foto di Elena Fiorio - Burano maggio 2009
“Mi ricordo di te” di Yrsa Sigurdardottir
14 luglio 2017

Finalmente un libro inquietante dove non solo il cane non è il primo a morire ma è forse l'unico che si salva...

«Com'è tranquillo, qui». Garòar ruppe il silenzio che la barca aveva lasciato. «Credo di non essere mai stato in un posto così isolato». Si chinò e la baciò sulla guancia chiazzata di salsedine.
«Ma è indubbio che ci abiti gente in gamba».
Katrin gli sorrise e non gli chiese se aveva dimenticato quella malaticcia di Lif. Volse le spalle al mare, dove non desiderava affatto vedere la barca sparire del tutto alla vista, e osservò invece la riva e la terra. Lif si era alzata in piedi e si sbracciava verso di loro. Katrin sollevò la mano per farle un cenno a sua volta, ma la lasciò cadere quando vide qualcosa muoversi velocemente alle spalle dell'amica vestita di bianco. Era un'ombra nera come la pece, molto più scura dell'ambiente in penombra.
Sparì altrettanto in fretta com'era apparsa, così Katrin non riuscì a distinguere chi fosse. Però le era parsa simile a una persona di bassa statura. Si aggrappò forte al braccio di Garòar.
«Cos'era?»
«Cosa?» Garòar aguzzò la vista seguendo l'indicazione di Katrin. «Vuoi dire Lif?»
«No. C'era qualcosa che si muoveva dietro di lei».
«No». Garòar la guardò stupito. «Non c'è niente. Solo una donna con il mal di mare e una tuta da sci addosso. Magari era solo il cane, no?»
Katrin cercò di apparire tranquilla. Poteva anche darsi che avesse avuto un abbaglio. Ma quello non era Putti, di questo era certa, era davanti a Lif e annusava l'aria. Forse il vento aveva spostato qualche oggetto. In ogni modo, non spiegava la rapidità con cui era sfrecciato, anche se naturalmente poteva essere arrivata una raffica improvvisa o una corrente. Lasciò il braccio di Garòar e si concentrò a respirare lentamente per il tratto che le restava da percorrere lungo il pontile. Non disse nulla nemmeno
quando ebbero raggiunto Lif. Si sentì un fruscìo e la vegetazione secca e ingiallita davanti a loro scricchiolò, come se qualcuno l'avesse calpestata. Né Garòar né Lif sembravano aver notato niente, ma Katrin non poté fare a meno di pensare che non fossero da soli, lì a Hesteyri.

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La piccola Frida di Tascha Parkinson
13 luglio 2017

Frida Kahlo è uno dei soggetti ricorrenti nelle illustazioni di Tascha Parkinson, artista di Toronto (Canada) che vende online le sue opere su Etsy.



timewithtascha.blogspot.it
www.facebook.com/taschatheartist
www.etsy.com/shop/tascha

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Proverbi, parole e parolacce veneziane e venete
31 agosto 2016

Estratti dal libro "Prima de parlar, tasi" di Espedita Grandesso sottotitolato: proverbi, parole e parolacce da non dimenticare.

Xe come butar in tera un omo che caga.
(E' come buttare per terra un uomo che sta facendo la cacca.)
Frase che illustra un'azione platealmente indegna.

A mi del ti, che gò un zio prete?
(Dare a me del tu, che ho uno zio prete?)
Frase ironica volta a tenere le distanze tra sè e gli altri.

Che ciavada che ciapa i frati, se no ghe xe el paradiso!
(Che fregatura prendono i frati, se non c'è il paradiso!)

E mi cossa sogio, la merda dei vigili?
(E io cosa sono, la merda dei vigili?)
Frase risentita di chi si sente valutato meno di niente.

Brava gente, sior comandante, ma la roba manca!
(Brava gente, signor comandante, ma qualcosa manca!)
Frase scherzosa, perla di diplomazia.

L'abondansa stufa e la carestia fa fame.
(L'abbondanza stanca e la carestia affama.)
Frase che indica che l'essere umano non è mai contento.

L'aqua marsisse i pali.
(L'acqua marcisce i pali.)
Bere acqua, al posto del vino, danneggia l'organismo.

Domandighe a l'osto se'l gà bon vin.
(Chiedi all'oste se ha vino buono.)

In ostaria no vago, ma co ghe sò ghe stago.
(In ostaria non vado, ma quando ci sono ci resto.)

Se varda el Signor, se varda la Madona, se varda anca chi ghe gà un muso da mona.
(Si guarda il Signore, si guarda la Madonna, si guarda anche chi ha una faccia da pirla.)
Frase rivolta a chi si infastidisce se si accorge di essere osservato.

