foto di Elena Fiorio - Burano maggio 2009
“4 3 2 1” di Paul Auster
20 aprile 2018

Complesso... e in questo periodo la concentrazione non è il massimo, ma sono contenta di averlo letto...

Lo so, lo so, sono l'uomo più fortunato della terra, ripetendo a bella posta le parole pronunciate da Lou Gehrig allo Yankee Stadium dopo aver scoperto che stava morendo della malattia che avrebbe preso il suo nome. Sei in una botte di ferro, disse la madre di Ferguson. Si, infatti, proprio una botte di ferro, e com'era grande e meraviglioso il mondo se non ti fermavi a guardarlo troppo da vicino.

Ferguson (...) avrebbe inventato altre tre versioni di se stesso e raccontato le loro storie insieme alla sua storia (grossomodo la sua storia, perché anche lui sarebbe diventato una versione romanzata di se stesso), e scritto un libro su quattro persone identiche ma diverse con lo stesso nome: Ferguson.
Un nome nato da una barzelletta sui nomi. La battuta finale di una barzelletta sugli ebrei polacchi e russi che avevano preso una nave ed erano venuti in America. Senza dubbio una barzelletta ebraica sull'America (...)
Stava ancora percorrendo le due strade che aveva immaginato a quattordici anni (...) e sempre, fin dall'inizio della sua vita consapevole, con la sensazione costante che i bivi e le parallele delle strade prese e non prese fossero tutti percorsi dalle stesse persone nello stesso momento, le persone visibili e le persone ombra, che il mondo effettivo fosse solo una piccola parte di mondo, poiché la realtà consisteva anche in quello che sarebbe potuto succedere ma non era successo, che una strada non fosse né meglio né peggio di un'altra, ma il tormento di vivere in un solo corpo stava nel fatto che dovevi essere sempre su una strada soltanto, anche se avresti potuto essere su un'altra, in viaggio verso un posto completamente diverso.
Identici ma diversi, ovvero quattro ragazzi con gli stessi genitori, lo stesso corpo e lo stesso corredo genetico, ma che vivevano ognuno in una casa diversa in una città diversa in circostanze a sé stanti. Sballottati qua e là dagli effetti di queste circostanze, i ragazzi avrebbero cominciato a differenziarsi con il procedere del libro, gattonando o camminando o galoppando attraverso infanzia, adolescenza e prima età adulta come personaggi sempre più distinti, ognuno per la propria strada, eppure tutti quanti ancora la stessa persona, tre versioni immaginarie di sé, con l'aggiunta di se stesso in qualità di Numero Quattro, l'autore del libro, ma a quel punto lui ancora ignorava i dettagli del libro, avrebbe capito cosa stava cercando di fare solo dopo avere iniziato a farlo, l'essenziale era amare quegli altri ragazzi come se fossero veri, amarli quanto amava se stesso (...)
Dio non era in nessun luogo, si disse, ma la vita era ovunque, la morte era ovunque, e i morti e i vivi erano uniti.
Solo una cosa era certa. Uno alla volta, i Ferguson immaginari sarebbero morti (...) ma solo quando avesse imparato ad amarli come se fossero veri, solo quando il pensiero di vederli morire gli fosse diventato insopportabile, e poi sarebbe stato di nuovo solo con se stesso, l'ultimo sopravvissuto.
Di qui il titolo del libro: 4 3 2 1.

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Strani giorni di Dylan Dog
7 aprile 2018

Un bellissimo Dylan Dog Color Fest trovato in metropolitana...

"IL MIO NOME E' DOG."
"DYLAN DOG!"



"IL MIO NOME E' DOG. DYLAN DOG."
"SAREI UN INDAGATORE DELL'INCUBO."
"ANCHE SE SPESSO SONO GLI INCUBI CHE INDAGANO ME. A VOLTE MI SEMBRA DI NON POTERGLI NASCONDERE NIENTE. SONO SENZA SEGRETI, PER LORO."
"QUANDO ARRIVANO, PROVO A SVEGLIARMI NEL GRIGIORE DELL'ALBA..."
"... SE CI RIESCO, NON URLO."
"NON VORREI OFFENDERLI."

“Di mostri, incubi e ragazze” testo e disegni: Alessandro Baggi.

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“Lenticchie alla julienne” di Antonio Albanese
31 marzo 2018

Un libro di ricette geniali come i "Piselli ripieni all'astice bipolare" ed eventi mondani e show cooking imperdibili a partire da "Il Fuorissimo Salone" di Sondrio...

