio 2018

Devo confessare che a me Scanzi piace... Oliver invece non lo sopporta, quando lo vede prende a schiaffi la televisione...

Sul trimestrale «Porthos» ho trovato una massima espressa da un produttore langarolo - anonimo - che vinifica Barolo e Barbaresco, quindi imparziale. La trovo straordinaria. «Il Barbaresco è il vino delle migliori serate della tua vita, non ti tradirà mai; ma per l'ultima notte della tua esistenza, ci vuole un Barolo.»

Domanda: che me ne faccio di tutte queste nozioni? Niente, volendo. Si può benissimo sopravvivere lo stesso. Oppure si può provare a capire su cosa poggi la teoria più credibile riguardo all'abbinamento cibo vino. (...) ed è basata sul doppio binario della concordanza e della contrapposizione.
In linea di massima, quasi tutto è per contrapposizione: a una sensazione del cibo devo opporre una sensazione del vino, e viceversa. (...)
Come tutte le regole, anche quella della contrapposizione presuppone delle deroghe. Si chiamano concordanze (...)
(...) con un cibo dolce si beve vino dolce. Per questo, chiunque vi proponga uno Champagne secco a fine pasto, anche solo per brindare, compie forse un bel gesto ma certo uno scempio enogastronomico.
(...) di solito, il pesce vuole il bianco. È un dogma fastidioso e un po' ignorante, che amo smentire appena posso, ma è un fatto che con una sogliola faccio fatica a berci un Barolo (non è un gran problema: basta evitare di mangiare la sogliola). (...)
E sarebbe anche l'ora di finirla con la storia che gli affettati andrebbero mangiati soltanto con il rosso. È una scemenza, o, per meglio dire, un'abitudine radicata e appagante ma perfettibile: se volete corrompermi mi basta un Pelaverga, e convengo con voi che il salume è di per sé sapido e per questo abbisogna di un vino morbido (e di solito un rosso lo è più di un bianco), ma uno Chablis val bene un San Daniele. Così come una Doc Trento è il trionfo del lardo di Colonnata.
L'abbinamento per concordanza e contrapposizione dà coordinate utilissime. E spiega tante cose. Per esempio, perché il cioccolato mette così in difficoltà, al punto che tuttora i suoi esegeti si dividono in tre specie: quelli che lo mangiano con il vino dolce, quelli che gli preferiscono i superalcolici (rum, whisky) e quelli analcolici che rivendicano i poteri purificanti dell'acqua.
Il cioccolato, in effetti, è un gran casino. (...)
C'è anche chi, con il cioccolato, beve vino rosso secco: è uno dei pochi momenti in cui non capisco chi beve rosso (...)
(...) lo Champagne va con l'ostrica. Sì, ma chi lo dice? I francesi. Appunto (...) Lo Champagne spicca in acidità, effervescenza. Quindi va bene con cibi grassi e a tendenza dolce. È grassa un'ostrica? No. Ha tendenza dolce? No. Ha senso berci lo Champagne? No. Ameno che non vi offrano entrambi: in quel caso, valutati i costi dell'uno e dell'altra, il sacrificio si può fare.

C'è poi l'abbinamento per psicologia. È quello che preferisco. È quello che riconosce potere supremo all'ospite. (...)
Così, mentre sei lì che cucini, e il piatto cresce, ed è quasi finito, e tu hai raggiunto la certezza che - davvero - il vino perfetto per quel cibo è solo il Sauvignon erbaceo (ma sì, sborone per sborone, a dirla tutta pensavo a un Pouilly-Fumé della Loira, quello che nelle guide dicono avere sentori di pietra focaia), mentre sei lì che inevitabilmente godi, arrivano gli amici. Agli amici non hai detto cosa avresti cucinato, perché ami le sorprese. E gli amici, tutti, hanno comprato il loro vino.
Uno, l'esterofilo, sarà rimasto folgorato sulla via del Pinotage sudafricano. L'altro, il casalingo, avrà rubato il vino del contadino dagli scaffali del suocero (nooooo!). Il terzo, che ama la Toscana, ti avrà portato per la sesta volta in un mese il solito Chianti del supermercato. Il quarto, che la Toscana la odia, vi sparerà a sorpresa un Nero d'Avola che potrebbe essere lisergico come pure indigeribile.
La babele dei vini, la Waterloo delle regole. Si chiama abbinamento per psicologia, anche se io preferisco definirlo trionfo del caso. Dell'istinto. Della convivialità.
Serate che vanno giù come il migliore dei vini, così perfette da abbinarsi da sole.

