foto di Elena Fiorio - Burano maggio 2009
“Il re delle casa” di Abigail Tucker
27 gennaio 2018

Come i gatti ci hanno addomesticato e hanno conquistato il mondo.

Dovrei a questo punto confessare di essere sempre stata anch'io tra gli stregati dai gatti. Ho sempre avuto mici, ma non solo: per la maggior parte della mia vita, sono stata il tipo di persona a cui si potevano regalare pirofile a forma di gatto con presine a tema, sono stata capace di arredare la casa con coperte e tessuti a tema felino con cuscini coordinati, e di riempire interi album di fotografie delle vacanze con ritratti di gatti mediterranei presi a caso. Ho acquistato gatti di razza da Fabulous Felines (...) e adottato gattini orfani, sia dai rifugi che trovatelli dalla strada. (...) A casa mia, devo dire che continuo a scegliere la moquette in una ristretta gamma di colori, i più adatti a mascherare le macchie di vomito di gatto.
Poche persone possono dire di dovere la propria esistenza ai felini, come faccio io: i miei genitori giurarono che non avrebbero avuto figli finché non avessero "addestrato" la loro prima gatta. (...) Nella nostra famiglia ci sono sempre stati solo gatti. Mia sorella una volta si fece oltre seicento chilometri per recuperare un Blu di Russia terrorizzato, chiuso nel bagno di una casa dove c'era un cane. Nei lunghi viaggi in auto, mia madre notoriamente teneva il suo soriano drappeggiato sulle spalle come una stola di pelliccia, con grande stupore dei casellanti.
Dato che i gatti hanno sempre fatto parte della mia vita, di rado ho pensato alla vaga assurdità di ospitare questi piccoli arci-carnivori: almeno, fino a quando non sono diventata mamma. (...)
"Gatto" è stata la prima parola pronunciata da entrambe le mie figlie. (...) «Dio vuol bene alle tigri?» chiedevano al momento di dormire, abbracciando gattini di peluche nei loro lettini.
E così mi ripromisi di imparare di più su queste creature, e su cosa fa andare avanti la nostra misteriosa relazione. (...)
Cheetoh è il mio gatto attuale (...) e pesa quasi dieci chili a digiuno. La sua taglia fuori dal comune ha fatto esitare un idraulico prima di entrare nel nostro soggiorno, e il tecnico della TV gli ha fatto delle foto con lo smartphone, per mostrarlo ai suoi amici. Ci sono stati dei cat sitter che si sono rifiutati di venire a badare a lui una seconda volta, perché Cheetoh, alla furiosa ricerca di cibo, li ha inseguiti, con la sua pancia ballonzolante. Le sue proporzioni insolite conferiscono all'esistenza domestica una qualità da Alice nel paese delle meraviglie: ti chiedi sempre se sei tu a essere rimpicciolita, o lui che è cresciuto.
È difficile credere che questo croissant gigante, acciambellato in fondo al mio letto, appartenga a una specie che ha la capacità di rovesciare un ecosistema. (...)
E, anche se Cheetoh sembra incapace di sopravvivere lontano dalla sua ciotola, la sua minacciosa insistenza nel chiederen costantemente di essere nutrito testimonia un'importante verità: i gatti domestici sono animali alquanto impositivi.