Estratto da "La sfilata della Maison Tonné"

Ci avevano provato, a dirgli di no. Lo avevano costretto a una maratona burocratica così complessa che il cerimoniale di corte degli Asburgo, in confronto, sembrava un picnic sulla spiaggia di Fregene. Aveva chiesto invano permessi al questore, al prefetto, al sindaco, a svariati cardinali, agli uscieri di Palazzo Chigi, ai gladiatori del Colosseo e ad altre dozzine di autorità cittadine, per poi capire che il nulla osta che contava davvero era quello di Goran il Burbero, un gitano accigliato e di poche parole che, da una tenda a Villa Pamphilj, gestiva il racket dei suonatori di fisarmonica nelle metropolitane.
Alain non si era dato per vinto e aveva trionfato, anche se era la prima volta che gli toccava pagare una tangente in fisarmoniche. Avrebbe avuto la location che voleva, per l'evento che avrebbe reso indimenticabile quella Settimana della Moda milanese. Già il fatto che l'evento si tenesse a Roma era piuttosto memorabile, ma non bastava Roma, lui voleva di più.
Lui voleva il Vaticano.
La collezione autunno-inverno della neonata Maison Tonné sarebbe stata presentata con una sfilata esclusiva sul Cupolone di San Pietro, riservata a circa duecento selezionatissimi ospiti di prestigio, venuti da tutto il mondo: a parte una certa quantità di porporati, tutto il consiglio d'amministrazione dello Iorr e il fantasma di papa Borgia, c'erano almeno cinque teste coronate, una era quella di Luigi XVI, riesumata per l'occasione perché Alain non trovava chic che la Francia fosse una repubblica.

Ora però doveva concentrarsi. Presto il sole avrebbe cominciato a calare, gli ultimi raggi avrebbero incendiato il Cupolone, le ombre delle guglie si sarebbero allungate sulla città e i suoi cinque aiutanti californiani avrebbero potuto cominciare a tirar fuori le modelle dai frigoriferi. Alain aveva dovuto refrigerarle nelle ore più calde del giorno perché le sue creazioni di moda non andassero a male, dato che tutti i capi d'abbigliamento della Maison Tonné avevano una caratteristica in comune: si mangiavano.
Ovviamente, lo show cooking con il relativo buffet sarebbe a sua volta stato a tema fashion: flanella di asparagi, tagliatelle a nido d'ape, capocollo all'americana, e la portata principale di pesce - che gli era costata ore di studio e giorni di tentativi -, il tonno a ruota, in cui la difficoltà maggiore era sempre convincere il tonno a indossare la sottogonna di tulle.

Alanis era sicura del fatto suo. (...) era infatti diventata un'accanita sfogliatrice di rotocalchi: "Donna", "Donna e Madre", "Donna e Basta", "Vip", "Vippissimo", "Vip-hip-hurrà", "Chi", "Come", "In che senso" e persino "Qualora", che costava solo dieci centesimi e non conteneva nemmeno una frase di senso compiuto. Non se ne perdeva uno, Alanis. O quasi. Per disporre gli ospiti al grande evento di Tonné, dalle regine alle capitane d'industria e dai banchieri redenti ai fidanzati di cardinali, aveva calibrato al millimetro l'assegnazione dei posti a sedere, calcolando ogni variabile, dai matrimoni alle annessioni, dagli incesti alle stragi, dai cambiamenti di sesso alle impiccagioni di parenti e amici. Non c'è niente di più sgradevole, in fondo, che sedere accanto a qualcuno che ti ha fatto fallire la banca o ti ha impedito per un pugno di voti di essere eletto papa.

I problemi erano infiniti. La modella vegana rifiutava di indossare i pantaloni in manzo balbettante della Bassa Sassonia. La modella della Bassa Sassonia, offesa, rifiutava di far cambio e lasciarla sfilare con il suo poncho sformato di melanzane, dopo che la modella ebrea l'aveva sgridata per aver provato il cappello di pelle di pollo assieme alla casacca in tessuto di stracciatella di bufala, dato che abbinare carne e latte non è kosher. La modella californiana le aveva detto di non lamentarsi: il suo bikini in peperoncino venezuelano era peggio di un cilicio.