Credo che il Brunello di Montalcino Biondi Santi Riserva 1983 lo aprirò il giorno in cui sarà tutto perfetto. Forse domani, forse mai. (...)
Credo. che invecchierò. Non credo bene come il Brunello di Biondi Santi. Non credo bene come Biondi Santi.
Credo che raccontare un vino sia raccontare il passato, comprendere il presente, scrutare (non senza sgomento) il futuro.
Credo che elogiare l'invecchiamento sia una buona rivoluzione.
Credo che il vino sia, come la musica, uno splendido cavatappi per le emozioni.
Credo, sempre di più, che nell'eterna lotta tra figli e padri, gli unici a vincere siano i nonni. A distanza. Con discrezione. Quasi immortali, certo indimenticabili.

Per visualizzare eventuali immagini legate a questo post cliccare qui.


Commenti
Categorie: bere · cibo · lettura
Tags: , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , ,

Miao
29 aprile 2018

Regalo effetto nostalgia... un numero di Miao del 1971... bellissimo!


Le ochette

Al mattino presto presto,
non appena il sole è desto,
van le ochette a fare il bagno
dentro l'acqua dello stagno.

Ed osservano per bene
ogni norma dell'igiene:
prima lavan le zampette,
la testolina, poi le alette,

esclamando "Qua, qua, qua,
oh che gran felicità!".
L'una i tuffi vuole fare,
l'altra finge di affogare,

l'altra ancora, birichina,
fa: "Ciao, ciao" con la zampina.
E felici in compagnia
fanno ognor la pulizia,

insegnando ai bambinetti
capricciosi e sudicetti,
che dell'acqua fresca e pura
non si deve aver paura,

perchè dona, ben si sa,
la salute e la beltà!

R. Banzi da "Mondo piccino"

Per visualizzare eventuali immagini legate a questo post cliccare qui.


Commenti
Categorie: animali · creatività · fumetti e vignette · giochi · illustrazione · lettura · oggetti
Tags: , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , ,

“4 3 2 1” di Paul Auster
20 aprile 2018

Complesso... e in questo periodo la concentrazione non è il massimo, ma sono contenta di averlo letto...

Lo so, lo so, sono l'uomo più fortunato della terra, ripetendo a bella posta le parole pronunciate da Lou Gehrig allo Yankee Stadium dopo aver scoperto che stava morendo della malattia che avrebbe preso il suo nome. Sei in una botte di ferro, disse la madre di Ferguson. Si, infatti, proprio una botte di ferro, e com'era grande e meraviglioso il mondo se non ti fermavi a guardarlo troppo da vicino.