Fradeli in Cristo, ma no in torta.
(Fratelli in Cristo, ma non in torta.)
Frase che sottolinea l'egoismo di persone che si definiscono buoni cristiani.

I sogni xe parenti dele scorese.
(I sogni sono parenti delle scorregge.)

Ogni pan gà la so crosta.
(Ogni pane ha la sua crosta.)

Essere andà parsuto e esser tornà salame.
(Essere partito prosciutto e essere tornato salame.)
Frase che indica un insuccesso non previsto.

Gnanca el can no mena la coa par gnente.
(Neanche il cane scodinzola per niente.)

Va a cagar su le suche marine de Cioza.
(Vai a cagare sulle zucche marine di Chioggia.)
Invito a defecare su qualcosa di estremamente spinoso.

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Cuscini Mogu gatto
22 luglio 2016

Fatti schiacciare tutto...


I cuscini Mogu sono realizzati con microperle di polistirolo espanso. Cinque i mici disponibili: bianco, nero, rosso, 3 colori e grigio ma ci sono anche cani, maiali, pulcini, gufi e pinguini.


http://mogus.jp

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Il magico incontro tra bambini e animali
28 marzo 2015



Dalla Russia con amore gli scatti di due fotografe: Elena Shumilova (sopra) e Elena Karneeva (sotto) che raccontano il meraviglioso rapporto simbiotico tra bambini e animali.



elenashumilova.smugmug.com
500px.com/ElenaShumilova

www.karneeva.ru
500px.com/karneeva

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Una mimosa…
8 marzo 2015

In Italia il ramo fiorito di mimosa viene tradizionalmente offerto alle donne il giorno dell'8 marzo per la Giornata internazionale della donna, questo a partire dal 1946 per iniziativa della parlamentare comunista Teresa Mattei.


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Piccolissimi animali all’uncinetto
13 febbraio 2014



Nel blog Su Ami cinque virtuosi dell’uncinetto, di una famiglia vietnamita, presentano le loro creazioni.
Si tratta di animaletti colorati realizzati nelle dimensioni Micro, Mini e Midi.
Gli insetti della serie Micro grandi pochi millimetri sono delle vere miniature realizzate in punta di uncinetto!
Tutte le Miniature Crochet sono in vendita nel sito Etsy che permette di acquistare direttamente da persone in tutto il mondo.



su-ami.blogspot.it
www.etsy.com

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A tavola con micio
15 gennaio 2014

Confermo, confermo...



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“Lezioni di vita randagia” di Susan Wilson
16 settembre 2012

E' risaputo che la mia è una razza difficile da piazzare. La nostra reputazione di cani aggressivi, gli usi a cui veniamo notoriamente destinati ci impediscono di essere adottati facilmente. Nessuna vecchietta bisognosa di compagnia sceglierà di portarsi a casa un pit-bull, nemmeno se è un incrocio, come lo sono io. Tanto per cominciare sembriamo troppo forti. Secondo, sembriamo feroci. Terzo, non siamo per niente belli. Insomma, alle vecchiette lasciamo i cagnetti dal pelo lungo e vaporoso. Poi ci sono i giovanotti che vengono a farsi un giro in cerca di un cane virile. Niente da fare. Le autorità non sono mica nate ieri. Non si vendono combattenti di secoda mano, qui. Restano le coppie più giovani che vogliono prendere un cane dalla cattiva reputazione e con problemi di relazione. Non è che ce ne siano molte, a dire il vero, e noi invece siamo tantissimi.

Adam aguzza le orecchie, per capire se riesce a localizzare dov'è, nel mezzo acro di quel terreno incolto. Ma è scomparso. Scappato. Adam pensa alle ciotole vuote sul pavimento della cucina.
Arrotola il guinzaglio. Non può nemmeno chiamarlo, perchè non ha nome. Ha quel cane da quasi tre settimane e si è rifiutato di chiamarlo in qualsiasi modo che non fosse "bello", "amico", o "tu". Si è rifiutato di considerarlo qualcosa di più di un ospite fastidioso. "Vieni, bello. Qui, amico."
La sensazione della pelliccia morbida era come raso sotto le sue dita. La cosa più morbida che abbia mai toccato dopo la pelle di Ariel appena nata.
In lontananza coglie il suono di un fiutare forsennato.
"Ehi. bello!"
E dal buio spunta il cane, che agita la coda.
Un incredibile senso di sollievo inonda Adam e gli trema un po' la mano quando riaggancia il guinzaglio al collare. "Bravo, bello." E gli accarezza la testa.