Il resto della sfilata si svolse senza intoppi, la modella californiana svenne per il dolore ma solo dopo aver finito la sua passerella, fu quindi spalmata di yogurt ai cetrioli e portata all'interno della Basilica ai piedi della statua di San Longino, che ci pensasse lui.

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Le colazioni letterarie di Petunia Ollister
2 marzo 2018

Una piacevole scoperta grazie all'articolo "Aggiungi un post a tavola" di Giuliano Pavone...

Petunia Ollister (Stefania Soma) è una photoblogger diventata famosa per i suoi #bookbreakfast: scatti alla luce del mattino dove un libro viene immortalato con una colazione a tema.
Ha da poco pubblicato il libro "Colazioni d'autore" con Slow Food Editore dove le sue fotografie sono corredate da citazioni tratte dai libri e ricchi compendi di ricette.

Dice Petunia: "... non mi sento una fotografa, così come chi studia filosofia non è un filosofo. Le mie immagini funzionano sul web per la loro immediatezza, ma i fotografi fanno un lavoro diverso dal mio. Oggi, con l'evoluzione delle tecnologie digitali, avere delle conoscenze tecniche è meno importante di prima, anche se cresce il peso della postproduzione. Per fare una bella foto ci vuole soprattutto buon gusto, lo stesso che permette di vestirsi bene, di scegliere il vino giusto, insomma di inquadrare il mondo nella maniera migliore". E ancora: "Non concepisco un pasto triste. Anche i piatti più semplici devono essere fatti bene."



«Dopo aver messo le valigie in uno degli armadietti della stazione, mi sono infilato in un bar e ho fatto colazione. Una colazione molto abbondante, per me: succo d’arancia, uova col bacon, pane tostato e caffè. In genere bevo solo un po’ di succo d’arancia. Sono uno che mangia pochissimo. Sul serio. Ecco perché sono magro da far paura.» da "Il giovane Holden" di J.D. Salinger.

www.instagram.com/petuniaollister

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I cat café e la Sunshine Home
2 febbraio 2018

Estratto dal libro "Il re delle casa" di Abigail Tucker.