Ferguson (...) avrebbe inventato altre tre versioni di se stesso e raccontato le loro storie insieme alla sua storia (grossomodo la sua storia, perché anche lui sarebbe diventato una versione romanzata di se stesso), e scritto un libro su quattro persone identiche ma diverse con lo stesso nome: Ferguson.
Un nome nato da una barzelletta sui nomi. La battuta finale di una barzelletta sugli ebrei polacchi e russi che avevano preso una nave ed erano venuti in America. Senza dubbio una barzelletta ebraica sull'America (...)
Stava ancora percorrendo le due strade che aveva immaginato a quattordici anni (...) e sempre, fin dall'inizio della sua vita consapevole, con la sensazione costante che i bivi e le parallele delle strade prese e non prese fossero tutti percorsi dalle stesse persone nello stesso momento, le persone visibili e le persone ombra, che il mondo effettivo fosse solo una piccola parte di mondo, poiché la realtà consisteva anche in quello che sarebbe potuto succedere ma non era successo, che una strada non fosse né meglio né peggio di un'altra, ma il tormento di vivere in un solo corpo stava nel fatto che dovevi essere sempre su una strada soltanto, anche se avresti potuto essere su un'altra, in viaggio verso un posto completamente diverso.
Identici ma diversi, ovvero quattro ragazzi con gli stessi genitori, lo stesso corpo e lo stesso corredo genetico, ma che vivevano ognuno in una casa diversa in una città diversa in circostanze a sé stanti. Sballottati qua e là dagli effetti di queste circostanze, i ragazzi avrebbero cominciato a differenziarsi con il procedere del libro, gattonando o camminando o galoppando attraverso infanzia, adolescenza e prima età adulta come personaggi sempre più distinti, ognuno per la propria strada, eppure tutti quanti ancora la stessa persona, tre versioni immaginarie di sé, con l'aggiunta di se stesso in qualità di Numero Quattro, l'autore del libro, ma a quel punto lui ancora ignorava i dettagli del libro, avrebbe capito cosa stava cercando di fare solo dopo avere iniziato a farlo, l'essenziale era amare quegli altri ragazzi come se fossero veri, amarli quanto amava se stesso (...)
Dio non era in nessun luogo, si disse, ma la vita era ovunque, la morte era ovunque, e i morti e i vivi erano uniti.
Solo una cosa era certa. Uno alla volta, i Ferguson immaginari sarebbero morti (...) ma solo quando avesse imparato ad amarli come se fossero veri, solo quando il pensiero di vederli morire gli fosse diventato insopportabile, e poi sarebbe stato di nuovo solo con se stesso, l'ultimo sopravvissuto.
Di qui il titolo del libro: 4 3 2 1.

Per visualizzare eventuali immagini legate a questo post cliccare qui.


Commenti
Categorie: lettura
Tags: , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , ,

Strani giorni di Dylan Dog
7 aprile 2018

Un bellissimo Dylan Dog Color Fest trovato in metropolitana...

"IL MIO NOME E' DOG."
"DYLAN DOG!"



"IL MIO NOME E' DOG. DYLAN DOG."
"SAREI UN INDAGATORE DELL'INCUBO."
"ANCHE SE SPESSO SONO GLI INCUBI CHE INDAGANO ME. A VOLTE MI SEMBRA DI NON POTERGLI NASCONDERE NIENTE. SONO SENZA SEGRETI, PER LORO."
"QUANDO ARRIVANO, PROVO A SVEGLIARMI NEL GRIGIORE DELL'ALBA..."
"... SE CI RIESCO, NON URLO."
"NON VORREI OFFENDERLI."

“Di mostri, incubi e ragazze” testo e disegni: Alessandro Baggi.

Per visualizzare eventuali immagini legate a questo post cliccare qui.


Commenti
Categorie: fumetti e vignette · lettura
Tags: , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , ,

“Lenticchie alla julienne” di Antonio Albanese
31 marzo 2018

Un libro di ricette geniali come i "Piselli ripieni all'astice bipolare" ed eventi mondani e show cooking imperdibili a partire da "Il Fuorissimo Salone" di Sondrio...

Estratto da "La sfilata della Maison Tonné"

Ci avevano provato, a dirgli di no. Lo avevano costretto a una maratona burocratica così complessa che il cerimoniale di corte degli Asburgo, in confronto, sembrava un picnic sulla spiaggia di Fregene. Aveva chiesto invano permessi al questore, al prefetto, al sindaco, a svariati cardinali, agli uscieri di Palazzo Chigi, ai gladiatori del Colosseo e ad altre dozzine di autorità cittadine, per poi capire che il nulla osta che contava davvero era quello di Goran il Burbero, un gitano accigliato e di poche parole che, da una tenda a Villa Pamphilj, gestiva il racket dei suonatori di fisarmonica nelle metropolitane.
Alain non si era dato per vinto e aveva trionfato, anche se era la prima volta che gli toccava pagare una tangente in fisarmoniche. Avrebbe avuto la location che voleva, per l'evento che avrebbe reso indimenticabile quella Settimana della Moda milanese. Già il fatto che l'evento si tenesse a Roma era piuttosto memorabile, ma non bastava Roma, lui voleva di più.
Lui voleva il Vaticano.
La collezione autunno-inverno della neonata Maison Tonné sarebbe stata presentata con una sfilata esclusiva sul Cupolone di San Pietro, riservata a circa duecento selezionatissimi ospiti di prestigio, venuti da tutto il mondo: a parte una certa quantità di porporati, tutto il consiglio d'amministrazione dello Iorr e il fantasma di papa Borgia, c'erano almeno cinque teste coronate, una era quella di Luigi XVI, riesumata per l'occasione perché Alain non trovava chic che la Francia fosse una repubblica.