Prince Percy Dovetonsils era un Siamese melodrammatico, che gnaulava arie d'opera mentre gli veniva servita la colazione, quasi a mostrare il suo apprezzamento per il cibo. Nei suoi diciassette anni da gatto di famiglia (un periodo che si estese quasi per tutta la mia infanzia) Percy seguiva ansioso i nostri sguardi con i suoi occhioni blu zaffiro, leggermente strabici, si installava in grembo a qualche membro della famiglia ogni volta che gli era possibile, e se uscivamo di casa ci aspettava dietro la porta.
Ognuno di noi conosce un gatto simile, che sembra amare la sua vita casalinga e i suoi umani. Spesso si dice che gatti così "si comportano come cani". Ma poi ci sono i tantissimi gatti che si comportano da gatti: tanto ammalianti quanto inafferrabili, ma anche nevrotici e bizzarri.
Prendiamo Fiona, la gatta di mia sorella, che passa le sue giornate nascosta sotto il letto, tra scatole di scarpe, in una minuscola nicchia detta formalmente "l'ufficio di Fiona".
Oppure Annie, ancora semiselvatica, che vomita al minimo cambiamento nella routine quotidiana, obbligando mia madre a inseguirla con una spatola destinata all'ingrato compito.
O, infine, il mio adorato Cheetoh, che tende ad affondare le zanne nella carne degli ospiti di riguardo, soprattutto se cercano di fargli una carezza.
Abbiamo visto che i gatti domestici possono cavarsela benissimo anche negli ambienti naturali più difficili. Ma come se la passano questi raffinati predatori come animali da compagnia, nelle nostre case con tutti i comfort? Cosa sappiamo della vita interiore di questi animali da interni, del loro rapporto con noi e della loro esperienza dell'ambiente che condividiamo? Apprezzano di essere lavati con un apposito shampoo "niente lacrime"? Che cosa pensano della loro cena, a base di pollo biologico con formaggio, papaya e alga kelp? E la coabitazione è positiva per le nostre rispettive specie?
La verità è che il soggiorno dorato entro le nostre pareti regolari e imbiancate di fresco è una prova evoluzionistica radicale, quanto la loro sopravvivenza su isole subantartiche spazzate dal vento e sulle pendici dei vulcani. E se i gatti di casa possono a volte fare impazzire qualche umano, chiediamoci se il problema non sia reciproco.

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“Lezioni di vita randagia” di Susan Wilson
16 settembre 2012

E' risaputo che la mia è una razza difficile da piazzare. La nostra reputazione di cani aggressivi, gli usi a cui veniamo notoriamente destinati ci impediscono di essere adottati facilmente. Nessuna vecchietta bisognosa di compagnia sceglierà di portarsi a casa un pit-bull, nemmeno se è un incrocio, come lo sono io. Tanto per cominciare sembriamo troppo forti. Secondo, sembriamo feroci. Terzo, non siamo per niente belli. Insomma, alle vecchiette lasciamo i cagnetti dal pelo lungo e vaporoso. Poi ci sono i giovanotti che vengono a farsi un giro in cerca di un cane virile. Niente da fare. Le autorità non sono mica nate ieri. Non si vendono combattenti di secoda mano, qui. Restano le coppie più giovani che vogliono prendere un cane dalla cattiva reputazione e con problemi di relazione. Non è che ce ne siano molte, a dire il vero, e noi invece siamo tantissimi.

Adam aguzza le orecchie, per capire se riesce a localizzare dov'è, nel mezzo acro di quel terreno incolto. Ma è scomparso. Scappato. Adam pensa alle ciotole vuote sul pavimento della cucina.
Arrotola il guinzaglio. Non può nemmeno chiamarlo, perchè non ha nome. Ha quel cane da quasi tre settimane e si è rifiutato di chiamarlo in qualsiasi modo che non fosse "bello", "amico", o "tu". Si è rifiutato di considerarlo qualcosa di più di un ospite fastidioso. "Vieni, bello. Qui, amico."
La sensazione della pelliccia morbida era come raso sotto le sue dita. La cosa più morbida che abbia mai toccato dopo la pelle di Ariel appena nata.
In lontananza coglie il suono di un fiutare forsennato.
"Ehi. bello!"
E dal buio spunta il cane, che agita la coda.
Un incredibile senso di sollievo inonda Adam e gli trema un po' la mano quando riaggancia il guinzaglio al collare. "Bravo, bello." E gli accarezza la testa.

"Forse dovresti chiamarlo Chance. In fondo tu gliene stai offrendo una, no? E credo che anche lui ne stia dando una a te." Gina arrossisce un po'(...)
"Una chance per cosa?"
Gina si allontana, recupera il retino e torna a spostare i pesci. Qualunque cosa pensi, non ha intenzione di dirla, e Adam si chiede se forse non sia imbarazzata anche lei della propria presunzione.
"Chance. Sì. Forse. A te piace? Ehi, Chance!"
Il cane, che stava ficcando il naso nell'espositore di cibo per pesci, piega la testa guardando Adam e la sua bocca enorme si apre in un sorriso canino.
"Credo che gli piaccia."
Gina appende di nuovo il retino e si avvicina a Adam (...) Si china sul cane. "Ehi, a quanto pare abbiamo qui un vincitore." Carezza la grossa testa, poi sfiora l'avambraccio di Adam. "Stai facendo una buona cosa."
Ora è il suo turno di arrossire. Gli piace quel tocco, così semplice, così umano. Svela una solitudine che è il tema centrale della sua vita.

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