(...) considerata l'abilità con cui i gatti possono impossessarsi di un appezzamento di terreno, era solo questione di tempo prima che avvenisse l'usurpazione totale delle nostre case. E ci sono già dei luoghi (...) in cui questa confisca domestica è già un fatto compiuto.
Uno è il cat café, un nuovo tipo di locale che (in maniera virale e fortemente gattesca) si è diffuso nel mondo negli ultimi quindici anni o giù di lì. I primi cat café hanno aperto a Taiwan, sono diventati di gran moda in Giappone, poi in Europa, e stanno finalmente invadendo anche il Nordamerica, con i primi avamposti in California, mentre altri sorgono in varie città da una costa all'altra degli Stati Uniti. Lo stile può variare, ma è interessante notare che i cat café asiatici originali non assomigliavano a ristoranti o bar, e neppure a Shangri-la felini, ma piuttosto a normali salotti tradizionali. (...)
Solo che, naturalmente, le persone sono solo di passaggio: gli unici residenti legittimi sono i gatti, e gli umani fanno la fila per pagare una sosta temporanea. In certi locali i clienti sono tenuti a leggere un manuale di etichetta felina prima di entrare, e consultare le foto frontali dei gatti e i profili delle loro personalità. Solo allora sono ammessi a osservare fenomeni degni di meraviglia come le operazioni di spazzolamento dei gatti, o gli stessi mici mentre mangiano dalle loro ciotoline: pare che tali scene siano talmente rilassanti che spesso i clienti si addormentano sui divani dei gatti e i locali si riempiono delle sonorità di umani che russano. (Svegliare un gatto che dorme è rigorosamente contro l'etichetta, mentre è meno chiaro cosa fare con gli umani catatonici).
Gli esperti di cose feline potrebbero obiettare che questi cat café non sono precisamente l'ideale per i loro inquilini, vista la presenza di estranei maleodoranti che credono di poter arrivare quando gli pare e di accarezzare i gatti. Ma questi salotti artefatti illustrano bene come siamo stati indotti a deliziarci all'idea di concedere ai gatti le cose più strane, prostrandoci davanti a loro o girando loro attorno in punta di piedi, felici della nostra sottomissione. (...)
Il passo successivo è molto chiaro: ambienti simili a salotti in cui i gatti regnano e le persone sono bandite. Almeno un paradiso del genere esiste già. La Sunshine Home, nella campagna di Honeoye, stato di New York, è una struttura di lusso per gatti, pensione a lungo termine e "casa di riposo" per felini che ha aperto nel 2004 (...) e oggi riceve visite da persone dell'intero Paese, interessate al modello di impresa.
In realtà è piuttosto semplice: la vita, le finanze e il tempo stesso ruotano completamente attorno ai gatti.
Alcuni tra i gatti "pensionati" non sono in realtà così anziani, ma possono avere gravi problemi comportamentali, o richiedere «una routine terapeutica particolarmente rigorosa» (...) I proprietari di questi animali hanno deciso di ritirarsi dall'attività di cura per alcuni anni, o forse per sempre. Alcuni sono partiti per l'Antartide, a occuparsi di ricerca in qualche base polare, oppure hanno ottenuto un lavoro in appalto in Afghanistan. Altri sono semplicemente defunti.
«A tutt'oggi non sappiamo cosa sia successo ad alcuni di loro: sono come scomparsi dalla faccia della terra», dice il titolare, Paul Dewey, che molto cortesemente si riferisce ai proprietari precedenti come "ex genitori".
Alla tariffa davvero equa di quattrocentosessanta dollari al mese (o per una somma di denaro molto, molto superiore, se il proprietario è disposto a staccare un assegno in anticipo per terapie destinate a proseguire per tutta la vita del gatto) un felino residente alla Sunshine Home ha diritto a una sua stanza privata, con nulla da invidiare a molti monolocali di Manhattan, con soffitti alti oltre due metri e un'immensa finestra panoramica, oltre la quale sono visibili specie da preda di ogni genere e dimensione.
Dewey consiglia ai proprietari di allestire gli alloggi dei gatti con poltrone, futon e altri elementi d'arredo della vecchia casa. «Uno dei nostri primissimi clienti riuscì a replicare l'intero soggiorno di casa, compreso il portariviste, la lampada a stelo e la poltrona reclinabile», dice.
Solo che ora, chiaramente, i mobili sono solo per il gatto. Le ex mamme possono venire in visita, se lo desiderano, e alla tariffa extra di cinque dollari al mese possono usufruire di uno speciale numero gratuito per contattare i loro ex animali da compagnia quando vogliono, giorno e notte. Ma, a essere sinceri, mi confida Dewey, i gatti non è che attendano le telefonate con ansia.
«Alcune persone hanno difficoltà ad affrontare i cambiamenti», dice, «ma i gatti si adattano sempre».

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“Il re delle casa” di Abigail Tucker
27 gennaio 2018

Come i gatti ci hanno addomesticato e hanno conquistato il mondo.

Dovrei a questo punto confessare di essere sempre stata anch'io tra gli stregati dai gatti. Ho sempre avuto mici, ma non solo: per la maggior parte della mia vita, sono stata il tipo di persona a cui si potevano regalare pirofile a forma di gatto con presine a tema, sono stata capace di arredare la casa con coperte e tessuti a tema felino con cuscini coordinati, e di riempire interi album di fotografie delle vacanze con ritratti di gatti mediterranei presi a caso. Ho acquistato gatti di razza da Fabulous Felines (...) e adottato gattini orfani, sia dai rifugi che trovatelli dalla strada. (...) A casa mia, devo dire che continuo a scegliere la moquette in una ristretta gamma di colori, i più adatti a mascherare le macchie di vomito di gatto.
Poche persone possono dire di dovere la propria esistenza ai felini, come faccio io: i miei genitori giurarono che non avrebbero avuto figli finché non avessero "addestrato" la loro prima gatta. (...) Nella nostra famiglia ci sono sempre stati solo gatti. Mia sorella una volta si fece oltre seicento chilometri per recuperare un Blu di Russia terrorizzato, chiuso nel bagno di una casa dove c'era un cane. Nei lunghi viaggi in auto, mia madre notoriamente teneva il suo soriano drappeggiato sulle spalle come una stola di pelliccia, con grande stupore dei casellanti.
Dato che i gatti hanno sempre fatto parte della mia vita, di rado ho pensato alla vaga assurdità di ospitare questi piccoli arci-carnivori: almeno, fino a quando non sono diventata mamma. (...)
"Gatto" è stata la prima parola pronunciata da entrambe le mie figlie. (...) «Dio vuol bene alle tigri?» chiedevano al momento di dormire, abbracciando gattini di peluche nei loro lettini.
E così mi ripromisi di imparare di più su queste creature, e su cosa fa andare avanti la nostra misteriosa relazione. (...)
Cheetoh è il mio gatto attuale (...) e pesa quasi dieci chili a digiuno. La sua taglia fuori dal comune ha fatto esitare un idraulico prima di entrare nel nostro soggiorno, e il tecnico della TV gli ha fatto delle foto con lo smartphone, per mostrarlo ai suoi amici. Ci sono stati dei cat sitter che si sono rifiutati di venire a badare a lui una seconda volta, perché Cheetoh, alla furiosa ricerca di cibo, li ha inseguiti, con la sua pancia ballonzolante. Le sue proporzioni insolite conferiscono all'esistenza domestica una qualità da Alice nel paese delle meraviglie: ti chiedi sempre se sei tu a essere rimpicciolita, o lui che è cresciuto.
È difficile credere che questo croissant gigante, acciambellato in fondo al mio letto, appartenga a una specie che ha la capacità di rovesciare un ecosistema. (...)
E, anche se Cheetoh sembra incapace di sopravvivere lontano dalla sua ciotola, la sua minacciosa insistenza nel chiederen costantemente di essere nutrito testimonia un'importante verità: i gatti domestici sono animali alquanto impositivi.