Ora però doveva concentrarsi. Presto il sole avrebbe cominciato a calare, gli ultimi raggi avrebbero incendiato il Cupolone, le ombre delle guglie si sarebbero allungate sulla città e i suoi cinque aiutanti californiani avrebbero potuto cominciare a tirar fuori le modelle dai frigoriferi. Alain aveva dovuto refrigerarle nelle ore più calde del giorno perché le sue creazioni di moda non andassero a male, dato che tutti i capi d'abbigliamento della Maison Tonné avevano una caratteristica in comune: si mangiavano.
Ovviamente, lo show cooking con il relativo buffet sarebbe a sua volta stato a tema fashion: flanella di asparagi, tagliatelle a nido d'ape, capocollo all'americana, e la portata principale di pesce - che gli era costata ore di studio e giorni di tentativi -, il tonno a ruota, in cui la difficoltà maggiore era sempre convincere il tonno a indossare la sottogonna di tulle.

Alanis era sicura del fatto suo. (...) era infatti diventata un'accanita sfogliatrice di rotocalchi: "Donna", "Donna e Madre", "Donna e Basta", "Vip", "Vippissimo", "Vip-hip-hurrà", "Chi", "Come", "In che senso" e persino "Qualora", che costava solo dieci centesimi e non conteneva nemmeno una frase di senso compiuto. Non se ne perdeva uno, Alanis. O quasi. Per disporre gli ospiti al grande evento di Tonné, dalle regine alle capitane d'industria e dai banchieri redenti ai fidanzati di cardinali, aveva calibrato al millimetro l'assegnazione dei posti a sedere, calcolando ogni variabile, dai matrimoni alle annessioni, dagli incesti alle stragi, dai cambiamenti di sesso alle impiccagioni di parenti e amici. Non c'è niente di più sgradevole, in fondo, che sedere accanto a qualcuno che ti ha fatto fallire la banca o ti ha impedito per un pugno di voti di essere eletto papa.

I problemi erano infiniti. La modella vegana rifiutava di indossare i pantaloni in manzo balbettante della Bassa Sassonia. La modella della Bassa Sassonia, offesa, rifiutava di far cambio e lasciarla sfilare con il suo poncho sformato di melanzane, dopo che la modella ebrea l'aveva sgridata per aver provato il cappello di pelle di pollo assieme alla casacca in tessuto di stracciatella di bufala, dato che abbinare carne e latte non è kosher. La modella californiana le aveva detto di non lamentarsi: il suo bikini in peperoncino venezuelano era peggio di un cilicio.

Il resto della sfilata si svolse senza intoppi, la modella californiana svenne per il dolore ma solo dopo aver finito la sua passerella, fu quindi spalmata di yogurt ai cetrioli e portata all'interno della Basilica ai piedi della statua di San Longino, che ci pensasse lui.

Per visualizzare eventuali immagini legate a questo post cliccare qui.


Commenti
Categorie: cibo · lettura · ricette · umorismo
Tags: , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , ,

Le colazioni letterarie di Petunia Ollister
2 marzo 2018

Una piacevole scoperta grazie all'articolo "Aggiungi un post a tavola" di Giuliano Pavone...

Petunia Ollister (Stefania Soma) è una photoblogger diventata famosa per i suoi #bookbreakfast: scatti alla luce del mattino dove un libro viene immortalato con una colazione a tema.
Ha da poco pubblicato il libro "Colazioni d'autore" con Slow Food Editore dove le sue fotografie sono corredate da citazioni tratte dai libri e ricchi compendi di ricette.