"Forse dovresti chiamarlo Chance. In fondo tu gliene stai offrendo una, no? E credo che anche lui ne stia dando una a te." Gina arrossisce un po'(...)
"Una chance per cosa?"
Gina si allontana, recupera il retino e torna a spostare i pesci. Qualunque cosa pensi, non ha intenzione di dirla, e Adam si chiede se forse non sia imbarazzata anche lei della propria presunzione.
"Chance. Sì. Forse. A te piace? Ehi, Chance!"
Il cane, che stava ficcando il naso nell'espositore di cibo per pesci, piega la testa guardando Adam e la sua bocca enorme si apre in un sorriso canino.
"Credo che gli piaccia."
Gina appende di nuovo il retino e si avvicina a Adam (...) Si china sul cane. "Ehi, a quanto pare abbiamo qui un vincitore." Carezza la grossa testa, poi sfiora l'avambraccio di Adam. "Stai facendo una buona cosa."
Ora è il suo turno di arrossire. Gli piace quel tocco, così semplice, così umano. Svela una solitudine che è il tema centrale della sua vita.

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“Una vacanza da cane” di J.F. Englert
1 gennaio 2012

Una lettura rilassante...

Un giallo a quattro zampe.

C'era un gruppo di membri dell'equipaggio la cui unica responsabilità era quella di sorridere e distribuire, tutt'intorno a noi, antipastini monoporzione adagiati su tovagliolini di carta. Erano talmente esperti, così impassibili e concentrati sull'arte di servire gli hors d'œuvres, che nemmeno due dozzine di cani aggrovigliati accanto ai loro piedi e fervidamente dediti  a espedienti volti a rovesciare i vassoi riuscirono a far loro cadere sia pure un unico boccone sul ponte.
Benchè gli antipasti stessero sfrecciando ben al di sopra del livello degli occhi canini, sui soprastanti vassoi d'argento, il naso mi consentì di stilare rapidamente un elenco ipotetico delle invisibili leccornie. Non avevano un ordine particolare: insalata di polpa di riccio di mare su barchette di indivia belga; caprino al pepe su castagne in salamoia con crème fraîche al litchi; serpente di mare con prosciutto, farcito con uva moscatella e avvolto nel bacon con composta di prugne; crostini con lumache selvatiche; filetto di manzo con fettine di pastinaca fritte.

(...) in quanto cane conosco le semplici e inenarrabili gioie dell'esistenza, e so che per inseguirle non si può essere troppo orgogliosi, altrimenti si è destinati a lasciarsele sfuggire.
E una di queste gioie - una gioia che non bisogna assolutamente perdersi - fluttuò in un punto imprecisato sopra la mia testa, su uno di quei vassoi d'argento. Il mio naso non era tormentato da sofisticate barchette di indivia belga o da crème fraîche al litchi, bensì da qualcosa di ordinario, l'orfanello degli antipasti che negli Stati Uniti fa immancabilmente la sua comparsa a ogni matrimonio, anniversario e veglia funebre: sto parlando, naturalmente, di quella sublimità ricca di conservanti, i "porcellini vestiti" ossia pezzetti di würstel avvolti nella pasta sfoglia.

"Andare dove? A cena?" L'altro parve sconcertato. "Oddio, no. Io cenerò nella mia cabina con Marlin, stasera. Sai gli ci vuole un po' di tempo per acclimatarsi in un nuovo ambiente, e il meglio che la nave ha potuto offrigli è stata una palma nana che pende nettamente verso dritta. Ogni volta che la nave si inclina leggermente in quella direzione, negli occhi del ragazzo compare un'evidente espressione di terrore. Non posso proprio lasciarlo solo troppo a lungo."
Harry sapeva dell'affetto di Jackson per il suo bradipo del Guatemala, ma non accettò per buona quella spiegazione: "Qual è il vero motivo?".

Era una sensazione strana, per questo cane di Manhattan, percepire il pulsare costante dei motori della nave, vedersi rammentare i bui e freddi bracci di mare sotto di noi che brulicavano di strane e probabilmente fameliche creature acquatiche e sapere che il possente Atlantico, rovina di innumerevoli uomini e cani sopraffini, si estendeva tutt'intorno. Eppure, la vita di bordo - come la vita in genere, a dire il vero - è spesso basata sull'ignorare simili cose per concentrarsi invece sulle tiepide e appaganti certezze che ci circondavano quali la moquette color crema, l'acciottolio di porcellane pregiate che tintinnavano felici e il lontano profumo di trota alle mandorle.

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