Prince Percy Dovetonsils era un Siamese melodrammatico, che gnaulava arie d'opera mentre gli veniva servita la colazione, quasi a mostrare il suo apprezzamento per il cibo. Nei suoi diciassette anni da gatto di famiglia (un periodo che si estese quasi per tutta la mia infanzia) Percy seguiva ansioso i nostri sguardi con i suoi occhioni blu zaffiro, leggermente strabici, si installava in grembo a qualche membro della famiglia ogni volta che gli era possibile, e se uscivamo di casa ci aspettava dietro la porta.
Ognuno di noi conosce un gatto simile, che sembra amare la sua vita casalinga e i suoi umani. Spesso si dice che gatti così "si comportano come cani". Ma poi ci sono i tantissimi gatti che si comportano da gatti: tanto ammalianti quanto inafferrabili, ma anche nevrotici e bizzarri.
Prendiamo Fiona, la gatta di mia sorella, che passa le sue giornate nascosta sotto il letto, tra scatole di scarpe, in una minuscola nicchia detta formalmente "l'ufficio di Fiona".
Oppure Annie, ancora semiselvatica, che vomita al minimo cambiamento nella routine quotidiana, obbligando mia madre a inseguirla con una spatola destinata all'ingrato compito.
O, infine, il mio adorato Cheetoh, che tende ad affondare le zanne nella carne degli ospiti di riguardo, soprattutto se cercano di fargli una carezza.
Abbiamo visto che i gatti domestici possono cavarsela benissimo anche negli ambienti naturali più difficili. Ma come se la passano questi raffinati predatori come animali da compagnia, nelle nostre case con tutti i comfort? Cosa sappiamo della vita interiore di questi animali da interni, del loro rapporto con noi e della loro esperienza dell'ambiente che condividiamo? Apprezzano di essere lavati con un apposito shampoo "niente lacrime"? Che cosa pensano della loro cena, a base di pollo biologico con formaggio, papaya e alga kelp? E la coabitazione è positiva per le nostre rispettive specie?
La verità è che il soggiorno dorato entro le nostre pareti regolari e imbiancate di fresco è una prova evoluzionistica radicale, quanto la loro sopravvivenza su isole subantartiche spazzate dal vento e sulle pendici dei vulcani. E se i gatti di casa possono a volte fare impazzire qualche umano, chiediamoci se il problema non sia reciproco.

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“Cosa aspettano le scimmie a diventare uomini”
24 novembre 2017