Dice Petunia: "... non mi sento una fotografa, così come chi studia filosofia non è un filosofo. Le mie immagini funzionano sul web per la loro immediatezza, ma i fotografi fanno un lavoro diverso dal mio. Oggi, con l'evoluzione delle tecnologie digitali, avere delle conoscenze tecniche è meno importante di prima, anche se cresce il peso della postproduzione. Per fare una bella foto ci vuole soprattutto buon gusto, lo stesso che permette di vestirsi bene, di scegliere il vino giusto, insomma di inquadrare il mondo nella maniera migliore". E ancora: "Non concepisco un pasto triste. Anche i piatti più semplici devono essere fatti bene."



«Dopo aver messo le valigie in uno degli armadietti della stazione, mi sono infilato in un bar e ho fatto colazione. Una colazione molto abbondante, per me: succo d’arancia, uova col bacon, pane tostato e caffè. In genere bevo solo un po’ di succo d’arancia. Sono uno che mangia pochissimo. Sul serio. Ecco perché sono magro da far paura.» da "Il giovane Holden" di J.D. Salinger.

www.instagram.com/petuniaollister

Per visualizzare eventuali immagini legate a questo post cliccare qui.


Commenti
Categorie: cibo · citazioni · creatività · fotografia · lettura · ricette
Tags: , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , ,

I cat café e la Sunshine Home
2 febbraio 2018

Estratto dal libro "Il re delle casa" di Abigail Tucker.

(...) considerata l'abilità con cui i gatti possono impossessarsi di un appezzamento di terreno, era solo questione di tempo prima che avvenisse l'usurpazione totale delle nostre case. E ci sono già dei luoghi (...) in cui questa confisca domestica è già un fatto compiuto.
Uno è il cat café, un nuovo tipo di locale che (in maniera virale e fortemente gattesca) si è diffuso nel mondo negli ultimi quindici anni o giù di lì. I primi cat café hanno aperto a Taiwan, sono diventati di gran moda in Giappone, poi in Europa, e stanno finalmente invadendo anche il Nordamerica, con i primi avamposti in California, mentre altri sorgono in varie città da una costa all'altra degli Stati Uniti. Lo stile può variare, ma è interessante notare che i cat café asiatici originali non assomigliavano a ristoranti o bar, e neppure a Shangri-la felini, ma piuttosto a normali salotti tradizionali. (...)
Solo che, naturalmente, le persone sono solo di passaggio: gli unici residenti legittimi sono i gatti, e gli umani fanno la fila per pagare una sosta temporanea. In certi locali i clienti sono tenuti a leggere un manuale di etichetta felina prima di entrare, e consultare le foto frontali dei gatti e i profili delle loro personalità. Solo allora sono ammessi a osservare fenomeni degni di meraviglia come le operazioni di spazzolamento dei gatti, o gli stessi mici mentre mangiano dalle loro ciotoline: pare che tali scene siano talmente rilassanti che spesso i clienti si addormentano sui divani dei gatti e i locali si riempiono delle sonorità di umani che russano. (Svegliare un gatto che dorme è rigorosamente contro l'etichetta, mentre è meno chiaro cosa fare con gli umani catatonici).
Gli esperti di cose feline potrebbero obiettare che questi cat café non sono precisamente l'ideale per i loro inquilini, vista la presenza di estranei maleodoranti che credono di poter arrivare quando gli pare e di accarezzare i gatti. Ma questi salotti artefatti illustrano bene come siamo stati indotti a deliziarci all'idea di concedere ai gatti le cose più strane, prostrandoci davanti a loro o girando loro attorno in punta di piedi, felici della nostra sottomissione. (...)
Il passo successivo è molto chiaro: ambienti simili a salotti in cui i gatti regnano e le persone sono bandite. Almeno un paradiso del genere esiste già. La Sunshine Home, nella campagna di Honeoye, stato di New York, è una struttura di lusso per gatti, pensione a lungo termine e "casa di riposo" per felini che ha aperto nel 2004 (...) e oggi riceve visite da persone dell'intero Paese, interessate al modello di impresa.
In realtà è piuttosto semplice: la vita, le finanze e il tempo stesso ruotano completamente attorno ai gatti.
Alcuni tra i gatti "pensionati" non sono in realtà così anziani, ma possono avere gravi problemi comportamentali, o richiedere «una routine terapeutica particolarmente rigorosa» (...) I proprietari di questi animali hanno deciso di ritirarsi dall'attività di cura per alcuni anni, o forse per sempre. Alcuni sono partiti per l'Antartide, a occuparsi di ricerca in qualche base polare, oppure hanno ottenuto un lavoro in appalto in Afghanistan. Altri sono semplicemente defunti.
«A tutt'oggi non sappiamo cosa sia successo ad alcuni di loro: sono come scomparsi dalla faccia della terra», dice il titolare, Paul Dewey, che molto cortesemente si riferisce ai proprietari precedenti come "ex genitori".
Alla tariffa davvero equa di quattrocentosessanta dollari al mese (o per una somma di denaro molto, molto superiore, se il proprietario è disposto a staccare un assegno in anticipo per terapie destinate a proseguire per tutta la vita del gatto) un felino residente alla Sunshine Home ha diritto a una sua stanza privata, con nulla da invidiare a molti monolocali di Manhattan, con soffitti alti oltre due metri e un'immensa finestra panoramica, oltre la quale sono visibili specie da preda di ogni genere e dimensione.
Dewey consiglia ai proprietari di allestire gli alloggi dei gatti con poltrone, futon e altri elementi d'arredo della vecchia casa. «Uno dei nostri primissimi clienti riuscì a replicare l'intero soggiorno di casa, compreso il portariviste, la lampada a stelo e la poltrona reclinabile», dice.
Solo che ora, chiaramente, i mobili sono solo per il gatto. Le ex mamme possono venire in visita, se lo desiderano, e alla tariffa extra di cinque dollari al mese possono usufruire di uno speciale numero gratuito per contattare i loro ex animali da compagnia quando vogliono, giorno e notte. Ma, a essere sinceri, mi confida Dewey, i gatti non è che attendano le telefonate con ansia.
«Alcune persone hanno difficoltà ad affrontare i cambiamenti», dice, «ma i gatti si adattano sempre».