di Yasmina Khadra

È uno splendido mattino, che basta a se stesso come il canto di un usignolo in un mondo di sordi; un mattino d'Algeria, illuminato dal freddo bagliore del sole di dicembre, simile a una gemma incastonata nella volta celeste, inaccessibile ai sogni contorti, alle preghiere bieche e agli Icari dalle ali tarpate.
Il cielo è di un azzurro lustrale. (...)
Sembra di sentire uno sciabordio, ma non ci sono fontane né ruscelli nei paraggi. Nel silenzio della foresta di Bainem tutto è semplice come l'acqua. E tutto è incantevole: la nebbiolina che sale dal burrone, i moscerini che volteggiano in un fascio di luce mescolandosi al pulviscolo scintillante dell'aria, la rugiada sull'erba, i fruscii della boscaglia, la fuga al rallentatore di una donnola. Viene voglia di darsi un pizzicotto. (...)
Dai rami di un salice piangente penzola un lenzuolo di seta. A mezz'asta.
Più avanti, all'ombra di una rupe, tra corone di fiori selvatici, riposa una ragazza. Nuda dalla testa ai piedi. E bella come solo una fata fuggita dalla tela di un artista sa esserlo. È semidistesa su un fianco, il viso rivolto a oriente, un braccio di traverso sul petto. Gli occhi grandi, messi in risalto dal mascara, sono aperti, lo sguardo è schermato da lunghe ciglia che devono aver suscitato innumerevoli emozioni. Mirabilmente truccata, con i capelli costellati di pagliuzze luccicanti, le mani ornate fino ai polsi da arabeschi berberi disegnati con l'henné, si direbbe che la tragedia l'abbia colta di sorpresa nel bel mezzo di un banchetto nuziale. Giace sulla sponda di un torrente asciutto, con il corpo disarticolato, ignara dei rumori che cominciano a levarsi dai cespugli, nient'affatto turbata dal contatto con la biscia che le si è appena insinuata sotto l'anca.
In questo scenario da sogno, mentre il mondo si risveglia ai propri paradossi, la Bella Addormentata ha chiuso con le favole. Ha smesso di credere al principe azzurro. Nessun bacio potrà resuscitarla.
È qui, e basta.
Affascinante e al tempo stesso spaventosa.
Come un'offerta sacrificale...

Yasmina Khadra è lo pseudonimo di Mohamed Moulessehoul, nato in Algeria nel 1956, scrittore stimato e apprezzato in tutto il mondo. Ufficiale dell’esercito algerino, reclutato a nove anni, dopo aver suscitato con i suoi primi libri la disapprovazione dei superiori ha continuato a scrivere usando come pseudonimo il nome della moglie. Dopo aver lasciato l’esercito nel 1999 ha scelto di vivere in Francia.

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“Inquietante delitto in Vaticano”
1 novembre 2017

di Flaminia P. Mancinelli

Quando lui le aveva spiegato che le catacombe dipendevano dal Vaticano ovvero dalla Pontificia Commissione per l'Archeologia Sacra, lei aveva reagito con stupore: «Ma ce n'est pas possible!... tu stai scherzando, Nicolà, non è possibile che sia il Vaticano a comandare sui ritrovamenti archeologici a Roma».
«Ho chiesto alla Vittorini di informarsi bene, ma credo che la regola - quello che tu chiami comandare - riguardi tutte le catacombe in territorio italiano».
«Toute l'Italie? Mais c'est vraiment fou!»
«No, invece, credo sia ovvio: si tratta dei primi cimiteri cristiani. In molti di questi sono stati sepolti i martiri delle persecuzioni romane. E quindi sono luoghi sacri, di cui è normale si occupi la Chiesa».
Marion si zittì, ma solo per qualche istante. Stava riflettendo. Quindi osservò: «Guarda caso, tutti - anche la Pontificia - si dimenticano di questa catacomba. La lasciano andare in rovina per anni... Giusto?»
Nicola si limitò a un cenno di assenso.
«Poi un giorno arriva un prete per fare un'ispezione alla catacomba... e dopo poco, guarda che combinazione, in quella stessa catacomba viene trovata una donna assassinata... Tu puoi pensare quello che vuoi, mon amour, ma in questo delitto il y a l'ombre du Vatican!»
«L'ombra del Vaticano?»
«Ça va sans dire...»

«Villa Ada è territorio del Comune di Roma... E allora qualcuno deve spiegarmi perché, se io ho bisogno di informazioni su quelle catacombe... Io, una carabiniera dello Stato italiano, devo farlo per la cortese intercessione di un Istituto alle dipendenze del Vaticano, di una certa Pontificia nonsocchè».
«Vuoi una sigaretta?», le chiese il tenente Serra, porgendole il pacchetto.
«No, grazie, ho smesso».
«Di nuovo? Non lo sapevo».
«Neanch'io! Sono solo cinque giorni e allora non ho fatto pubblicità, perché tanto lo so: poi ricomincerò».

«Grazie alla sua intuizione, cara Vittorini, siamo finalmente arrivati alla vittima zero del nostro serial killer», esclamò la donna, infilandosi i guanti sterili.
«Ne avete la certezza?», chiese Sara, cauta.
«Se si infila un camice e viene dentro, potrà constatarlo con i suoi occhi», la invitò la dottoressa. (...)
Il dottor Lusini era di spalle e stava scattando delle fotografie alla salma.
«Venga, sottotenente, si avvicini. Guardi qui», la disse mostrandole un punto preciso sulla schiena della donna. La pelle, rimasta sepolta per diverse settimane, era quasi del tutto putrefatta, ma nel punto indicatole dal patologo c'era una macchia rossastra.
Vincendo la repulsione, Sara si chinò a guardare e la vide.
«Se volessimo, potremmo dire che questa è la madre di tutti i tatuaggi che il serial killer ha inciso sulle donne assassinate: stessa posizione, analogo disegno», spiegò Lusini avvicinando il cono di luce della lampada. «Qui abbiamo l'originale, esattamente sotto la scapola destra. Solo che si tratta di una voglia mentre sulle vittime è un tatuaggio».
Sara arretrò di un paio di metri. «Allora è lei».
«È lei senz'altro!»

«Vedi, Sara, noi diciamo di avere un'anima, e quest'anima distingue l'essere umano e lo rende superiore agli altri animali... Ma ne siamo certi? O quell'anima che neghiamo agli altri esseri viventi, invece, in loro è molto più pura?»
Sara Vittorini cercò di seguire l'uccello nel suo indaffarato cinguettio, era alle prese con la costruzione del nido, dove a breve la sua compagna avrebbe deposto le uova, e non potè fare a meno di fermarsi a riflettere su quello che aveva appena detto Marion.

Ciao Teo...

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“Questa non è una canzone d’amore”
27 ottobre 2017

di Alessandro Robecchi

Il famoso giallo del dito...

Marino Righi è seduto su una poltrona di velluto rosso. Poltrona incongrua, un oggetto che pare fuori posto in una stanza elegante alla maniera del design nordico, legni chiari, toni neutri, tende ecru. Persino i quadri alle pareti hanno colori tenui, niente di sparato, niente che risalti. Ton sur ton, ecco, quella roba lì.
La poltrona, invece, rosso vermiglio.
Scovate l'intruso. (...)
Ora le macchie che stonano nel tripudio di bianco e beige e sfumature pastello sono due: la poltrona rossa e il cerchietto che Marino Righi ha in mezzo alla fronte, da cui cola lentamente un minuscolo rivolo di sangue, rosso anche lui.
Un proiettile calibro 22 non è molto veloce, nè devastante, ma questo non aiuta, anzi. Quando entra ha già fatto il grosso del lavoro. E se non trova una parte molle da cui uscire, rimbalza qualche decina di volte tra le ossa del cranio come una pallina da flipper tra i respingenti.
Gli special, le lucine e tutto il resto, ma non si vince niente.

«Sei una testa di cazzo».
«Apprezzo il giro di parole».
«Dico sul serio, non sono cose che si buttano dalla finestra. Ora offrono venticinque. Venticinquemila a puntata. Trentotto puntate all'anno. Per chissà quanti anni. Se vuoi ti faccio due conti».
«No». (...)
«Non ti immergeresti in un barile di merda per venticinquemila euro», dice lui.
«Sei sicuro?... Beh, ci vorrebbe un barile bello grosso», ride lei.
Una risata roca, qualcosa a metà tra un sospetto di tuono nei preamboli di un temporale e il ruggito del coguaro femmina che difende i cuccioli. Due enormi tette sobbalzano come cocomeri su un tavolo durante il terremoto, le pieghe del collo si stirano come quelle di un'iguana gigante del Borneo durante il pasto. La collana di perle segue il movimento sussultorio e tintinna.
Lei è Katia Sironi, nè più nè meno.
Katia Sironi sarebbe l'agente di questo Monterossi che sta seduto lì. Cura i suoi affari, intasca il quindici per cento di cifre che lui, senza di lei, non riuscirebbe a mettere insieme nemmeno rapinando banche; pesa, a occhio, come Tyson con in braccio Foreman, e ha quel sottile senso dell'umorismo che potreste trovare in una sala bigliardo della bassa Brianza, ma un po' più grezzo. (...)
«È un'idea del cazzo», aveva detto Katia Sironi.
Poi aveva aspirato due tonnellate d'aria alla sua maniera, tipo mantice dell'ltalsider, e aveva preso il volo:
«Così del cazzo che gli può piacere. Ma piacere tanto. Fammici lavorare un po'. Mandami tutto scritto, così come me l'hai detto. Un po' pomposo, non devo insegnarti i trucchi. Trasforma questo stronzo in un cioccolatino con la carta dorata e proviamo a venderlo».
L'aveva venduto.
Bene.
Benissimo.

Hanno trovato Marino Righi.
Morto stecchito, in casa sua, seduto in poltrona. Con un buco di calibro 22 nella fronte. Sta diventando un classico.
E con un dito nel culo.
Carino, eh?
Il dito - lo diranno le analisi, ma sono quasi sicuri - della signora Lodovica Repici, uccisa lunedì sera.
Martedì sera è toccato al Righi.
Lui era programmato per mercoledì.
Carlo Monterossi, l'Uomo Scampato Alla Morte.
Parla il sovrintendente Semproni. Il lavoro sul campo deve fargli un gran bene, perché ora sembra vivo e vegeto, non come prima che giocava alla mummia di Similaun.
«Quindi la nostra arguta deduzione è che il dito indice di Marino Righi doveva finire nel culo suo».

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“Once Upon a Zombie. Il colore della paura”
1 ottobre 2017

di Billy Phillips e Jenny Nissenson

All'improvviso, due delicate mani fredde e morte la afferrarono per le spalle.
Caitlin si ritrovò strattonata indietro e sentì un naso gelido che le annusava la nuca.
«Non provarci neanche, Cindy!» esclamò la ragazza dai lunghi capelli.
«Giusto un assaggio?» replicò la voce a cui corrispondevano quelle mani graziose.
«Un assaggio non basta mai!» ribatté Lunga Chioma. «Lo sai che un morso tira l'altro. Guarda che non sto scherzando, Cenerentola! Lasciala andare!»
Ma che...
Cenerentola?

Le delicate mani morte voltarono di scatto Caitlin, che si ritrovò a fissare dal vivo il volto della vera...
Cenerentola?
Solo che Cenerentola non era proprio viva, anzi. Aveva la carnagione grigio bianca della morte, le guance appena incavate e gli occhi cerchiati di scuro, come un demone uscito dal sepolcro. Eppure manteneva integra una sfuggente bellezza. E per quanto fosse in via di decomposizione, i suoi capelli biondi e le unghie lucide parevano ben curati. Caitlin aveva sempre adorato la fiaba di Cenerentola. Rimase lì a fissarla con ammirato stupore. (...)
La morta dalla lunga chioma fece guizzare un sorriso di scuse.
«Vi prego di perdonarmi, ho dimenticato le buone maniere: non mi sono ancora presentata. Mi chiamo Raperonzolo.»
La bimba che c'era in Caitlin si ritrovò doppiamente colpita... e sorpresa.
Come ho fatto a non riconoscerla dopo aver visto quelle lunghe e meravigliose trecce dorate?
«Dove mi trovo?» domandò Caitlin. (...)
Raperonzolo lanciò uno sguardo di disapprovazione a Cenerentola. Proprio in quel momento, un'altra zombie apparve dal nulla. La nuova arrivata era piacevolmente snella e aveva capelli nero corvino, labbra rosso ciliegia e un volto pallido, di un bianco lucente.
Bianco come... come... la neve? Non poteva essere! O invece sì?
«Sono Biancaneve.» disse la zombie facendo la riverenza. «Piacere di conoscervi.»
Caitlin sbatté gli occhi.

Raperonzolo sfoderò un gran sorriso. «C'è ancora un'amica che voglio presentarti. Guarda dietro di te.» Caitlin si girò di scatto e poco distante vide un'attraente zombie dai capelli biondo cenere.
I suoi occhi scintillarono di stupore. «Tu sei... La Bella Addormentata!»
Bella tese la mano pallida. «È un onore conoscerti, Caitlin.» (...)
La Bella Addormentata tirò fuori uno specchietto compatto e iniziò a picchiettarsi sul naso un piccolo piumino da cipria.
«Il nostro incarnato è sempre minacciato dalla muffa. Provate voi a essere all'altezza del nome Bella quando il viso tende a marcirvi.»

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