Per visualizzare eventuali immagini legate a questo post cliccare qui.


Commenti
Categorie: animali · gatti · lettura
Tags: , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , ,

“Il re delle casa” di Abigail Tucker
27 gennaio 2018

Come i gatti ci hanno addomesticato e hanno conquistato il mondo.

Dovrei a questo punto confessare di essere sempre stata anch'io tra gli stregati dai gatti. Ho sempre avuto mici, ma non solo: per la maggior parte della mia vita, sono stata il tipo di persona a cui si potevano regalare pirofile a forma di gatto con presine a tema, sono stata capace di arredare la casa con coperte e tessuti a tema felino con cuscini coordinati, e di riempire interi album di fotografie delle vacanze con ritratti di gatti mediterranei presi a caso. Ho acquistato gatti di razza da Fabulous Felines (...) e adottato gattini orfani, sia dai rifugi che trovatelli dalla strada. (...) A casa mia, devo dire che continuo a scegliere la moquette in una ristretta gamma di colori, i più adatti a mascherare le macchie di vomito di gatto.
Poche persone possono dire di dovere la propria esistenza ai felini, come faccio io: i miei genitori giurarono che non avrebbero avuto figli finché non avessero "addestrato" la loro prima gatta. (...) Nella nostra famiglia ci sono sempre stati solo gatti. Mia sorella una volta si fece oltre seicento chilometri per recuperare un Blu di Russia terrorizzato, chiuso nel bagno di una casa dove c'era un cane. Nei lunghi viaggi in auto, mia madre notoriamente teneva il suo soriano drappeggiato sulle spalle come una stola di pelliccia, con grande stupore dei casellanti.
Dato che i gatti hanno sempre fatto parte della mia vita, di rado ho pensato alla vaga assurdità di ospitare questi piccoli arci-carnivori: almeno, fino a quando non sono diventata mamma. (...)
"Gatto" è stata la prima parola pronunciata da entrambe le mie figlie. (...) «Dio vuol bene alle tigri?» chiedevano al momento di dormire, abbracciando gattini di peluche nei loro lettini.
E così mi ripromisi di imparare di più su queste creature, e su cosa fa andare avanti la nostra misteriosa relazione. (...)
Cheetoh è il mio gatto attuale (...) e pesa quasi dieci chili a digiuno. La sua taglia fuori dal comune ha fatto esitare un idraulico prima di entrare nel nostro soggiorno, e il tecnico della TV gli ha fatto delle foto con lo smartphone, per mostrarlo ai suoi amici. Ci sono stati dei cat sitter che si sono rifiutati di venire a badare a lui una seconda volta, perché Cheetoh, alla furiosa ricerca di cibo, li ha inseguiti, con la sua pancia ballonzolante. Le sue proporzioni insolite conferiscono all'esistenza domestica una qualità da Alice nel paese delle meraviglie: ti chiedi sempre se sei tu a essere rimpicciolita, o lui che è cresciuto.
È difficile credere che questo croissant gigante, acciambellato in fondo al mio letto, appartenga a una specie che ha la capacità di rovesciare un ecosistema. (...)
E, anche se Cheetoh sembra incapace di sopravvivere lontano dalla sua ciotola, la sua minacciosa insistenza nel chiederen costantemente di essere nutrito testimonia un'importante verità: i gatti domestici sono animali alquanto impositivi.

Prince Percy Dovetonsils era un Siamese melodrammatico, che gnaulava arie d'opera mentre gli veniva servita la colazione, quasi a mostrare il suo apprezzamento per il cibo. Nei suoi diciassette anni da gatto di famiglia (un periodo che si estese quasi per tutta la mia infanzia) Percy seguiva ansioso i nostri sguardi con i suoi occhioni blu zaffiro, leggermente strabici, si installava in grembo a qualche membro della famiglia ogni volta che gli era possibile, e se uscivamo di casa ci aspettava dietro la porta.
Ognuno di noi conosce un gatto simile, che sembra amare la sua vita casalinga e i suoi umani. Spesso si dice che gatti così "si comportano come cani". Ma poi ci sono i tantissimi gatti che si comportano da gatti: tanto ammalianti quanto inafferrabili, ma anche nevrotici e bizzarri.
Prendiamo Fiona, la gatta di mia sorella, che passa le sue giornate nascosta sotto il letto, tra scatole di scarpe, in una minuscola nicchia detta formalmente "l'ufficio di Fiona".
Oppure Annie, ancora semiselvatica, che vomita al minimo cambiamento nella routine quotidiana, obbligando mia madre a inseguirla con una spatola destinata all'ingrato compito.
O, infine, il mio adorato Cheetoh, che tende ad affondare le zanne nella carne degli ospiti di riguardo, soprattutto se cercano di fargli una carezza.
Abbiamo visto che i gatti domestici possono cavarsela benissimo anche negli ambienti naturali più difficili. Ma come se la passano questi raffinati predatori come animali da compagnia, nelle nostre case con tutti i comfort? Cosa sappiamo della vita interiore di questi animali da interni, del loro rapporto con noi e della loro esperienza dell'ambiente che condividiamo? Apprezzano di essere lavati con un apposito shampoo "niente lacrime"? Che cosa pensano della loro cena, a base di pollo biologico con formaggio, papaya e alga kelp? E la coabitazione è positiva per le nostre rispettive specie?
La verità è che il soggiorno dorato entro le nostre pareti regolari e imbiancate di fresco è una prova evoluzionistica radicale, quanto la loro sopravvivenza su isole subantartiche spazzate dal vento e sulle pendici dei vulcani. E se i gatti di casa possono a volte fare impazzire qualche umano, chiediamoci se il problema non sia reciproco.

Per visualizzare eventuali immagini legate a questo post cliccare qui.


Commenti
Categorie: animali · gatti · lettura
Tags: , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , ,